Dimmi come posti. E ti dirò chi sei

Quali sono gli elementi che rendono una persona unica e riconoscibile? Sicuramente la personalità: intesa come il suo stile, il carattere, il modo in cui comunica. E questa stessa idea vale anche quando cerchi di comunicare la tua impresa: la scelta delle parole, del tono in cui ti rivolgi al tuo pubblico, lo stile che prediligi sono tutti elementi che ti permettono di creare un dialogo con il tuo pubblico.

La stessa cosa vale sui social media, che sono un mezzo di comunicazione veloce e diretto e che come tale può delineare varie sfaccettature della tua personalità e di quella dei tuoi utenti. Insomma, i social sono un po’ il motorino della comunicazione aziendale. Il mezzo per andare dritti al sodo, comodi per il cazzeggio o per raggiungere la meta senza tanti fronzoli.

E di conseguenza, la comunicazione sui social media deve adeguarsi al mezzo, allo stile e alla personalità. E tu come comunichi sui social? Come ti rivolgi al tuo pubblico?

 

Ho raccolto cinque brand diversi per cinque modi differenti di raccontarsi su Facebook. Dacci uno sguardo anche tu, per scoprire quale assomiglia al tuo, e perché.

 

Divertente e profumoso

Se sei come Lush, ti piace scrivere post anche abbastanza lunghi e descrittivi, soffermandoti sulle percezioni sensoriali. Le immagini e i video riprendono tutti i colori del mondo e ti sembra di sentire il profumo e la sensazione voluttuosa del prodotto.

Il tutto è condito con i giochi di parole che contraddistinguono Lush anche nei nomi e nelle confezioni dei prodotti.

 

Dritto al punto!

Se sei come Alitalia, preferisci scrivere dei post veloci e diretti, che vanno dritti al punto. Che si tratti di un gioco da proporre ai tuoi utenti o di un’offerta, sai che ti bastano poche parole – quelle giuste! – per incuriosire. E poi, puoi contare sul link al post o sull’immagine per approfondire il tema che hai scelto.

Lo stile di Alitalia si rifà proprio all’idea del volo: dritti alla meta, meglio senza scali intermedi!

 

Emozioni à gogo

Se sei come Coca Cola, ami comunicare con uno stile emozionale. Lasci poco spazio alle parole e molto alle immagini e ai video, ricreando delle situazioni emozionali in cui l’utente è al centro dell’esperienza. Perché ricorda, racconta, sogna.

Ogni post è un concerto di emozioni, che portano avanti anche i valori di inclusione e condivisione, classici della Coca Cola.

 

Ironia e autoironia

Se sei come Mr Wonderful, l’ironia  e la leggerezza sono la tua arma vincente.  E l’ironia è nulla, se prima non è rivolta verso se stessi! Che siano post, immagini, video o link ad articoli, l’importante è sorridere di se stessi e delle proprie manie.

E quindi via libera a post di segreti inconfessabili, come se si fosse in un eterno pigiama party tra migliori amiche.

 

Secco e didascalico

Se sei come Depot, ami le immagini in stile vintage e nei tuoi post comunichi in modo secco e deciso. I post sono didascalie alle foto o ai video, che descrivono un’esperienza, un prodotto o propongono un consiglio.

Come amici al bar della piazza, una birra sudata e il discorso che si stringe, senza fronzoli o giri di parole. Le cose stanno così, è la vita! 😉

 

 

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Esperienze creative e dove trovarle

E’ arrivato il momento del post estivo, quello in cui suggerisco esperienze creative che possono essere fatte durante le vacanze. L’anno scorso il post era dedicato a quattro cose divertenti da fare quando sei in vacanza per migliorare la creatività, ed è stato letto tantissimo durante tutto l’anno.

Quindi, questa volta ho pensato di avvalermi della collaborazione di un amico, che puoi conoscere attraverso la sua Pagina Facebook Parti Con Peppe o il profilo Instagram.  Peppe è un consulente di viaggi con cui stiamo iniziando un progetto di comunicazione divertente e creativo. E nessuno, più di lui, può suggerire esperienze che possono stimolare la creatività in giro per il mondo, per ripartire a settembre più carichi di energia e di idee.

E questi sono i suoi consigli:

Prova le emozioni di un pilota di Formula 1

Ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, c’è un parco interamente dedicato a Maranello. Oltre venti attrazioni, tra cui le montagne russe Formula Rossa, che in 5 secondi ti sparano a 250 km/h; il Pit Stop della Formula 1 e la lezione di  guida per testare la tua prossima Ferrari! 😉 Un’esperienza davvero emozionante, un luogo dove noi italiani entriamo anche con un certo orgoglio. E alla fine, dopo una giornata in cui ti senti un po’ pilota di Formula 1 e un po’ miliardario, potrai andare nel centro di Dubai per andare a cena all’interno di un gigantesco acquario!

 

Impara l’arte del Bonsai in Giappone

Se hai un volo che ti porta in Giappone, puoi cogliere l’occasione per imparare l’arte del Bonsai presso il Bonsai Museum di Tokio. Come sai, il bonsai per la cultura giapponese è una vera e propria arte che racchiude meditazione e ricerca estetica. E’ un’esperienza che ti avvicina alla cultura giapponese e che ti aiuterà a mettere in pratica immaginazione, pazienza e concentrazione.

E dopo il corso di Bonsai, puoi rilassarti in un Onsen, immergendoti in una vasca termale: un rituale che ha lo scopo di purificare il corpo e lo spirito. Si fa completamente nudi all’aperto, spesso in un giardino, di notte.

Attenzione ai tatuaggi: negli Onsen tradizionali è vietato l’ingresso a chi è tatuato perché correlati alla Yakuza, la mafia giapponese.

 

Metti alla prova le tue doti artistiche nella città dei Beatles

A Liverpool ogni giorno puoi partecipare alla British Music Experience, che – come dice il nome – è un percorso esperienziale interamente dedicato alla musica. Che il tuo animo sia pop, rock o anche  dance non importa, in questo viaggio musicale puoi scegliere il tuo ruolo: spettatore, musicista o addirittura cantante. Puoi passeggiare nella storia della musica tra strumenti, manifesti, vinili e costumi originali. Dai Beatles agli Oasis, passando per David Bowie e Adele.

E poi, puoi mettere alla prova le tue doti artistiche con una chitarra elettrica o un microfono, lasciandoti andare ad un’esperienza unica “che tanto a Liverpool non ti conosce nessuno!”

 

Sul set dei film

Negli Stati Uniti ci sono moltissime esperienze da fare per rivivere le serie e i film che hai amato. Se vuoi fermarti a New York hai l’imbarazzo della scelta: puoi bere Cosmopolitan come le protagoniste di Sex and The City o provare uno dei pastrami del Kats’ Delicatessen, dove hanno girato moltissimi film come Harry ti presento Sally. Ma anche vedere dal vivo i famosi grattacieli su cui gli eroi della Marvel hanno scatenato i loro superpoteri.

E se anche tu, da bambino, hai sognato di essere uno dei Goonies, devi spostarti sulla costa occidentale e raggiungere Astoria, dove partecipare ad un emozionante Movie Tour guidato nelle location del film. Attraverso la mappa di Willie l’Orbo, arriverai alle grotte e poi alle splendide spiagge in cui la nave pirata abbandona le cime.

 

 

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Cura la tua immagine a partire dal tuo profilo

Hai degli account social professionali, legati alla tua azienda o al tuo business, in cui racconti le tue esperienze lavorative e proponi i tuoi prodotti e servizi. E, sicuramente, hai degli account social personali, in cui ami condividere le tue idee, le foto degli aperitivi e i meme divertenti che trovi in rete.

Anche se le due cose sono giustamente scisse, non dimenticare mai che l’immagine della tua professionalità sei tu, in prima persona, sempre. Se sei un freelance, un imprenditore e anche se l’azienda in cui lavori non è la tua.

I tuoi amici di Facebook non sono gli amici della tua vita

Sul tuo profilo Facebook, tra gli amici, hai sicuramente un gran numero di persone che non frequenti abitualmente. Tra loro, potresti avere anche dei clienti, effettivi o potenziali, che oltre a seguire la tua Pagina professionale, ricevono gli aggiornamenti sui tuoi contenuti personali.

Beh, non è detto che i tuoi clienti debbano sapere tutto, ma proprio tutto, di te. E diciamocelo, a poco serve spostare la privacy da “tutti” ad “amici”, se poi di contatti ne hai un migliaio. La scelta su cosa far sapere di te avviene a priori: quando clicchi sul tasto “pubblica”, non sai il contenuto dove andrà a finire e che idea potranno farsi di te le persone che lo troveranno.

Quando pubblichi sui Social Media, che sia per diletto o per lavoro, devi sempre tenere presente che quello che stai mettendo on line può essere visto da centinaia di persone. Molte delle quali, non avendo l’occasione di frequentarti nella vita reale, hanno la possibilità di farsi un’opinione sulla tua personalità direttamente attraverso ciò che pubblichi, che scrivi e che condividi.

 

Siamo ciò che pubblichiamo?

Prima di pubblicare qualcosa, pensa se quello che stai mettendo on line è coerente con la tua immagine professionale.

Ti faccio un esempio molto pratico. Mi è successo, parecchio tempo fa, di avere l’amicizia su Facebook con un professionista del settore educativo che condivideva contenuti che bullizzavano alcune categorie sociali. La leggerezza con cui utilizzava il suo profilo personale ha condizionato inevitabilmente la mia opinione sulla sua professionalità.

Allo stesso modo, il bello dei Social Media è proprio quello di darti la possibilità di conoscere ed interagire con persone che incontri raramente. E se ciò che pubblicano ti piace, inevitabilmente la tua opinione su di loro è positiva, anche se le frequenti poco nella vita reale.

Volente o nolente, possiamo dire che ciò che pubblichi in qualche modo influisce sull’idea che le persone si fanno di te, anche professionalmente.

 

Le bugie hanno le gambe corte?

TI è mai successo di conoscere una persona nella vita reale, e di notare che ciò che pubblica sui social non è coerente con quello che sai?

A me sì. Sarà che abito in un piccolo centro, dove ci conosciamo quasi tutti. Ogni tanto vedo persone che conducono una vita assolutamente normale e che poi hanno profili lifestyle che manco Chiara Ferragni. Ecco, a me questo atteggiamento suscita un sorriso bonario di simpatia. Non c’è nulla di male a mettere un po’ di sale nella tua immagine social, se ti piace.

Diventa un problema quando, con questo “sale”, vorresti far credere altro. O vendere uno stile di vita che ritocchi come le maniglie dell’amore su Photoshop.

Ma questo è un discorso più lungo! 😉

 

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E se devi parlare in pubblico in un’altra lingua?

Immagina di dover parlare in pubblico in inglese, o comunque in un’altra lingua. E’ una cosa che, la prima volta, mette i brividi.

Parlare in pubblico è sempre particolarmente emozionante. E farlo in un’altra lingua può essere una vera e propria prova di abilità. Potresti sentirti insicuro perché temi di non comprendere la domanda di un interlocutore. Oppure di non riuscire a gestire con padronanza la situazione.

 

Scrivi il discorso ma non impararlo a memoria

Che si tratti di un discorso in italiano o in un’altra lingua, impararlo a memoria non è mai una grande idea. E se ti sfugge un termine all’improvviso e perdi il senso del discorso?

Meglio scrivere tutto ciò che vuoi dire, ma poi lasciare che il discorso fluisca liberamente. Una buona strategia è quella di appuntare su un foglio i termini tecnici o le parole chiave (in lingua, naturalmente) che dovrai pronunciare. In questo caso, gli appunti avranno una duplice funzione: da una parte ti aiuteranno a non dimenticare i punti più importanti del tuo discorso, come una scaletta. Dall’altra parte, ti sentirai più sicuro nel poter sbirciare gli appunti quando quel termine sfugge alla memoria.

Non pensare di poter gestire la situazione con la stessa padronanza della tua lingua madre

Premettere che non è un’esperienza facile, che ci saranno dei limiti oggettivi, è già un passo avanti. Non avrai la stessa sicurezza e padronanza della lingua con cui sei cresciuto e che parli quotidianamente, a casa, al bar e a lavoro, e di cui conosci ogni sfumatura, lessicale e culturale.

Partire con un’asticella di aspettative più bassa ti metterà a tuo agio, più di quanto pensi.

Prima di iniziare a parlare, se le circostanze lo permettono, ammetti  verso il pubblico questa difficoltà: lo renderà più clemente nei tuoi confronti e più disponibile all’ascolto.

 

Abbi fiducia nelle tue espressioni

Ma capiscono quello che dico?

Quando comunichi in lingua straniera non sai bene se la tua pronuncia è giusta.

Cancellare un accento è davvero difficile. Visto che la capacità di assorbire una lingua (al punto da cancellare l’accento straniero) è in parte dovuta a un fattore genetico, molto vicino al principio del cosiddetto “orecchio assoluto” dei musicisti, tanto vale lasciarsi andare. E accettare che il pubblico ti ascolti parlare con la stessa esterofilia con cui sentivamo Heather Parisi o con cui i tedeschi ascoltavano parlare Trapattoni.

E’ vero, noi italiani, poi, parliamo molto coi gesti, con la mimica e con l’atteggiamento del corpo.  Senza esagerare, ma lasciando fluire l’italianità che è in te, questa caratteristica aiuterà chi ti ascolta a comprendere ancora meglio il concetto che desideri esprimere.

 

Quando sei lì, lascia andare libera la mente

C’è un processo mentale, che riguarda l’apprendimento delle lingue, che mi ha sempre affascinato. Si chiama monitor, ed è l’incapacità di lasciarsi andare per paura di sbagliare. Ecco, il tuo monitor lascialo a casa.

Non avere vergogna o paura di sbagliare. Un verbo inesatto o una parola pronunciata non perfettamente – se sei straniero – te li perdonerebbe chiunque. E se non te li perdoni tu, stai perdendo un’occasione straordinaria: quella di aprire nuovi canali di comunicazione, culturali e sociali. E di metterti alla prova con un’impresa che man mano che vai avanti, ti esalta e ti fa sentire fighissimo. Quando avrai finito non vedrai già l’ora di ricominciare. 

 

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Perché è bello imparare a fotografare

Sette anni fa, in vista di un viaggio in una natura spettacolare, acquistai la mia prima fotocamera bridge. Era una macchina fotografica che mi permise, da neofita, di portare a casa delle foto piuttosto belle. In quell’occasione esplose la mia passione per la fotografia: era la mia “meditazione camminata” alla ricerca della bellezza.

Quando nacque mia figlia abbandonai la fotografia perché non avevo più tempo (e voglia, e pazienza) per “meditare”: per fotografare ci vuole tempo, cura e attenzione, e io ero frustrata perché non riuscivo più a fare una foto che mi emozionasse. E poi, con un cellulare fai subito, e l’immagine la tieni lì a portata di mano tutte le volte che vuoi.

 

Ricominciare da zero

Qualche settimana fa ho chiesto ad un amico di aiutarmi a ritrovare la passione e l’”occhio” che avevo perso. Il mio amico si chiama Gianluca Di Fazio, è un fotografo professionista specializzato in foto sportive e racconti per immagini. Un bravissimo fotografo che, come uno sherpa, mi sta riportando sul sentiero della passione fotografica. Perché è così: puoi anche fare foto tecnicamente perfette, ma se il tuo stato d’animo è corrotto da qualche brutto pensiero, hai fretta o sei stanco, tutto questo si evincerà dal risultato finale.

Questa è la prima cosa che mi ha spiegato Gianluca quando, durante un aperitivo che era quasi una seduta psicanalitica, parlavamo dei motivi per cui volevo riprendere in mano la macchina fotografica.

Quando ti approcci a qualcosa di nuovo, è sempre meglio incominciare da zero. Re-imparare qualcosa che sai fare male o da autodidatta, è un percorso ancora più difficile: devi fare tabula rasa di tutti i preconcetti e le idee che avevi assimilato (male) precedentemente, prima di cominciare ad acquisire le nuove informazioni.

Però è questo l’unico modo per correggere gli errori dell’autodidatta.

E poi, bisogna affidarsi completamente a un professionista, senza farsi troppe domande.

 

L’importanza dei particolari

I nostri incontri hanno fuso teoria e molta, molta pratica. Tante foto, sia insieme che in solitaria, seguendo istruzioni ben precise su temi, soggetti, tempi e stile di lavoro.

Il motivo per cui consiglio di imparare a fotografare, che sia per piacere o per lavoro, è che la fotografia è un vero e proprio esercizio di alternanza, tra regole e creatività.

E’ un modo di allenarsi a portare attenzione verso i particolari. E questo, nella vita, è davvero importante. Ci soffermiamo sempre troppo sull’insieme, sul quadro generale. Capire l’importanza del dettaglio è un esercizio che aiuta anche nelle relazioni interpersonali, nei processi decisionali e nel lavoro, qualunque esso sia.

Ho imparato che un dettaglio può cambiare completamente il significato della foto. A volte, basta solo spostarsi,  modificare la prospettiva, per dare un’intensità diversa all’immagine e raccontare un’altra storia.

 

Impari a raccontare storie

E’ proprio così, impari a raccontare storie.

Una bella foto  non è una bella cartolina, come sostiene Gianluca. Una foto non significa riprodurre un’immagine, ma imprimere un momento. Significa raccontare una storia. Attraverso i dettagli, l’immaginazione, le prospettive, la luce, e così via. Il soggetto della foto diventa un ponte universale, in grado di aprire più strade e di creare più chiavi di lettura: la tua e quella di chi la guarda.

Ed è per questo che è un atto completo e creativo. Perché è comunicazione in continua oscillazione: coinvolgente e capace di creare percorsi di immaginazione.

 

Impari a immaginare

La foto non nasce dalla scena che guardi. Nasce prima nella tua mente.

E la capacità del fotografo è quella di scattare proprio quella immagine che ha nella testa.

E’ un’arte. Ecco perché  è una cosa bellissima, che permette di sviluppare a livelli inverosimili la capacità di astrazione, immaginazione e creatività.

Una creatività circondata dalle regole.

Ed ecco perché è importantissimo per un professionista della creatività imparare a fotografare. E’ come andare in palestra per un culturista.

Inoltre, dalla mia esperienza personale, la fotografia è anche un esercizio di pazienza. E’ come l’appostamento per il cacciatore: con un lavoro di immaginazione, progettazione e attesa, crei lo scatto giusto per te.

 

Cinque romanzi per fare il giro del mondo

Quante volte un romanzo ti fa venire voglia di viaggiare, di andare proprio sul luogo che racconta? A me succede molto spesso, e per l’appuntamento estivo con il post sui consigli di lettura, stavolta ho pensato di suggerire cinque libri che raccontano sì delle storie – vere o romanzi – ma che in qualche modo fanno viaggiare.

E se poi, durante questa estate sei diretto in uno di questi posti, magari il libro può darti qualche spunto per mostrarti la tua meta anche da altri punti di vista.

 

Stati Uniti d’America

Io Confesso di John Grisham

Il romanzo racconta di un viaggio on the road dal Kansas al Texas di due personaggi antitetici, un reverendo e un detenuto in libertà vigilata, in una corsa contro il tempo per fermare la condanna a morte di un ragazzo innocente. E’ un libro che mi è piaciuto molto perché racconta la pena di morte, l’antitesi tra il sistema giudiziario e quello umano e racconta uno spaccato di America ancora influenzato dalla razza e dalla ragione sociale.

 

New York

A Volte Ritorno di John Niven

Un romanzo ironico e divertente che porta a riflettere con leggerezza. Cosa accadrebbe se oggi Gesù Cristo ritornasse sulla Terra, e in particolare a New York? Secondo l’autore, Gesù potrebbe trovare nuove strade per evangelizzare, senza escludere la possibilità di diventare una popstar. Una frase racchiude tutto il punto di vista del nuovo Messia: “La Bibbia è quasi tutta una scemenza. Cercate di ricordarvi questo: fate i bravi!

 

Napoli

Fuoco su Napoli di Ruggero Cappuccio

Un romanzo crudo e struggente che racconta l’anima intensa di Napoli, il palcoscenico della vita, attraverso il suo simbolo: il vulcano. La caldera dei Campi Flegrei sta per esplodere, la città sta per essere invasa da acqua e fuoco. Ed è così che si sviluppa un intreccio fatto di speculazione, amore e morte. Tra apocalisse e speranza.

 

Parigi

Ninfee Nere di Michel Bussi

A meno di un’ora da Parigi c’è un paesino di appena cinquecento anime, Giverny. Reso famoso da Monet e dai pittori impressionisti, secondo Bussi questo luogo incantato nasconde un’anima nera. A te scoprirla nella lettura. Quello che posso dirti è che, se non hai già un biglietto per Parigi, dopo aver letto questo libro sentirai fortissimo il desiderio di passeggiare nelle campagne della Normandia e fare un salto all’Orangerie.

 

Asia

Nanga di Simone Moro

Sicuramente il Pakistan non è una delle mete estive più gettonate ;), però la storia di Simone Moro e della “sua montagna”, il Nanga Parbat, una delle vette più alte e impervie del mondo, merita di essere letta. Perché è un libro che racconta l’Himalaya ada diversi punti di vista: non solo quello degli alpinisti, di come si organizza una spedizione sportiva dall’altro capo del mondo, ma anche di come le popolazioni locali vivono ad alte quote seguendo il ritmo delle stagioni e adeguando le attività locali alle necessità degli alpinisti. E poi è interessante scoprire come si vive diversi mesi in un campo in attesa che la montagna accetti di essere scalata.

 

 

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Coltivare l’intelligenza emotiva in piccoli passi

La scorsa settimana, nell’ambito di un percorso di formazione, ho avuto l’occasione di visitare una scuola che mi ha lasciato una bellissima sensazione. Si trattava di un liceo di recente realizzazione, e ho apprezzato con piacere alcuni aspetti che mi hanno fatto riflettere sul ruolo della scuola nella società. La scuola  sta alla società come la cera sta alla candela.

Ciò che mi ha colpito maggiormente di questo istituto è stata l’attenzione riservata alla cura e allo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva degli studenti, attraverso delle attività didattiche integrative che mettevano in risalto empatia, creatività e valori.

Ecco perché mi ha ispirato un articolo dedicato all’Intelligenza Emotiva, facoltà che ognuno di noi dovrebbe coltivare nel lavoro e nella vita privata per sviluppare attitudini positive nelle relazioni e nella creatività. Relazionarsi in modo propositivo ed empatico significa valorizzare se stessi e gli altri, accrescere le doti comunicative e ridurre le tensioni.

E’ la base del Team Building, ma non bisogna necessariamente essere una squadra per cominciare. Prestando più attenzione a cose che fai ogni giorno, puoi migliorare il tuo modo di vivere e di relazionarti agli altri.

Essere più sereno e in equilibrio con te stesso, comunicare in modo chiaro e deciso, immedesimarti nell’altro, sono azioni e reazioni che innescano meccanismi positivi e creano ponti. Sono la chiara lettura di autostima e di benessere personale, perché chi è frustrato o arrabbiato tende a sminuire o ad aggredire.

Guarda qui!

 

Parti dall’Ascolto Attivo

L’ascolto attivo è una delle cose più difficili da fare. Ascoltare l’altro non significa sentire cosa ha da dirti, ma cercare di immedesimarti nelle sue emozioni e sensazioni nel momento in cui ti parla. Anche la posizione fisica che assumi durante la conversazione ha la sua importanza. Aprirti completamente all’altro, anche attraverso una postura accogliente e disponibile,  seguendo i suoi gesti, ti permette di sentirti più vicino e connesso.

 

Ti piace fare cose nuove?

Ne abbiamo parlato anche in un articolo dedicato alla zona di comfort. Essere propositivi ed attivi apre a nuove possibilità e a nuovi confronti.

Non pensare a cose enormi: non è detto che devi fare un viaggio o cambiare sport per portare una ventata di novità nella tua vita. Anche azioni quasi impercettibili, come cambiare bar in cui fai colazione o andare a lavoro a piedi anziché in auto, ti permette di fare nuove esperienze ogni giorno e di scoprire punti di vista diversi. E’ un allenamento a non aver paura verso le novità e stimola la creatività e la fantasia.

 

Leggere le emozioni, riflettere su ciò che succede

Leggere e scrivere. Anche questo è un dettaglio approfondito in più occasioni. Leggere permette di immedesimarsi nei protagonisti delle storie e sviluppa l’empatia. Aiuta a sentire con il cuore ciò che provano gli altri, come i personaggi di un libro, ed è un allenamento che si riflette nella vita reale quando hai a che fare con gli altri.

Scrivere è l’altra faccia dello specchio. Scrivere una storia, un diario o delle lettere personali, ti mette in contatto con la parte più intima di te stesso. Ti permette di analizzare, capire e portare fuori le emozioni. E aiuta a razionalizzare e riflettere con più chiarezza. Inoltre, scrivere è un modo per stimolare la capacità di comunicazione, uscendo dalla solita progressione di chat, email e post che rappresentano il perimetro quotidiano della scrittura e delle relazioni.

 

Ridere è sinonimo di intelligenza

Che sia vera o falsa, all’organismo non importa. Percepisce la risata come un effetto positivo. Per cui, ridere di più significa portare in circolo ormoni di benessere e sciogliere le tensioni. Inoltre, la risata ha la capacità di unire le persone, favorendo la condivisione e la complicità. Anche nelle situazioni di ostilità.

Uscire dalle quattro mura per vedere come vanno le cose fuori

Se ne dicono molte sulla “zona di comfort“. Io me la sono sempre immaginata come quel divano sformato e morbido su cui puoi sonnecchiare, guardare la tv e mangiare cibi unti  senza dover dare conto a nessuno e senza sentirti in colpa. E si sa, nella vita tutti abbiamo bisogno di un divano così.

Certo, non per passarci le giornate.

 

Nelle piccole attività la zona di comfort può essere paura di sbagliare

Succede che, quando lavori da tanto tempo nella stessa attività, ti trovi ad affrontare le stesse situazioni e le stesse problematiche. Dalla mattina alla sera. Hai a che fare con persone, esigenze, richieste, protocolli, pensieri identici o similari. Ogni giorno, per mesi e per anni.

Senza mai mettere il naso al di fuori del tuo ufficio o della tua attività, compi sempre gli stessi passi: quel problema si risolve in quel modo perché una volta quella strategia ha avuto successo e quindi non si cambia. Oppure, i clienti sono abituati a quel tipo di servizio e non si fa altrimenti, per timore che possano andare altrove o che non piaccia una novità. O non cerchi di cambiare, perché così ti hanno insegnato a fare.

La zona di comfort si manifesta anche come il timore di confrontarsi con chi fa il tuo stesso mestiere, perché parlare con i concorrenti può essere frustrante o controproducente. 

Un’occasione di confronto su tematiche comuni e opportunità di crescita, non la percepisci come un’opportunità per scoprire qualcosa di nuovo per il tuo settore, ma come un rischio. Di svelare “segreti”. O di scoprire che il tuo concorrente riesce a cavarsela meglio di te in alcuni ambiti.

Però, il vero rischio della zona di comfort, o timore di provare nuove strade, è quello di non crescere e non provare a migliorarti. Se non ti prendi mai il rischio di confrontarti o cambiare, continui a lavorare senza sviluppare nuove strategie e nuove prospettive.

E’ come fare una corsa podistica ad occhi chiusi, senza sapere cosa stanno facendo i tuoi concorrenti e dov’è il traguardo.

 

Apri la porta ed esci a fare due passi

A volte, il lavoro prende davvero tutte le ore della giornata, e ci sono poche occasioni di mettere il naso fuori.  Però, alla lunga, è come vivere in una stanza con le finestre chiuse: non circola più aria, non circolano più idee nuove. 

Cerca il confronto e parla con chi fa il tuo stesso lavoro. Rimetti in circolo le idee, la mente, prova nuove strategie. Insomma, alzati da quel divano e prova anche a sbagliare.

In ogni caso, metterai di nuovo in circolo l’adrenalina, il pensiero, il ragionamento e avrai l’occasione di scoprire che, forse, ci sono più soluzioni per arrivare allo stesso obiettivo. Cerca il confronto, nuovi spunti, nuove avventure e nuovi punti di vista.

Ti sembrerà di essere più creativo, e di avere più energia e più idee. Ed è proprio così.

Perché i genitori dovrebbero essere più smart dei nativi digitali

Ricordate quando eravamo ragazzini e uscirono i Tamagochi?

Erano dei giochini elettronici in cui ci si doveva prendere cura di un cucciolo virtuale, dandogli da mangiare, facendogli le coccole e lasciandolo dormire, altrimenti sarebbe morto. Molti gridarono allo scandalo, e il Tamangosci, come venne denominato, fece più clamore di quante furono effettivamente le conseguenze.

Dopo un boom iniziale, i bambini si stufarono dei loro cucciolotti virtuali e tornarono ai vecchi giocattoli. E la stessa cosa avvenne, poco più di un anno fa con l’applicazione dei Pokemon: nei primi giorni tutti a fissare lo schermo del telefono alla ricerca di questo o quel mostriciattolo. Dopo appena poche settimane nessuno se ne ricordava più. Questo per dire che, a volte, ci fasciamo la testa troppo presto. O siamo troppo morali, o troppo libertini.

 

Come per tutto, la verità sta nel mezzo

Saper utilizzare la tecnologia non significa essere in grado di gestirla.

Il mondo digitale è un mondo infinito, in continuo cambiamento, anche per noi che ci lavoriamo. Per quanto puoi conoscerlo, puoi avere dei punti fermi che possono cambiare in qualsiasi momento.

Noi genitori in merito alla tecnologia tendiamo ad avere due tipi di atteggiamenti completamente discordanti: ci sono quelli che “è solo un gioco” e altri che “non sia mai”. I primi sono quelli che lasciano ai bambini libero accesso a smartphone e tablet senza controllo e senza regole perché, per primi, non ne avvertono il pericolo.

I secondi sono quelli che, al contrario, non permettono ai bambini di approcciarsi alla tecnologia in alcun modo, come se tenerli lontani fosse un modo per risolvere a priori il problema.

 

L’educazione comincia dai primi anni

Tecnologia e bambini: un binomio che non possiamo ignorare.  Ed è per questo che l’educazione digitale deve andare di pari passo con le altre, con limiti e regole fin dai primi anni.

Se fosse per i bambini o per i ragazzi, mangerebbero ogni giorno pizza e patatine fritte. Però un genitore sa che deve incominciare subito ad educare un figlio ad una dieta che comprenda alimenti sani e nutrienti. Pur scontrandosi con la ritrosia verso la frutta e le verdure.

Allo stesso modo, non c’è nulla di male – anzi – se ogni tanto si sgarra con la dieta e ci si concede un bel piatto di patatine fritte o una dose doppia di cioccolata.

Per insegnare ai ragazzi, credo che sia importante partire dall’esempioSe riempio il mio piatto con le patatine fritte e nel piatto di mia figlia metto carote e cavoli, è molto difficile che lei accetti di mangiare il suo bel piatto di verdure!

Se lasciassimo fare ai bambini, forse passerebbero le giornate su YouTube o sui videogiochi. Allo stesso modo, se siamo noi genitori i primi a stare sempre con gli occhi sul cellulare, è facile che nostro figlio si comporterà di conseguenza. 

Come genitori, insegniamo ai nostri figli ad attraversare la strada, a non fidarsi degli sconosciuti, a rivolgersi ad un poliziotto se si perdono. Ecco, la figura genitoriale oggi non può prescindere, a mio avviso, da un nuovo tipo di educazione: l’educazione digitale.

 

I genitori dovrebbero essere più informati dei nativi digitali sulla tecnologia per aiutarli a fare gli “anticorpi”

Non si può lasciare un bambino nella preistoria, non facendogli accendere un pc e non permettendogli di sviluppare un intuito digitale. Perché il web esiste, fa parte della nostra vita e farà parte della sua, inevitabilmente.

Quel bambino ha bisogno di creare gradualmente la sua esperienza, la conoscenza e gli anticorpi per imparare a muoversi nel mondo digitale.

Il computer e lo smartphone sono presenti in casa come un televisore o un ferro da stiro. Se insegno a mio figlio che il ferro da stiro non va toccato sulla zona rovente non si farà del male. Se ignoro il problema facendo finta che non esista, prima o poi la sua curiosità lo spingerà a toccarlo, e si ritroverà con una scottatura.

E la stessa cosa potrebbe succedere con il web: se insegno a mio figlio come muoversi on line, se formo la sua educazione digitale nel rispetto delle regole, dei confini e del rispetto della privacy posso riuscire ad evitare che succedano cose spiacevoli.

Ma questo presuppone una cosa: che io non sia soltanto capace di utilizzare la tecnologia, ma di capirla, interpretarla e di gestirla.

Nessuno ha la verità in tasca e nessuno è il genitore perfetto. Però su una cosa possiamo concordare, ed è che la conoscenza rende liberi. E conoscere le cose significa essere in grado di capirle, affrontarle e gestirle nel modo che riteniamo migliore per noi e per i nostri ragazzi.