Oltre al Curriculum c’è di più!

Uno dei post più letti del blog è quello che riguarda i Curriculum, in cui c’è qualche consiglio su come scrivere un CV che abbia personalità.

Il Curriculum, però, non è il solo modo per farsi notare. Un giovane professionista, o uno studente che ha ben chiaro il percorso lavorativo che intende intraprendere, dovrebbe iniziare a tracciare da subito la propria storia on line. Infatti la reputazione on line non si costruisce velocemente: c’è bisogno di tempo. Però, mettendo ogni giorno un mattone, è possibile fin da subito iniziare a farsi un “nome” su un determinato argomento.

Inizia a pensare “in grande”

Visto che hai deciso “cosa vuoi fare da grande”, anche se non hai ancora iniziato a fare colloqui o a cercare i primi clienti, puoi investire il tempo nel mettere in linea i primi “mattoni” della tua reputazione on line.  Non è mai troppo presto per iniziare ad associare il tuo nome a dei contenuti che dimostrano interesse, coinvolgimento e personalità verso la tua materia o il tuo settore.

Ecco due modi per iniziare a creare la tua reputazione on line (anche se stai ancora studiando).

 

Frequenta i Social adatti a te

Da LinkedIn, prima o poi, dobbiamo passarci tutti. Quindi, meglio togliersi il pensiero!

E’ il social serio, quello dedicato ai professionisti e al mondo del lavoro, in cui puoi aggiornare e far confermare le tue competenzeLinkedIn è utile per capire come comunica il tuo settore, chi sono i “leader”, quali sono gli argomenti che tirano di più.

Cerca anche altri social adatti alla tua professione, anche quelli meno popolari. Ormai, ce ne sono tantissimi dove puoi iniziare a “farti un nome” ed esprimerti con maggiore libertà. Se vuoi lavorare nel campo della creatività puoi trovarti a tuo agio su Pinterest, per esempio. Dove puoi postare contenuti in cui proponi il tuo punto di vista e confrontarti con chi lavora già nel tuo campo.

E poi, non sottovalutare l’importanza dei gruppi professionali. Ce ne sono su molti social, da LinkedIn a Facebook, e sono importanti per iniziare a capire quali sono le discussioni più calde del tuo campo. Frequentandoli, puoi cominciare a capire come ragiona un professionista del tuo settore e quali problematiche ti troverai ad affrontare una volta che entrerai nel mondo del lavoro.

E poi, nei gruppi puoi “rubare” qualche trucco o strategia a chi ha già esperienza. E che ti torneranno utili quando inizierai a fare sul serio!

 

Crea contenuti che riguardano il tuo campo

Se vuoi cominciare a fare sul serio, puoi legare il tuo nome a contenuti che riguardano il tuo settore.

Inizia scrivendo degli articoli. Questi articoli saranno collegati al tuo nome quando lo cercherai su Google e sugli altri motori di ricerca.

Per farlo, puoi intraprendere due strade.

Puoi aprire un blog tutto tuo, in cui parlare della tua esperienza e formazione professionale.

Nel tuo blog sei il padrone di casa, quindi puoi scegliere tu di cosa parlare e offrire il tuo punto di vista su ciò che ami e in cui intendi specializzarti.

Forse tra qualche anno, rileggendo i tuoi articoli, potrai scoprire che su qualche aspetto hai cambiato idea o che ti eri lasciato andare a qualche ingenuità. Ma non importa, perché cambiare idea – soprattutto quando si è ancora in formazione – è possibile. E a volte anche auspicabile! 😉

Se un blog tutto tuo è un impegno troppo gravoso, quello che puoi fare è contattare blog e siti di settore, offrendo degli articoli firmati di tuo pugno.

In questo modo non sarai obbligato a gestire uno spazio che necessita di un piano editoriale e delle scadenze. E potrai dedicarti a questa attività solo quando hai tempo per fare ricerche approfondite e desiderio di prendere in esame un argomento nuovo.

In ogni caso, inizia prima che puoi a darti da fare per lasciare on line delle tracce della passione per quello che sarà il tuo lavoro. Anche se sei ancora in fase di formazione. Queste orme, al momento giusto, diventeranno la traccia da seguire per sapere chi sei, qual è la tua formazione e le tue competenze.

Come comunica il Network Marketing

Hai presente la pubblicità in televisione di quei coltelli giapponesi che tagliano tutto? Ecco, io la trovo ipnotica. Quando la becco, non riesco a cambiare canale. Che siano coltelli o altro, quando mi capitano sotto tiro queste pubblicità io rimango a fissare lo schermo per alcuni minuti.

Un’altra cosa che mi ipnotizza, sui social, sono i post dedicati al network marketing. Anche qui, che si tratti di un regime dimagrante o di cosmetici, cambia poco. I post, a seconda del sistema di riferimento, sono tutti molto simili.

Dal momento che il network marketing si è spostato dalle case ai social media per la creazione della rete di contatti, credo sia interessante analizzare come funziona la strategia di comunicazione di molti di loro sui social.

 

I networker sono considerati microinfluencer

Gli utenti del Network Marketing si pongono come microinfluencer del prodotto stesso o del sistema. Sono loro stessi a presentarlo e a raccontarne le caratteristiche attraverso immagini della loro vita lavorativa come networker.

I clienti del networker possono essere invitati, a loro volta, a fotografarsi e a parlare del prodotto che stanno utilizzando e a condividere i risultati.

Alcuni network si avvalgono della collaborazione di Influencer (personaggi famosi della TV o del web) per promuovere i prodotti su social come Instagram e Facebook. Gli Influencer si ritraggono come fruitori del prodotto o lo posizionano “casualmente in bella vista” in immagini che raccontano di altre esperienze.

 

Lo Storytelling come strategia di comunicazione

Attraverso i profili, i networker raccontano la loro relazione con il prodotto, l’azienda e con le proprie ambizioni. I contenuti pubblicati sui social sono in genere di tre tipologie:

  • Il momento in cui il networker lavora o utilizza il prodotto. In genere si tratta di momenti in cui la gente normale non lavora (in palestra o in salotto davanti alla TV), a sottolineare la facilità con cui si può guadagnare attraverso il network.
  • I momenti di aggregazione aziendale, i meeting e le trasferte, l’incontro con gli Influencer o microinfluencer di riferimento.
  • I propri sogni, raggiungibili attraverso il raggiungimento di livelli superiori.

Più raramente il prodotto viene proposto in modo più classico, descrivendone caratteristiche e prezzo.

 

Il messaggio viene ripetuto come un mantra

La pubblicità dei coltelli giapponesi e i post del network marketing hanno una cosa in comune: la ripetizione del messaggio.

Facci caso. La comunicazione sui social media dei networker hanno un tono di voce entusiastico e ricco di emoji. La ripetizione del messaggio viene veicolata attraverso gli utenti che fanno parte del network. Pubblicano lo stesso genere di immagini e didascalie, con un’alta frequenza.

 

E quindi?!

Questo articolo non vuole né assolvere e né promuovere il network marketing. Esistono realtà come Avon, che si fondano da tempo immemorabile sul marketing di livello. E altre realtà che ne sono una brutta copia.

Questo articolo vuole essere un’analisi di una strategia di comunicazione che ha delle basi interessanti e che, con i dovuti accorgimenti, si adatta al racconto di diverse tipologie di attività.

Quello su cui, personalmente, prenderei le distanze è l’ultimo punto. Un messaggio ripetuto all’infinito può avere diversi effetti: o perde completamente di significato e diventa piatto, oppure diventa ipnotico. O, ancora, diventa fastidioso, come una zanzara. 😉

E, prima di fare la fine della zanzara, ci penserei un po’…

Internet e Adolescenti: a scuola di Cyberbullismo ed Educazione Digitale

Sono già due anni che, in occasione del Safer Internet Day, vado in un istituto superiore della mia città per parlare con ragazzi di Internet, Social Media ed Educazione Digitale. Gli incontri si svolgono in presenza di psicoterapeuti che, attraverso dei giochi di ruolo, mettono in scena e stimolano discussioni sulle problematiche della vita virtuale e social.

Sono delle occasioni preziose (purtroppo ancora rare, per via di una mancata presa di coscienza del problema), perché è fondamentale che gli adolescenti siano consapevoli dei mezzi che utilizzano costantemente durante la loro giornata. Rispetto all’esperienza dello scorso anno, ho notato con piacere che i quindicenni sono un po’ più informati rispetto alle insidie e alle potenzialità del mondo virtuale. Certi aspetti del mondo Social rimangono ancora un mistero, ma solo perché non si pongono delle domande su determinati meccanismi.

Negli incontri cerchiamo di stimolare i ragazzi a porsi alcune domande chiave. Le riporto qui, così, se ti va, puoi provare a parlarne con tuo figlio a tavola o in un momento di relax. E confrontarti con lui quello che è il suo mondo, e anche il tuo.

 

Perché Facebook, WhatsApp e Instagram sono gratuiti? 

Capire il meccanismo commerciale che si trova alla base dei Social e delle chat permette di essere consapevoli del fatto che, ogni volta che interagiamo nella rete, lasciamo una scia di dati sensibili. E’ quindi importante proteggere – nei limiti del possibile – la nostra privacy.

E’ interessante confrontarsi sulle clausole di accettazione che sottoscriviamo quando ci iscriviamo ai Social Media (che nessuno legge mai). Queste regole le accettiamo pacificamente senza darci troppo peso, salvo poi saltare sulla sedia quando scopriamo quali sono! 😉

 

I Social rendono felici o depressi?

Lo scorso anno, in classe, questa domanda aveva scatenato un coro di “depresso“. Stavolta i ragazzi stanno dimostrando una maggiore capacità critica, inserendo nella discussione le loro problematiche adolescenziali.

Quando riceviamo un like o un messaggio, nel nostro organismo si mette in circolo la dopamina, che ci fa sentire bene, apprezzati e popolari. Allo stesso tempo, se non riceviamo like ad una foto, oppure se qualcuno che stiamo cercando su WhatsApp non visualizza un messaggio (o peggio, visualizza e non risponde!) subiamo uno stress.

“E’ sbagliato stare ad aspettare un messaggio?” ha chiesto uno degli studenti.

No, purché non diventi una dipendenza. Sicuramente, in un periodo come l’adolescenza non è facile tenere le due cose distaccate.

Siamo stati tutti accanto al telefono per ore, ad aspettare “quella telefonata“. Controllando, di tanto in tanto, se la linea era libera o c’era campo. Oggi, la stessa trepidazione si è spostata su WhatsApp, Messenger e tanti altri canali di comunicazione.

Ogni cosa va valutata con il giusto peso, senza confondere le pene d’amore con la dipendenza da smartphone. Ma senza abbassare la guardia!

 

Hai mai inviato a qualcuno immagini private?

La pratica di inviare foto private ad amici o fidanzati è qualcosa su cui soffermarsi a parlare. Perché la foto, una volta inviata o postata, “si perde” nella rete e non è più possibile rientrarne in possesso.

Una foto che ritrae una persona in un momento privato o in una situazione imbarazzante potrebbe essere inviata ad altri dal destinatario, oppure potrebbe essere messa in rete. In ogni caso, la foto potrebbe saltare fuori al momento sbagliato. Magari anni e anni dopo, creando qualche problema sul lavoro o nella vita privata.

Ecco, su questo bisogna stare attenti. Una foto è per sempre, l’amore no.

Quello che oggi è il tuo amico o il tuo ragazzo, potrebbe non esserlo più tra qualche giorno, mese o anno. Però quella persona ha in mano delle foto o dei video che riguardano la tua sfera privata e che potrebbe utilizzare contro di te.

 

Hai mai inviato ad altri foto o video di un amico senza questo ne fosse consapevole?

Il cyberbullismo è una piaga molto sottile. Ci sono episodi  violenti e intenzionali, che si esasperano con i social media e le chat. Che rendono impossibile la vita del ragazzo e che comprendono diffamazione, minacce, violenza psicologica ed esclusione.

E poi, ci sono episodi di cyberbullismo che non nascono in modo non intenzionale, ma per superficialità o goliardia. Come uno scherzo filmato e messo su un gruppo, che in breve fa il giro degli smartphone del paese. E la cui diffusione può dare fastidio o problemi all’interessato.

Per questo, è importante capire che puoi diventare “cyberbullo” anche se a quella persona vuoi bene ed è un tuo amico.

E cioè, quando passi il limite e, anche se per leggerezza, diffondi un contenuto che espone quella persona ad una presa in giro o ad una situazione spiacevole. E quando ricevi un contenuto derisorio o privato e decidi di farlo girare. Anche in questi casi stai contribuendo ad un atto di cyberbullismo.

Secondo la maggior parte dei ragazzi che erano all’incontro, il cyberbullismo non è un reato, ma un danno morale. Invece il cyberbullismo è proprio un reato punibile per danno morale, biologico ed esistenziale. La responsabilità del danno, inoltre, può ricadere anche sui genitori o sull’istituzione scolastica.

 

Internet è bello: usalo con leggerezza, non con superficialità!

Naturalmente queste domande sono solo la punta di un iceberg che portano a un confronto più profondo, come l’adescamento, il gioco on line e così via. Questo genere di incontri andrebbe organizzato con maggiore frequenza, a partire dai ragazzi, per finire con gli adulti.  Sia come genitori che come utenti. Perché il mondo virtuale è nel mondo reale. E, come si può capire, la linea di confine è facile da valicare.

Capirne i meccanismi e le reazioni è un modo per imparare a vivere meglio e limitare i rischi, prendendosi il bello che la rete può dare.

Cinque cose che devi sapere su Facebook

Ho sempre pensato di volerne parlare sul blog, ma allo stesso tempo qualcosa mi ha fermata. Lo spunto arriva dopo aver letto le parole di un ex vicepresidente di Facebook, che accusa l’azienda di aver creato un circuito di dipendenza sociale.

La risposta ufficiale di Facebook ammette il problema.

Fin da quando, per lavoro, ho iniziato a capire meglio i meccanismi di Facebook, ho cercato di trasmettere agli altri una consapevolezza maggiore dell’utilizzo che se ne fa. E l’ho fatto per un motivo molto chiaro: mi sono subito resa conto dell’ingenuità con cui si forniscono alla rete dati personali, informazioni e notizie che non diremmo neanche al nostro migliore amico. E delle reazioni emotive agli stati e ai commenti.

Con questo post voglio condividere ciò che ho capito in questi anni di interregno tra realtà e social media: che i social non sono da demonizzare, ma va modificato il nostro approccio verso di loro.

Ho cercato di riassumerlo in cinque punti, anche se ce ne sarebbero molti altri di aspetti da considerare.

 

Facebook non è gratis

In aula, mi ritrovo spesso a fare questa domanda “Come mai Facebook, WhatsApp, Messanger sono gratuiti?”. La maggior parte delle volte, mi guardano come se non si fossero mai posti una domanda del genere. Allora incalzo. E’ possibile che vi offrano un servizio senza chiedere nulla in cambio?”

La risposta è semplice: questi servizi non sono gratuiti.

La moneta che è sul piatto dello scambio sono i nostri dati personali, i gusti, gli hobby, il modo in cui trascorriamo il tempo libero, chi frequentiamo e chi conosciamo, i nostri figli, i nostri genitori, il lavoro, le opinioni politiche e religiose, gli ideali, le ansie, le paure. I nostri sogni. Tutto ciò che noi crediamo di condividere con i nostri amici, parenti, conoscenti. I dati che forniamo ai Social, inconsciamente o consciamente, attraverso le nostre interazioni.

In genere, a questo punto, qualcuno si indigna e dichiara che non ci sta. “E lasceresti Facebook, WhatsApp, Messanger in questo stesso momento?”

Vogliamo essere sempre più connessi, vogliamo il nostro “circolo di dopamina” quotidiano, vogliamo sapere cosa fanno i nostri contatti, ma non cacceremmo un euro, se fosse a pagamento.  Ma i dati personali, quelli sono gratis. E li forniamo, senza farci problemi su dove andranno e a cosa serviranno.

 

Facebook serve a mantenere vive le relazioni

I Social Media sono divertenti e utili. Se penso ai vantaggi di Facebook, mi viene subito in mente che non avrei mai interagito con alcune persone se non avessi avuto la possibilità di “conoscerle” attraverso i social. Stessa cosa con gli amici e i parenti lontani, che sono addirittura oltreoceano o in un altro emisfero. In fondo, era proprio questo lo scopo iniziale di Facebook!

Un altro dei vantaggi è sicuramente a livello commerciale: piccolissime imprese hanno la possibilità di farsi conoscere ed apprezzare, proprio grazie ai social che offrono loro uno spazio in cui esprimersi. Nel “vecchio sistema” della comunicazione non avrebbero avuto la forza economica per poter allargare il loro giro, schiacciate da aziende con maggiori capacità di investimento pubblicitario.

In più, i social sono rilassanti: puoi sognare ad occhi aperti guardando foto di viaggi e scoprire luoghi che non sapevi che esistessero. Puoi venire a conoscenza di raccolte di crowfunding,  esperienze, eventi, letture, film e serie da vedere. Insomma, incuriosirti e conoscere cose nuove!

 

Facebook non è il mezzo per farsi un’opinione 

Il sistema è fatto in modo che ogni utente viva all’interno di una “bolla”, che gli mostra solo quello a cui  è realmente interessato.

Un esempio pratico: sulla mia bacheca non troverete mai informazioni sul calcio, perché è uno sport che mi annoia da morire. Ora, è impossibile che nel mio migliaio di contatti nessuno parli mai di calcio. Però, Facebook  sa bene che, se un giorno io aprissi la bacheca e trovassi solo post di Champions League, chiuderei l’App e non sarei tentata di tornarci.

Ecco perché è importante non fermarsi ai Social Media, ma cercare di creare le proprie opinioni, i propri pensieri e capire il mondo attraverso tutte le forme di conoscenza che abbiamo. E sono tantissime. Se il mondo reale fosse quello che ho sulla bacheca, significherebbe che il calcio non esisterebbe.  Chiaro, no? 😉

 

Facebook non è una psicoterapia

Un like non è altro che un clic su un icona. Non diamogli più valore del necessario. Non stiamo cambiando il mondo e tantomeno diventando Chiara Ferragni, se riceviamo più like su un post.

E possiamo sopravvivere anche senza, lo si evince da migliaia di anni di evoluzione umana.

Quando riceviamo un complimento o un apprezzamento, nella vita come nei social, mettiamo in circolo la dopamina, un ormone che ha il compito di farci sentire popolari, apprezzati e contenti. Ma, per ricevere sempre più like, bisogna spingere sempre più in là l’asticella dei post.

Più ci esponiamo e più riceviamo like. Perché nessuno resiste ad una foto di un bambino, un’opinione convinta  o una confidenza ben assestata.

Allo stesso modo, il continuo confronto con gli altri può portare alla depressione. Ne abbiamo parlato qui.

Lo scopo dei social è conoscerci per suggerirci un nuovo modello di smartphone, una Yankee Candle o un’ispirazione per un viaggio. Ma non possono diventare più importanti di un catalogo degli acquisti. Noi, quando ricerchiamo like mettendoci sempre più a nudo, li consideriamo molto di più di questo. I social, lo dicevamo, non sono gratis. Ma la moneta sul piatto la mettiamo noi. Siamo noi a gestire il gioco e a stabilire la posta. Sempre.

 

Facebook non è obbligatorio

C’è bisogno di pubblicare sempre dei contenuti? Qui mi tiro dietro le ire dei miei colleghi, che invece consigliano un post al giorno come se fosse la mela del medico. Io penso che si possa anche evitare di pubblicare qualcosa, se non strettamente necessario. E quando è necessario?

  • Se non hai nulla da dire, non pubblicare. Non è che ogni giorno devi uscire con una perla di saggezza.
  • Se hai qualcosa da dire, domandati quanta competenza hai in materia. E’ un’opinione consapevole o un pensiero da bar? Il mondo può fare tranquillamente a meno della tua opinione?
  • Se hai qualcosa da dire e pensi che sia rilevante, domandati quali effetti possa avere sui tuoi contatti. Tutto ciò che è positivo, in termini di condivisione di esperienze o leggerezza, pubblicalo. Per il resto, desisti.

Questo perché, e ne abbiamo parlato qui, i social possono diventare un covo di ansie, paure, ostilità, rabbia. Uno sfogatoio. Che è un atteggiamento nocivo per tutti.

Possiamo vivere con o senza social. Sono uno strumento. Che, come tale, ha poco a che fare con la nostra autostima e con tutte le connessioni reali che gli diamo. Siamo noi a renderlo un demone o un passatempo. Però, se impariamo ad usarlo responsabilmente, possiamo trarne solo cose positive.

 

Dottor Social: lavorare meglio con le community di Facebook

Quando vedete un medico chino sul suo smartphone, non pensate subito che stia facendo passare il tempo. Magari è in pausa ed è proprio su Facebook. Ma, invece di perdere tempo, è lì per studiare qualche caso clinico. O sta condividendo un’esperienza formativa con i suoi colleghi.

I medici stanno iniziando a capire il valore dei social come mezzo di comunicazione e diffusione di informazioniChi c’è affronta con animo le proprie crociate oppure chi tenta di sviluppare un approccio comunicativo moderato all’interno del triangolo medico-paziente-google. Ne avevamo già parlato qui

 

I gruppi Facebook sono un’esperienza di formazione

Nonostante tutto ciò che di bene e di male si dica sui social, in ambito sanitario hanno anche contribuito al miglioramento professionale. Come? Attraverso i gruppi Facebook. Sono tantissimi i gruppi chiusi dedicati alle diverse categorie professionali e specializzazioni. Ma è proprio all’interno dei gruppi professionali che i medici riescono a trovare un’esperienza di formazione e aggiornamento diretta, quotidiana e reale. 

Perché nei gruppi chiusi ci si sente liberi di confrontarsi e di instaurare un vero e proprio dialogo con i colleghi. Fatto di solidarietà, generosità e condivisione di competenze, e che diventa un vero e proprio allenamento della mente.  

Del valore umano e professionale dei gruppi Facebook dedicati al mondo sanitario ne avevo già parlato con alcuni medici in occasione di un seminario sulla reputazione digitale all’Ordine dei Medici di Latina. Poi, ho avuto modo di sbirciare in uno di questi gruppi per capire come si sviluppano le dinamiche che li animano. E lì, ogni giorno, quasi cinquemila medici provenienti da ogni posto d’Italia, si confrontano su casi clinici, esperienze e interessi comuni. Si sostengono e si assistono come un vero e proprio team. All’interno del gruppo ogni giorno vengono postati quesiti, domande, ricerche, post e commenti che riguardano principalmente le esperienze personali e quotidiane in corsia e in sala. Permettendo, così, un aggiornamento e una riflessione sulle esperienze e sulle competenze acquisite. All’interno delle community si lavora e si migliora insieme.

 

Fare squadra, anche a distanza

Ciò che si evince da questa esperienza è, prima di tutto, la capacità di condividere conoscenze ed esperienze con generosità. Dove la “vecchia scuola” e i più giovani possono confrontarsi liberamente, svicolati da legami gerarchici. E poi, il fatto che il gruppo sia utilizzato come una risorsa di training mentale continuo. I casi clinici che i medici vivono in corsia o in sala, a fine giornata vengono condivisi con i membri del gruppo perché ci si confronti, come un vero team.

E questo aiuta loro, ma aiuta anche tutti i pazienti.

Insomma, Facebook tra un po’ potrà anche pensare di istituire dei crediti formativi!

Riscoprire il mondo dei blog con occhi diversi

Eleonora è una studentessa del corso di Comunicazione e Marketing dell’istituto di formazione Iris Campus. Ci siamo conosciute in aula, dove ho tenuto delle lezioni di comunicazione digitale. Negli ultimi due mesi, Eleonora ha voluto approfondire il mondo della comunicazione digitale entrando dalla porta del Social Blog. Ne è nato un bel confronto su piani editoriali, ricerche e “compiti” sulle strategie di comunicazione. 

Da questa esperienza, per lei, è venuto fuori un nuovo modo di vedere i blog. Queste considerazioni le ha scritte una sera, di getto, dopo una giornata passata su internet. E le ho proposto di pubblicarlo, perché offrono un punto di vista  interessante per tutti quelli che “vorrei, ma non posto”. 


Dopo anni di dubbi e ripensamenti è arrivato il mio momento.
È arrivato in modo inaspettato, facendo i compiti. Sì, i compiti!
A 28 anni sono di nuovo tra i banchi di scuola.
E quando sei vicina alla soglia dei 30 non puoi non fare i compiti, che figura ci faresti con la tua docente?

La mia, Annalisa, mi ha chiesto di leggere alcuni blog, analizzandone i punti di forza, le aree di miglioramento e segnalando articoli da cui, secondo me, si potesse trarre ispirazione.

Devo dire che l’ispirazione è arrivata, eccome!

Tutti i blog che ho visitato hanno in comune un articolo nel quale si parla di una verità così semplice, così ovvia, ma sulla quale non mi ero mai veramente soffermata a riflettere: se desideri aprire un blog dovresti smetterla di pensare che tu non sia degno di farlo, solo perché non stai per rivelare i segreti di Fatima.

Chi legge i blog non si aspetta di scoprire il senso della vita.
Oggi finalmente l’ho capito, una volta per tutte.

Effettivamente i blogger hanno ragione:

  • Viviamo in un’epoca in cui possiamo dire che esiste già tutto. E che si è parlato e si parla già di tutto.
  • E’ difficile essere i primi a parlare di qualcosa.
  • E’ praticamente impossibile essere gli unici a parlare di qualcosa.
  • Viviamo nell’era della rielaborazione, prima ancora che in quella dell’innovazione.
  • Altra sacrosanta verità è che dovresti scrivere di ciò che ami e conosci.
    Anche se ti sembra di essere la persona più banale del mondo, perché invece di parlare di astrofisica nucleare ti interessi di viaggi, sport o cucina, quello che conta davvero è che tu sia consapevole di quello che scrivi nel tuo blog e, soprattutto, che tu sia il primo ad esserne veramente appassionato!
  • Non tutti cercano il Sacro Graal. Anche il semplice leggere, può essere un modo per conoscere un punto di vista differente. E una grande fonte di arricchimento per il lettore.

E di sicuro l’arricchimento c’è per te che scrivi. Perchè scrivere è terapeutico. È fare ordine sulla scrivania della mente.
E diciamo che, oggi, ho iniziato, finalmente, a mettere in ordine la mia.

(Eleonora Liuzzi)

 

Ufficio in casa: organizzare l’agenda in modo da non perdere tempo

Quando ho cominciato a lavorare da casa, la difficoltà più grande è stata quella di imparare a gestire il lavoro autonomamente. All’inizio, facevo un po’ di confusione tra la vita lavorativa e quella privata. Poi, ho pensato che avrei dovuto comportarmi come se, ogni giorno, dovessi raggiungere un ufficio in centro. A non sedermi alla scrivania in ogni momento libero. A fare il bucato fuori dall’orario di lavoro. E a organizzare gli spazi in modo da dividere le due vite. Un altro aspetto a cui ho dovuto far fronte è stata l’organizzazione vera e propria della settimana lavorativa.

Stare ore e ore chiusi in casa, davanti ad un pc, può avere degli aspetti negativi. Soprattutto per chi viene dall’esperienza di studio o spazio condiviso (dove ci si confronta anche sulla quantità di zucchero da mettere nel caffè), trovarsi improvvisamente soli davanti a un’agenda può essere un po’ strano.

All’inizio puoi essere molto affascinato dai vantaggi. Perché sei più concentrato ed efficiente e magari scopri che hai bisogno anche di meno tempo per riuscire a portare a termine le cose da fare. Ma potrebbe anche succedere il contrario. E cioé che, visto che lavori da casa, tendi a prendertela comoda. Concedendoti distrazioni come una telefonata, uno spuntino, una ricerca su internet o comunque cose che c’entrano poco o nulla con il lavoro. 

Inoltre, c’è un altro aspetto da considerare. Se sei in casa, i clienti come ti trovano? Su internet, certo. Ma l’empatia che si sviluppa attraverso i rapporti umani è sicuramente un modo più semplice per stabilire relazioni, per far parlare di te e per iniziare una collaborazione.

Può nascere quindi l’esigenza di dover compensare le ore di lavoro al pc con altrettante ore di pubbliche relazioni. Alcune ore a settimana, da inserire proprio in agenda, da dedicare interamente a incontrare persone, confrontarti, cercare ispirazioni, essere “in strada”. Tra la gente.

Per conoscere, ascoltare e intuire di cosa hanno bisogno e come puoi essere utile per loro. A volte, lo spunto per un nuovo articolo del blog, un contenuto di un post, una nuova strategia o un nuovo progetto arrivano proprio in modo indiretto, in queste occasioni spontanee. Da un caffè al bar, da un incontro con un collega o da una chiacchierata con un cliente.

Lavorare da casa non significa isolarsi o concedersi troppe libertà, ma ottimizzare risorse, competenze e tempo nel modo più congeniale ad un’attività free lance.

Basta darti delle regole, così come faresti se si avessi uno studio in centro, e trovare dei compromessi col tuo capo. Cioé te stesso. Il capo più esigente che tu possa avere. 😉