Perché i genitori dovrebbero essere più smart dei nativi digitali

Ricordate quando eravamo ragazzini e uscirono i Tamagochi?

Erano dei giochini elettronici in cui ci si doveva prendere cura di un cucciolo virtuale, dandogli da mangiare, facendogli le coccole e lasciandolo dormire, altrimenti sarebbe morto. Molti gridarono allo scandalo, e il Tamangosci, come venne denominato, fece più clamore di quante furono effettivamente le conseguenze.

Dopo un boom iniziale, i bambini si stufarono dei loro cucciolotti virtuali e tornarono ai vecchi giocattoli. E la stessa cosa avvenne, poco più di un anno fa con l’applicazione dei Pokemon: nei primi giorni tutti a fissare lo schermo del telefono alla ricerca di questo o quel mostriciattolo. Dopo appena poche settimane nessuno se ne ricordava più. Questo per dire che, a volte, ci fasciamo la testa troppo presto. O siamo troppo morali, o troppo libertini.

 

Come per tutto, la verità sta nel mezzo

Saper utilizzare la tecnologia non significa essere in grado di gestirla.

Il mondo digitale è un mondo infinito, in continuo cambiamento, anche per noi che ci lavoriamo. Per quanto puoi conoscerlo, puoi avere dei punti fermi che possono cambiare in qualsiasi momento.

Noi genitori in merito alla tecnologia tendiamo ad avere due tipi di atteggiamenti completamente discordanti: ci sono quelli che “è solo un gioco” e altri che “non sia mai”. I primi sono quelli che lasciano ai bambini libero accesso a smartphone e tablet senza controllo e senza regole perché, per primi, non ne avvertono il pericolo.

I secondi sono quelli che, al contrario, non permettono ai bambini di approcciarsi alla tecnologia in alcun modo, come se tenerli lontani fosse un modo per risolvere a priori il problema.

 

L’educazione comincia dai primi anni

Tecnologia e bambini: un binomio che non possiamo ignorare.  Ed è per questo che l’educazione digitale deve andare di pari passo con le altre, con limiti e regole fin dai primi anni.

Se fosse per i bambini o per i ragazzi, mangerebbero ogni giorno pizza e patatine fritte. Però un genitore sa che deve incominciare subito ad educare un figlio ad una dieta che comprenda alimenti sani e nutrienti. Pur scontrandosi con la ritrosia verso la frutta e le verdure.

Allo stesso modo, non c’è nulla di male – anzi – se ogni tanto si sgarra con la dieta e ci si concede un bel piatto di patatine fritte o una dose doppia di cioccolata.

Per insegnare ai ragazzi, credo che sia importante partire dall’esempioSe riempio il mio piatto con le patatine fritte e nel piatto di mia figlia metto carote e cavoli, è molto difficile che lei accetti di mangiare il suo bel piatto di verdure!

Se lasciassimo fare ai bambini, forse passerebbero le giornate su YouTube o sui videogiochi. Allo stesso modo, se siamo noi genitori i primi a stare sempre con gli occhi sul cellulare, è facile che nostro figlio si comporterà di conseguenza. 

Come genitori, insegniamo ai nostri figli ad attraversare la strada, a non fidarsi degli sconosciuti, a rivolgersi ad un poliziotto se si perdono. Ecco, la figura genitoriale oggi non può prescindere, a mio avviso, da un nuovo tipo di educazione: l’educazione digitale.

 

I genitori dovrebbero essere più informati dei nativi digitali sulla tecnologia per aiutarli a fare gli “anticorpi”

Non si può lasciare un bambino nella preistoria, non facendogli accendere un pc e non permettendogli di sviluppare un intuito digitale. Perché il web esiste, fa parte della nostra vita e farà parte della sua, inevitabilmente.

Quel bambino ha bisogno di creare gradualmente la sua esperienza, la conoscenza e gli anticorpi per imparare a muoversi nel mondo digitale.

Il computer e lo smartphone sono presenti in casa come un televisore o un ferro da stiro. Se insegno a mio figlio che il ferro da stiro non va toccato sulla zona rovente non si farà del male. Se ignoro il problema facendo finta che non esista, prima o poi la sua curiosità lo spingerà a toccarlo, e si ritroverà con una scottatura.

E la stessa cosa potrebbe succedere con il web: se insegno a mio figlio come muoversi on line, se formo la sua educazione digitale nel rispetto delle regole, dei confini e del rispetto della privacy posso riuscire ad evitare che succedano cose spiacevoli.

Ma questo presuppone una cosa: che io non sia soltanto capace di utilizzare la tecnologia, ma di capirla, interpretarla e di gestirla.

Nessuno ha la verità in tasca e nessuno è il genitore perfetto. Però su una cosa possiamo concordare, ed è che la conoscenza rende liberi. E conoscere le cose significa essere in grado di capirle, affrontarle e gestirle nel modo che riteniamo migliore per noi e per i nostri ragazzi.

Gestire una trattativa per e-mail, tra gentilezza, disponibilità e polso

Rispondere ad un cliente attraverso  una e-mail per inziare un rapporto di collaborazione, è un momento importante che richiede pazienza, tempo e strategiaA partire dal primo contatto, in cui si dettano esplicitamente ed implicitamente le regole del rapporto e si stabilisce la relazione di fiducia.

Nei primi scambi di e-mail si crea quella che, nella condizione vis-à-vis, è la “prima impressione”. Solitamente, l’idea che ti fai di una persona dalla “prima impressione” condizionerà il tuo pensiero e il tuo comportamento, influenzando anche il tuo giudizio sulla sua personalità.

Quando la conoscenza avviene per e-mail o per messaggio è più lacunosa: puoi interpretare o alterare il suo tono di voce, stimolando così un giudizio che è ancora più parziale. E la stessa cosa può fare l’altra persona nei tuoi confronti.

Vediamo insieme, passo per passo, quali possono essere le fasi di una trattativa via e-mail e come superarle al meglio.

Rispondi in breve tempo, ma prendi il tempo necessario per rispondere bene

Sembra un enigma questa frase, quindi te la spiego con un esempio.

In passato, quando ricevevo un’email o un messaggio di un potenziale cliente, mi mettevo subito in allarme. La regola della Comunicazione dice che devi rispondere nel più breve tempo possibile, perché il cliente è ancora “caldo” e in attesa di informazioni.

Rispondere a un cliente velocemente, però, non significa essere sempre esaustivi. E neanche essere esenti da errori (e non parlo solo di quelli ortografici e grammaticali), ma anche di valutazione della richiesta. E poi vai a spiegare che…

Adesso attuo un’altra strategia. Quando ricevo un’email, cerco di capire chi è il mittente facendo un giro sul sito e sui canali social. Cerco di capire qualcosa di più su chi mi scrive. E poi rispondo. Ci metto qualche ora in più, ma do una risposta appropriata, personalizzata e non un copia/incolla generico. Inoltre, spendo qualche rigo per entrare in empatia e rispondere alla sua richiesta con qualche particolare.

E comunque, prendersi più tempo significa  ore, non giorni. 😉

 

Arriva dritto al punto

Quando inizi una trattativa via e-mail, è bene poter capire subito di cosa il cliente ha bisogno, in modo da arrivare dritto al punto. 

Se dal suo messaggio non evinci abbastanza elementi per consigliare la soluzione più idonea al suo problema, offri più possibilità o fai delle domande per capire le sue esigenze. Però non perderti in poemi omerici su tutti i dettagli, sulla tua azienda, sui prodotti che avete e su come lavorate bene.

Chi scrive, lo fa perché vuole una risposta. E tu devi dare quella.

 

Quando ti chiede l’impossibile 

Esistono delle richieste che vanno valutate con maggiore attenzione nella fase iniziale di una trattativa, e sono due in particolare.

Quando ti chiede un lavoro per “ieri”, e tu sai a priori che ti sta chiedendo l’impossibile, ma hai paura di perdere un’occasione.

Se accetti, ti prendi un bel rischio. Perché se farai male il lavoro per mancanza di tempo, avrai perso un cliente per sempre. Perché giudicherà le tue capacità non in base al fatto che hai dovuto lavorare di corsa, ma esclusivamente in base al risultato. E non è detto che, in futuro, possa darti un’occasione di riscatto.

Se non accetti, perdi un lavoro. Ma, spiegando con gentilezza che non ci sono i tempi giusti per mantenere degli standard qualitativi, potresti lasciare nel cliente la percezione di una grande professionalità. E magari, in futuro, le vostre strade potrebbero incontrarsi di nuovo.

L’altro caso in cui una trattativa via e-mail rischia di prendere strade strane, è quello in cui il cliente vuole dettare le regole. E chiede il prezzo di un lavoro customizzato come se fosse un chilo di banane al mercato o pretende un ribasso nel prezzo che svilisce la tua professionalità.

E’ a questo punto che subentra il “polso” di cui ho parlato anche nel titolo.

 

Le regole della collaborazione le detti tu

In una trattativa per e-mail si rischia di perdere quell’afflato umano che è, invece, il motore delle relazioni dal punto di vista umano. Cosa significa? Che sullo schermo di un computer c’è poca empatia. E a parlare sono soprattutto i numeri. 

E poi ci sono le paure, come quella del “no”. Vedersi rifiutare un lavoro o una collaborazione è sempre seccante, non è vero?

Però, i rifiuti fanno parte del lavoro stesso. I no arrivano. Che tu lo voglia o no. Che il prezzo sia alto, basso o giusto.

Per cui, non vergognarti di comunicare un prezzo, non preoccuparti di prendere tempo di chiedere più informazioni per fare le tue valutazioni.

Sei tu che decidi quanto vale il tuo tempo, la tua competenza e il tuo lavoro.

Il prezzo lo fai tu e, se un piccolo ribasso fa parte della trattativa, non è la stessa cosa quando lo sconto diventa un modo per “scroccare” un lavoro ad un prezzo fuori mercato.

 

Gentilezza e disponibilità, sempre, in ogni fase

Riassumendo: bisogna essere gentili, disponibili e cortesi sempre.

Anche quando il cliente ti fa le stesse domande per dieci volte. Oppure quando ti chiede come mai una cosa così “facile” abbia quel costo. O ancora quando ti scarica perché non è più interessato/ perché se la vede da solo / perché gli hanno detto che c’è chi lo fa meglio.

Respira. Sorridi. E rispondi. Con gentilezza e disponibilità. Ma con la piena consapevolezza del tuo valore professionale.

Quando ciò che proponi è la tua professionalità

Nell’ultimo anno ho avuto l’occasione di curare canali social anche in ambito sociale, educativo e sanitario. Il motivo per cui dei professionisti richiedevano un aiuto riguardava il fatto che il loro lavoro apportasse dei benefici “immateriali”. E quindi più difficili da comunicare rispetto ad altri.

In realtà, se vogliamo, questo principio può essere valido anche per il nostro lavoro. Gestire dei social, un blog o comunque delle strategie digitali, possono essere in qualche modo dei “lavori fantasma”, perché la maggior parte delle volte siamo nascosti dietro dei pc o lavoriamo per conto di altri. E’ più facile che ti comprendano gli addetti del settore, ma non è detto che il tuo servizio si rivolga a loro.

Questo perché una strategia è un concetto meno immediato rispetto ad un nuovo modello di T-shirt, che puoi mostrare già con una bella foto. Se devi proporre on line uno stile di vita, dei valori, un percorso educativo, devi affidarti principalmente all’empatia del pubblico. E questo richiede più strumenti insieme, combinati.

 

E’ importante che il pubblico sia in target

Prima di tutto, è importante avere un pubblico “in target” e cioè utenti potenzialmente interessati a ciò di cui parli . Questo vale un po’ per tutti i settori, ma ha un’importanza fondamentale se ciò di cui ti occupi è una condivisione di valori.

Per esempio, se sei uno psicoterapeuta, avere un pubblico che non crede nella psicoterapia, o comunque poco incline alla riflessione, non porterà grandi progressi alla tua comunicazione digitale.

Ecco perché è importante partire da chi conosci realmente, magari pazienti o ex clienti, per cominciare a far crescere la Pagina Facebook. E poi lavorare affinché chi si avvicini a te sia un pubblico quanto più simile a quello iniziale, in modo da attirare l’attenzione di personalità affini.

 

Compila una lista di parole chiave che riassumono la tua attività

Ogni attività gira intorno a parole e concetti ricorrenti. E sono quelli gli argomenti che interessano il tuo pubblico. 

Predisporre un elenco di parole chiave che ben descrivono la tua attività può aiutarti a trovare gli hashtag giusti da utilizzare su Twitter o su Instagram. E anche gli argomenti migliori per i post.

Se ti occupi di politica o di sociale, per esempio, ci saranno sicuramente delle parole che riassumono la tua visione. E altre parole che invece riguardano i temi cari al tuo pubblico, ai quali tengono particolarmente.

Una lista di parole chiave con i tuoi valori e i temi adatti al tuo pubblico è un modo per far trovare sempre argomenti di condivisione e raggiungere il tuo pubblico potenziale attraverso dei temi “caldi”.

 

Cerca di andare dritto al punto, con esempi pratici

Un feedback dei clienti passati è un biglietto da visita importante per ogni attività.

Ma ce ne sono alcune che, purtroppo, poco si prestano a questo genere di pubblicità. Quando trattiamo temi che riguardano argomenti privati, come la salute o il sociale, è difficile reperire recensioni perché le persone non si espongono volentieri.

E’ per questo che bisogna puntare maggiormente su una carica emotiva ed empatica nei post: in genere, la strategia migliore è quella di raccontare situazioni reali in cui il professionista può venire in aiuto.

Ad esempio, parlare di un problema che riscontri nella maggior parte delle persone che si rivolgono a te, può far uscire dal guscio chi ha lo stesso disagio.  Parla in modo diretto, facendo percepire che è una situazione che accomuna molte persone. E’ poi possibile che, chi ha ricevuto un aiuto concreto per superare quello stesso problema di cui parli, si farà avanti per raccontare la sua esperienza. E quindi, indirettamente, ti darà quel feedback che cercavi

 

Punta sulla reputazione, non sulla risposta immediata

Quando parliamo di benefici “immateriali” è difficile dimostrarne l’efficacia attraverso immagini, video o recensioni.

Ma è importante porsi degli obiettivi a lungo termine. Non offri un servizio di ristrutturazione ambienti, in cui puoi mostrare una foto “prima e dopo”.

Ed è per questo che la strategia che scegli richiede più tempo e più creatività: vai sui social come se fosse una maratona, e non una gara di velocità. Lavora con costanza e competenza, sviluppa valori, competenze e sicurezza, col fine di costruire una solida reputazione.

Oltre al Curriculum c’è di più!

Uno dei post più letti del blog è quello che riguarda i Curriculum, in cui c’è qualche consiglio su come scrivere un CV che abbia personalità.

Il Curriculum, però, non è il solo modo per farsi notare. Un giovane professionista, o uno studente che ha ben chiaro il percorso lavorativo che intende intraprendere, dovrebbe iniziare a tracciare da subito la propria storia on line. Infatti la reputazione on line non si costruisce velocemente: c’è bisogno di tempo. Però, mettendo ogni giorno un mattone, è possibile fin da subito iniziare a farsi un “nome” su un determinato argomento.

Inizia a pensare “in grande”

Visto che hai deciso “cosa vuoi fare da grande”, anche se non hai ancora iniziato a fare colloqui o a cercare i primi clienti, puoi investire il tempo nel mettere in linea i primi “mattoni” della tua reputazione on line.  Non è mai troppo presto per iniziare ad associare il tuo nome a dei contenuti che dimostrano interesse, coinvolgimento e personalità verso la tua materia o il tuo settore.

Ecco due modi per iniziare a creare la tua reputazione on line (anche se stai ancora studiando).

 

Frequenta i Social adatti a te

Da LinkedIn, prima o poi, dobbiamo passarci tutti. Quindi, meglio togliersi il pensiero!

E’ il social serio, quello dedicato ai professionisti e al mondo del lavoro, in cui puoi aggiornare e far confermare le tue competenzeLinkedIn è utile per capire come comunica il tuo settore, chi sono i “leader”, quali sono gli argomenti che tirano di più.

Cerca anche altri social adatti alla tua professione, anche quelli meno popolari. Ormai, ce ne sono tantissimi dove puoi iniziare a “farti un nome” ed esprimerti con maggiore libertà. Se vuoi lavorare nel campo della creatività puoi trovarti a tuo agio su Pinterest, per esempio. Dove puoi postare contenuti in cui proponi il tuo punto di vista e confrontarti con chi lavora già nel tuo campo.

E poi, non sottovalutare l’importanza dei gruppi professionali. Ce ne sono su molti social, da LinkedIn a Facebook, e sono importanti per iniziare a capire quali sono le discussioni più calde del tuo campo. Frequentandoli, puoi cominciare a capire come ragiona un professionista del tuo settore e quali problematiche ti troverai ad affrontare una volta che entrerai nel mondo del lavoro.

E poi, nei gruppi puoi “rubare” qualche trucco o strategia a chi ha già esperienza. E che ti torneranno utili quando inizierai a fare sul serio!

 

Crea contenuti che riguardano il tuo campo

Se vuoi cominciare a fare sul serio, puoi legare il tuo nome a contenuti che riguardano il tuo settore.

Inizia scrivendo degli articoli. Questi articoli saranno collegati al tuo nome quando lo cercherai su Google e sugli altri motori di ricerca.

Per farlo, puoi intraprendere due strade.

Puoi aprire un blog tutto tuo, in cui parlare della tua esperienza e formazione professionale.

Nel tuo blog sei il padrone di casa, quindi puoi scegliere tu di cosa parlare e offrire il tuo punto di vista su ciò che ami e in cui intendi specializzarti.

Forse tra qualche anno, rileggendo i tuoi articoli, potrai scoprire che su qualche aspetto hai cambiato idea o che ti eri lasciato andare a qualche ingenuità. Ma non importa, perché cambiare idea – soprattutto quando si è ancora in formazione – è possibile. E a volte anche auspicabile! 😉

Se un blog tutto tuo è un impegno troppo gravoso, quello che puoi fare è contattare blog e siti di settore, offrendo degli articoli firmati di tuo pugno.

In questo modo non sarai obbligato a gestire uno spazio che necessita di un piano editoriale e delle scadenze. E potrai dedicarti a questa attività solo quando hai tempo per fare ricerche approfondite e desiderio di prendere in esame un argomento nuovo.

In ogni caso, inizia prima che puoi a darti da fare per lasciare on line delle tracce della passione per quello che sarà il tuo lavoro. Anche se sei ancora in fase di formazione. Queste orme, al momento giusto, diventeranno la traccia da seguire per sapere chi sei, qual è la tua formazione e le tue competenze.

Una lettera che tutti dovremmo scrivere

Sul gruppo del Social Blog, in questi giorni mi sono divertita a lanciare un #BlogChallenge dedicato al prossimo Corso di Blogging che terremo a febbraio. L’idea, fondamentalmente, è stata questa: “C’è un articolo che hai nel cassetto (o nella testa)? Invialo a noi!”.

L’articolo che stai per leggere è stato scritto da Eleonora Giancane, aspirante Blogger, ed è molto particolare perché parla di una lettera con uno speciale destinatario.

Buona lettura! 😉

 

Tre ragioni per scriverCi una lettera

Oggi nella cassetta delle lettere c’era una busta. Ho pensato che fosse la solita bolletta: del resto, chi riceve più lettere personali di questi tempi? Prendo la busta e, con rassegnazione, controllo chi sarà a decimare il mio esiguo gruzzoletto. Con un misto tra stupore e nostalgia, tra le mani stringo una vera lettera.

E, per di più, non è una lettera normale.

E’ indirizzata a me, il mittente sono io e la lettera è scritta da me.

Ok, so cosa state pensando, per scrivere un articolo inventerebbero qualsiasi cosa. Ma giuro che è la pura verità. Ed ora vi racconto la storia della mia lettera e del perché, ognuno di noi, un giorno dovrebbe “auto-dedicarsene” una.

 

Scrivere è una passione, direi una delle tante che coltivo, sicuramente la più longeva. Scrivo da sempre. Ho bisogno delle parole, mi aiutano ad esprimere i pensieri, quelli confusi ed agitati che affollano la mente.

Qualche anno fa mi sentivo persa, non mi aiutavano più nemmeno le parole e così ho cercato aiuto. E l’aiuto è arrivato parlando.

Ero in pausa dal lavoro, facevo l’animatrice per bambini, e una mamma mi racconta di un libro sulla coscienza del sé. Mi racconta di un periodo in cui si sentiva insoddisfatta, inquieta, un momento in cui nulla sembrava andare bene ed era triste, infelice e demotivata. E io penso:”Sta parlando di me, non della sua vita”. E mi racconta di un percorso che l’aveva aiutata a capire e risolvere molte questioni.

Con gli occhi lucidi la ringrazio e mi faccio dare il nome dell’associazione a cui si era rivolta. La mattina seguente prenoto un colloquio e, a dicembre dello stesso anno, parto per la mia settimana “Hoffman”.

Il percorso, che tratta l’amore negativo, comprende sessioni di visualizzazione, esercizi (anche un po’ strani a primo impatto) e tanta scrittura: un diario giornaliero e lettere a persone a cui non abbiamo mai osato dire alcune cose.

E, come conclusione, una lettera a noi stessi.

Finita la settimana, il percorso si conclude e consegno la lettera al mio tutor. Me ne dimentico, fino ad oggi, che sono passati quattordici mesi. Apro la lettera ricordando quella settimana, le emozioni provate e le cose che effettivamente sono cambiate da allora.

Nella lettera ritrovo una me stessa diversa, provata da un lungo periodo di confusione e incomprensioni, che si raccomanda di essere più indulgente, empatica, sorridente e meno orgogliosa. Di non dubitare mai di se stessa. Quando ho terminato di leggerla, la commozione di partenza era diventata lacrime e profonda felicità.

 

Dopo questa esperienza sento di consigliarvi tre  motivi per cui, almeno una volta nella vita, dovreste sedervi davanti ad un foglio e scrivere una lettera a voi stessi:

  1. Valutare i cambiamenti. Che siano positivi o meno, la lettera offre una visione temporale diversa di quello che è successo nella vita. Permette di gioire dei miglioramenti e fare i conti con i risvolti negativi.
  1. Auto-incoraggiamento. Spesso cerchiamo all’esterno un incoraggiamento, e non è sbagliato. Però, basare l’autostima sul giudizio ed il riconoscimento esterno, potrebbe portare estreme delusioni. Incoraggiare se stessi infonde molto più ottimismo, soprattutto per chi è estremamente critico verso se stesso.
  1. SORPRESA!!! Le giornate scorrono frenetiche tra lavoro, famiglia e impegni quotidiani. La lettera è invece una sorpresa, in genere positiva, in grado di emozionare. E le emozioni positive fanno sempre bene all’anima.

Perciò, se vi va, seguite questi passi:

  • Scrivete una lettera in cui vi dite cosa vorreste migliorare di voi e nella vostra vita, da lì ad un anno.
  • Siate concreti e sinceri. La lettera è un impegno verso voi stessi. Dovete poter raggiungere quegli obiettivi. Scrivere “andare sulla luna” (a meno che non siate già un astronauta) non è fattibile.
  • Imbustate la lettera, indirizzatela a voi stessi e consegnatela a qualcuno di cui vi fidate, e a cui chiederete di spedirla passato almeno un anno.
  • Aspettate e dimenticate.

Buona scrittura!

(Eleonora Giancane)

Sette libri (+ uno) da leggere nel 2018

Iniziamo l’anno con un po’ di leggerezza e di buoni propositi riguardo alle letture che possono accompagnarvi in questo 2018. L’anno scorso avevamo parlato dei libri da regalare e regalarsi, invece questa volta ti suggerisco alcuni titoli che ho trovato interessanti e che possono ispirarti durante i prossimi mesi.

Progetto di sangue di Graeme Macrae Burnet.  Ambientato in una minuscola comunità rurale scozzese nella metà del XIX secolo, il libro raccoglie le memorie di un giovane pastore in attesa di processo per triplice omicidio. La storia è davvero appassionante e coinvolgente, a partire dall’originalità del soggetto.

La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. Nel panorama letterario italiano, Carrisi è uno scrittore che riesce sempre a cogliere delle sfumature particolari nei suoi personaggi. Di questo libro avevo già parlato in occasione di un articolo sullo Stoytelling. La cosa più interessante del romanzo è il legame tra le indagini dell’Ispettore Vogel e i media che seguono la vicenda criminosa. Sicuramente qualcosa su cui riflettere anche nella realtà.

Diciannove minuti di Jodi Picoult. Ho conosciuto questo libro dopo aver visto un TED dedicato alla triste vicenda della Columbine, in cui la madre di uno dei ragazzi che avevano commesso la strage si interrogava pubblicamente sulle sue eventuali mancanze. Il libro racconta come il mondo può cambiare in diciannove minuti. Prende spunto da questa vicenda per raccontare un punto di vista diverso, e cioè il “dietro le quinte” di una famiglia toccata da una tragedia come questa.

Consigli a un giovane scrittore di Vincenzo Cerami. Mi sono trovata a consigliarlo più di una volta in questo ultimo periodo e ho pensato che andasse bene anche in questa lista. E’ un evergreen, che fa venire voglia di scrivere qualsiasi cosa: da una tesi di laurea al romanzo della vita, da un blog a una sceneggiatura.

Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo. Un libro che racconta cento storie di donne straordinarie che hanno sfidato delle regole per seguire la propria natura e i propri sogni. Dalle più famose come Frida Kahlo e Coco Chanel fino ad eroine meno note, ma altrettanto eccezionali. Un libro bello anche per la grafica, l’impaginazione e per la dedica iniziale.

Atlante dei luoghi insoliti e curiosi di Travis Elborough e Alan Horsfield. Un po’ di storie e posti strani sul mondo che abitiamo: città fantasma, architetture insolite o isole disabitate. Luoghi che non vedremo mai o per i quali programmeremo un viaggio, spinti dalla curiosità. Chissà! L’importante è sapere che esistono.

Norwegian Wood di Murakami. Considerato Il Giovane Holden in versione nipponica, il libro racconta la vita universitaria di Toru, tormentato tra solitudine, paura di crescere e tribolazioni d’amore. Uno sguardo sulla cultura giapponese e su quell’età in cui non si è più adolescenti, ma non si hanno ancora ali troppo forti per volare.

Mentre scrivo questo articolo, ho tra le mani L’enigma del lago rosso di Frank Westerman, un libro reportage su una strada vicenda avvenuta in Camerun una notte degli anni Ottanta, e alla quale ancora la scienza sembra non aver dato una vera risposta. Ben scritto, ben argomentato, appassionante. Non l’ho ancora finito, quindi non posso ancora consigliarvelo. Però, finora, vale davvero la pena!