Esperienze, ambizioni, competenze: il curriculum che parla davvero di te

Preparare un curriculum vitae da inviare a un’impresa è sempre una fase delicata. Non è facile riuscire a schematizzare in un paio di pagine esperienze, ambizioni, personalità, talenti e competenze. E poi, non esiste un curriculum che vada bene per tutti i casi: bisogna rimetterci mano di volta in volta, a seconda della situazione, evidenziando le competenze a seconda del destinatario.

Chi si trova tra le mani un curriculum desidera capire in pochi secondi se può essere interessante oppure no. Quindi, è molto importante riuscire a dare una bella impressione da subito.

Per passare il test di prima impressione, è bene tenere presente questi elementi:

  1. Scrivi una bella lettera di presentazione: è importante partire avendo già un’idea precisa di ciò che puoi fare per quell’impresa. Domandati qual è il percorso che ti ha portato a prendere contatti con quella azienda. Perché vuoi lavorare con loro? Quali sono le competenze che metti a disposizione? Perché ti interessa quel ruolo? Prova a illustrare sinteticamente i motivi per cui invii la candidatura, in modo semplice e diretto.

  2. Utilizza un impianto grafico di facile consultazione. Il curriculum non deve essere particolarmente fantasioso, o difficile da interpretare. Sia l’impostazione grafica che il font devono essere facilmente leggibili. Il classico Curriculum Vitae Europeo, personalizzato secondo le tue necessità, può essere una buona base di partenza. Metti i grassetti al punto giusto per evidenziare esperienze o competenze coerenti con il ruolo per cui ti proponi. Riempi non più di due, tre pagine. Se sono troppe, non vengono lette. In un colloquio conoscitivo ci sarà modo di approfondire i dettagli!

  3. Inserisci solo le esperienze che dimostrano le competenze che hai acquisito in ambito professionale. Non raccontare nei dettagli ogni esperienza lavorativa solo per fare volume. Se hai coperto mansioni molto differenti tra loro, scegli di elencare solo quelle che ti sembrano più attinenti con il settore e il ruolo per il quale ti proponi. Il motivo è semplice: un elaborato schematico e sintetico come un curriculum non è in grado di contestualizzare le circostanze della vita in cui sono avvenute le tue esperienze. E quindi, potresti dare l’impressione di essere una persona poco decisa.

  4. Attento a come utilizzi i social! Molte aziende, oggi, si fanno un’idea del candidato anche sbirciando i profili social, per farsi un’idea sua personalità, del modo di relazionarsi agli altri e dei suoi veri interessi. Per cui, perché non inserire nel curriculum anche i link ai tuoi account Facebook, Twitter, Instagram o LinkedIn?

  5. Sii sincero. Se dici che sai fare qualcosa, e invece non è vero, in fase di colloquio una domanda specifica potrebbe farti cadere in un tranello, vanificando il percorso fatto fino a quel momento. Allo stesso modo, sii determinato nel descrivere ciò che sai fare e le competenze che vuoi approfondire.

Quando hai finito, edita il testo e rileggilo immaginando che sia di un’altra persona. Che impressione ti fa?

Quei giorni vuoti e la nobile arte della noia

Quando sei freelance, può capitare di vivere periodi di grandi dinamismo ad altri più lenti. Quando il lavoro rallenta, all’inizio è difficile gestire il senso di colpa e l’agitazione. E le conseguenti domande.

Sarà sempre così? Significa che sta calando il lavoro? Sto perdendo tempo? Mi sto dimenticando qualcosa?

Chi ha concepito l’imprinting lavorativo e aziendale come “pane e lavoro”, quando approda nell’universo freelance si sente un po’ spaesato. Capita, infatti, di vivere settimane in cui si lavora sempre: giorno, notte e anche di domenica. E, altre volte, di trascorrere anche interi giorni in maggiore tranquillità, con ben pochi impulsi e tanto tempo libero.

L’altalenarsi degli impegni del lavoro autonomo comporta periodi di grande caos (in cui ci vorrebbero due persone per portare a termine tutto quello che ci si è sobbarcati di fare) ad altri, in cui i tempi sono più lenti.

Se – almeno all’inizio – si è in grado, e quasi compiaciuti, di rinunciare a domeniche, ponti e pomeriggi in palestra, questa sensazione cambia col tempo.

Io invidio – in senso buono – le persone che vivono di un lavoro stagionale e riescono a gestire con serenità i mesi in cui non sono in attività. Non parlo di un punto di vista economico, bensì della capacità di non andare ai pensieri negativi, portati dalla monotonia, dall’inattività e dalla pigrizia.

Però, da un po’ di tempo, ho imparato che rallentare non è un male, e non sta avvenendo nessuna catastrofe. Nei periodi in cui l’attività è meno frenetica, è bello approfittare del tempo in più per curare le pubbliche relazioni, le passioni, o  anche la nobile arte della noia.

Allo stesso modo, nei momenti di maggiore trambusto, è importante imporsi di trovare del tempo per se stessi. Programmando il tempo libero, così come le attività lavorative. E a lavorare seguendo questo stile qui.

Bisogna togliersi dalla testa il senso di colpa che sopravviene davanti ai giorni meno intensi: servono a ricaricare le energie, a trovare spunti creativi, a conoscere nuove persone, a prendersi cura di sé.

E poi, basta con questa idea che il lavoro è sacrificio e martirio. E che, se non lo è, vuol dire che non stiamo dando del nostro meglio.

Si può – si deve – essere, prima di ogni altro ruolo (freelance, impiegato, dottore, avvocato e così via) delle persone serene.

Il successo (che) conta

Tempo fa ho letto un articolo che parlava della frustrazione che può generare dal confronto. In particolare, mi ha colpita la sincerità con cui venivano espresse quell’insieme di sensazioni ed emozioni che si provano quando, nonostante tu faccia del tuo meglio, non riesci ad ottenere il successo che desideri.

E a volte, per successo, neanche si intende che facciano un documentario di Netflix su di te. No, perché il successo si misura in base agli obiettivi, e magari il tuo obiettivo non è così ambizioso.

Dice Jon Krakauer nel libro Il silenzio del vento: “Quando si è giovani è facile credere che ciò che si desidera sia più o meno quanto si merita; presumere che, se si vuole qualcosa abbastanza intensamente, averlo sia un diritto divino”. E, a un certo punto della vita, misurarsi con le proprie ambizioni, può generare frustrazione. Perché ciò si è desiderato – o si desidera – non sempre corrisponde a quello che si è ottenuto o che si sta perseguendo. Pur inseguendo il proprio obiettivo con desiderio, impegno, dedizione alla causa.

E quindi?

Magari vorresti semplicemente che ti venisse riconosciuto il valore di anni di studio. Che fosse apprezzata sinceramente l’accuratezza con cui lavori. La passione e la pazienza che dedichi a fare tutto per bene.  La professionalità con cui curi i progetti dei clienti, come se fossero tuoi. E invece, tu hai l’impressione che, ogni volta, devi ricominciare dalla presentazione.

Se può esserti utile a non sentirti solo, succede anche a me. E a quanto pare, non siamo gli unici.  Da qui le domande: E’ un fattore ambientale? E’ un fattore caratteriale? E’ sopravvalutazione? Perdo troppo tempo a farmi domande?

E ancora, siamo felici quando otteniamo qualcosa in cui ci siamo impegnati, o quando gli altri ci riconoscono un merito o una capacità?

Insomma, una risposta non ce l’ho. Posso solo dirti quello che ho imparato in questi tredici anni di cadute e di risalite, di lavoro subordinato prima, e lavoro autonomo poi. Di entusiasmo per il lavoro autonomo, di rimpianti per il subordinato. Di clienti trovati, persi, ritornati. Di clienti costanti. Di regole seguite e di regole contravvenute.

Alla fine ciò che ho imparato si riassume in un unico consiglio: non svalutarsi. Neanche davanti agli errori. Imparare la lezione e, come già suggerito, mettere da parte l’esperienza. Le cose si fanno mettendosi alla prova e mettendoci la faccia. Chiedendosi ogni giorno cosa si può fare di più, di meglio, e cercando ogni giorno di imparare.

Magari (ma su questo io devo ancora lavorarci) sentendosi – in fondo, nel proprio cuore – un po’ rockstar!

Diamoci da fare perché i social non siano solo cronaca di brutte notizie

Lo abbiamo visto con gli ultimi fatti di cronaca che hanno caratterizzato le tragedie del terremoto, nella prima settimana del governo Trump e nelle operazioni di salvataggio che hanno coinvolto l’hotel Rigopiano. Lo sperimentiamo ogni giorno sul web, e sui social in particolare: le cattive notizie attirano più attenzione delle buone notizie. 

I canali social, Facebook e Twitter in particolare, sono un luogo in cui le cattive notizie proliferano. Rimbalzano di persona in persona, e così diffondono un clima di apprensione, paura, ansia e provocazione.

Non è che a forza di raccontarci cose brutte, stiamo finendo per credere di essere dentro ad una brutta storia?

La settimana scorsa,  in occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, Papa Francesco ha promulgato un messaggio dedicato all’informazione sui social media. Il Papa ha sottolineato come stia nascendo l'”abitudine a fissare l’attenzione su cattive notizie (guerre, terrorismo, scandali e fallimenti umani)”. E ha chiesto di “cercare di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione” che regna in un contesto in cui “vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia“.

Considerare solo i fatti negativi, raccontarli più volte con un’attenzione quasi morbosa verso il particolare sinistro, è come guardare la realtà attraverso un’unica lente: una lente che fissa l’attenzione solo sul brutto, e che, a lungo andare, potrebbe farci credere di essere circondati unicamente da esso. E quindi farsi prendere dallo sconforto, dall’ansia e dalla paura del fallimento.

E così, lasciare che la disinformazione, l’odio e l’insoddisfazione attecchiscano come gramigna.

Nel mondo ci sono tantissimi colori da cui farsi incantare: milioni di sfumature che ci perdiamo per concentrare la nostra attenzione solo sul nero. 

Sarebbe bello cercare di prestare più attenzione alla bellezza e alle notizie positive.

C’è qualcosa che possiamo fare tutti per invertire la rotta: cambiare il nostro modo di soffermarci a raccontare. Che non significa ignorare le cattive notizie. Ma compensarle attraverso la bellezza, la positività, la speranza. Utilizzare, tornando all’esempio di prima, una doppia lente per guardare la realtà, fissando l’attenzione anche su tutti gli altri colori.

Quando viene fatta una segnalazione a buon fine, Facebook dice “Grazie per averci aiutato a rendere Facebook un luogo migliore”. Ecco, cerchiamo di renderlo un luogo migliore anche cercando di portare, nel nostro piccolo angolo virtuale, un sorriso, una buona notizia, un motivo di speranza e fiducia.

Un esercizio quotidiano alla bellezza.

Che inizierà sui social, ma non terminerà sicuramente lì.

Ispirazione: e se non arriva?

Ci sono periodi di grande ispirazione, in cui ti senti veramente creativo, attivo e pieno di idee innovative. E giorni in cui invece la mente non riesce a tirare fuori nulla. E’ come un server che va giù: la creatività sembra esaurita. Uno stato di desertificazione delle idee.

E allora che si fa?

Cerca la serenità. Per lavorare bene, bisogna che intorno a te ci sia un ambiente sereno. Quando sei troppo sotto pressione, oppure ci sono altri problemi a distrarti, non puoi concentrarti sul lavoro. E’ difficile, in questo caso, riuscire ad essere ricettivi verso il mondo esterno e verso nuove idee. Nella tranquillità, sei più disposto a guardare le cose con attenzione, a giocarci e a sviluppare il “pensiero laterale”, che è alla base di una buona ispirazione. Purtroppo, il fattore serenità non dipende al cento per cento da te. Sicuramente, però, ti puoi aiutare con delle pratiche di rilassamento e concentrazione.

Rientra nel concetto di realtà: stare troppo tempo al chiuso, magari davanti a un foglio bianco che non si riempie neanche di scarabocchi, può essere solo controproducente. Sale l’ansia, il tempo scorre e la mente si annebbia ancora di più. Se capisci che in quel momento non c’è proprio nulla da fare, riprendere i contatti con l’esterno può aiutarti a sentirti meglio: uscire, passeggiare, distrarti. Sicuramente, bisogna staccare con i social, internet, i pensieri negativi e le ansie. Riprendi i tuoi spazi nella realtà.

Cambiare argomento. Forse il problema è che non ti interessa ciò di cui ti stai occupando, e quindi la tua mente cerca una via di uscita da qualcosa che la annoia o la preoccupa. Cambiare argomento per un po’ può essere un modo per risvegliare la mente dal torpore e trovare nuovi input. E poi, ritornare al lavoro più concentrati e sereni.

Concediti la possibilità di aspettare. A volte devi concederti il lusso dell’attesa per poter avere la possibilità di migliorarti. Essere pazienti è un atteggiamento attivo per avere l’opportunità di scoprire nuove cose. La natura ci insegna ogni giorno l’arte dell’attesa. Chi sa essere paziente e tollerante, viene poi ricompensato. Senza perdere fiducia: se non oggi, domani un’idea arriverà. Forse non sarà quella della vita, ma è solo questione di tempo!

 

Non innamorarti dei tuoi progetti

Un giorno, in un’accademia di Roma, un docente si rivolse al gruppo di creativi in aula affermando “Non innamoratevi dei vostri progetti”.

Ad una delle studentesse sembrava un’eresia: come si fa a non innamorarsi dei propri progetti? Li vedi nascere, crescere, li alimenti di speranze e di entusiasmo, di sogni e di promesse. Anche quando sono ancora su carta, o nella tua mente, ti sembra già di poterli toccare, vivere, mostrare con orgoglio. La ragazza fissò nella mente quella frase come una sfida per gli anni a venire.

Arrivò la fine dell’anno accademico, i primi passi incerti nel mondo del lavoro, gli errori iniziali. E anche i progetti stravolti per assecondare il cliente.

Una storia conosciuta: una telefonata per commissionare un progetto. Dalla prima stesura, la proposta esce tutta imbellettata, sembra una Barbie Ballerina. Poi, iniziano le modifiche. Sposta questo, togli quest’altro. A volte i clienti si impuntano persino su soluzioni che hanno poco o nulla a che fare con l’arte della creazione e della comunicazione. Si cerca di dissuaderli con tutti i mezzi, ma loro rimangono fermi della loro opinione. Nel progetto cambiano così tante cose che, all’ultima stesura, prima della fase operativa, non è più neanche l’ombra di ciò che era il briefing iniziale. E’ stato mutilato, spogliato della sua primitiva essenza.

Non è più Barbie Ballerina, è un mutante.

Che fare a quel punto? Mollare il cliente e il progetto mutante o proseguire fino in fondo?

Un primo passo per capire come agire potrebbe essere quello di comprendere il motivo dell’insoddisfazione, domandandosi se il lavoro è stato fatto mantenendo il giusto distacco ed offrendo al cliente l’attenzione che meritava.

Il mutante è davvero così brutto o le variazioni richieste sono state percepite come un attacco personale alla propria creatività? Il rischio dei creativi è che si innamorino di un ideale al punto da lasciarsi possedere da esso, come Gollum con l’anello.

Ciò che un cliente richiede, quando commissiona un progetto, è un lavoro fatto bene. E lavorare bene non significa vivere una storia d’amore con le proprie idee, ma garantire concretezza, lucidità e impegno durante ogni fase. E anche avere la mente aperta alle novità, accettare i cambiamenti e le opinioni, perché alla fine possono anche dimostrarsi delle scoperte inaspettate.

Non innamorarsi dei progetti significa mettersi al riparo dalle delusioni e dalla frustrazione, avendo l’occasione di confrontarsi ed imparare cose nuove, mettendosi alla prova. Essere elastici e versatili. Avere rispetto del proprio tempo e cercare di ottimizzarlo. E non privarsi della parte più bella di un lavoro creativo: l’entusiasmo della creazione.

L’ex studentessa alla fine capì cosa voleva dire quella frase: che non era “non amare il tuo lavoro”, ma “rispetta te e il tuo cliente”.

E, in casi estremi, impara ad ingoiare i rospi!

Personal Branding sui social: ovvero cosa i clienti vogliono sapere di te

Il personal branding è la capacità di promuovere se stessi. Perché farlo? Perché ognuno di noi è il risultato delle esperienze, occasioni e storie che ha vissuto, e che accrescono il valore della comunicazione delle proprie competenze. Fare personal branding significa mettersi in gioco, e far sì che le persone, i clienti, gli utenti, possano conoscere chi c’è dietro un brand o un titolo: la persona, i suoi principi, le sue esperienze. Comunicare anche la propria personalità, attraverso i social, può avere il vantaggio di stabilire fin da subito un filo comunicativo con il potenziale utente, fatto di empatia e di affinità.

Fare tutto questo non  è semplice: presuppone sincerità e strategia, per questo è uno degli aspetti su cui ci soffermiamo particolarmente durante i corsi di Social Media Marketing.  Naturalmente non bisogna farsi una radiografia sui social, mettendo a nudo tutti i propri aspetti, ma selezionare le informazioni che potrebbero essere d’interesse. Come fare? Prima di cominciare, puoi analizzare tre punti da cui trarre degli spunti di riflessione:

 

  • Schematizza la tua personalità con degli aggettivi. Ti servirà per capire se il tuo registro comunicativo la giusta sintesi tra il tuo modo di essere e la tua attività. A volte capita di riscontrare una discordanza tra stile e personalità: come se la persona indossasse forzatamente un abito in cui non si sente a suo agio. In una personalità amichevole e gioviale, ad esempio, un atteggiamento molto formale risulterebbe artefatto. Magari si è formali per apparire autorevoli: un medico o un avvocato devono adottare uno stile compassato per essere credibili. Ma anche no! Si può comunicare competenza in tanti modi: è ciò di cui si parla a fare la differenza, e il criterio con cui si espongono gli argomenti ad assicurare il valore delle affermazioni.

  • Domandati perché sei credibile. Analizza quali esperienze ti hanno portato verso la tua professione, il viaggio che hai percorso, la formazione, i risultati che hai ottenuto finora. Il livello di competenza nasce e cresce col tempo, con la partecipazione e le esperienze. Non è detto che la strada per un obiettivo sia sempre una sola: ogni parte di quel tragitto, anche i giri tortuosi che hai affrontato, hanno avuto un significato e contribuito ad arricchire il tuo bagaglio.

  • Cosa offri? Per rispondere seriamente a questa domanda, devi sicuramente anche riflettere sulla concorrenza e capire quale sia il tuo valore aggiunto, e sottintenderlo nella tua comunicazione. Offrire la professionalità, competenza e disponibilità è importante. Ma anche offrire dei valori che fanno parte della propria cultura e personalità avvicinano le persone per una questione di empatia.

E il fallimento che paura che fa!

Il diavolo non è mai nero come sembra” è la frase che mi ripetono i miei genitori fin da bambina. Perché, ogni volta che sono davanti ad un cambiamento importante, la paura non mi permette di vedere con chiarezza la strada, facendomela immaginare piena di ostacoli insormontabili. Cerco continuamente nuovi stimoli e occasioni ma, quando il treno arriva, ci metto tanto a salire su. Col rischio di vederlo sfilare davanti ai miei occhi, mentre mi sto ancora domandando se la destinazione scelta sia quella giusta. Ho bisogno di una “spintarella” esterna di incoraggiamento.

La paura in natura favorisce la sopravvivenza, aiuta a mantenere i sensi in allerta, ad essere pronti ad agire in caso di bisogno. E’ normale avere paura di fronte ad un cambiamento, anche se l’hai fortemente desiderato: ciò che non conosci può spaventarti, è istintivo e naturale. Purché l’emozione non prenda il sopravvento sulla razionalità e ti impedisca di agire. E, soprattutto, non diventi un alibi per evitare la responsabilità di perseguire un obiettivo.

Quante volte ti dici:  “Non sono pronto”. “Non è ancora tutto perfetto”.

Non è possibile che tutto sia perfetto sin dal principio. Se così fosse, allora significherebbe che il viaggio è già compiuto. Come quando traslochi in una casa nuova: magari ci sono le tende, gli arredi, gli elettrodomestici. Ma è solo vivendoci dentro che scopri di cosa hai realmente bisogno giorno per giorno, e ti adoperi per migliorarne le condizioni. Non devi aspettare il momento giusto: può darsi che non arriverà mai, perché, in realtà, stai solo cercando di non affrontare ciò che ti spaventa.

Una lunga attesa potrebbe fiaccare l’entusiasmo, convincerti che non ne hai le capacità, trasformare la percezione del tuo obiettivo.

E continuare ad alimentare i pensieri negativi.

“E che succede se…”.

Senza sfera di cristallo è difficile poter capire se sarai in grado di raggiungere l’obiettivo che ti sei prefisso. Ma hai un espediente, dalla tua, che ti può permettere di superare il blocco.

Si chiama esperienza.

Essa nasce, cresce e si consolida ogni volta che affronti davvero un “e che succede se…”. Scaturisce da una combinazione di intuito, improvvisazione, errori e competenze, ed è ciò che ti permette ogni giorno di svegliarti diverso, migliorato, più forte.

L’esperienza è fatta anche dal superamento di insuccessi e fallimenti: momenti che in passato ti hanno segnato, sensazioni che non vuoi più provare.

Prova a fare un’analisi delle responsabilità, con obiettività, per correggere il tiro.

Il problema è dipeso completamente da te o anche da fattori esterni? Tutto può essere: pensa che i Beatles, all’inizio della loro carriera, furono silurati dalla casa discografica Decca Records. Se si fossero lasciati scoraggiare dalla bocciatura, magari avrebbero smesso di suonare e non avrebbero donato al mondo la loro incredibile rivoluzione musicale.

E se il fallimento fosse causato anche da te? Si può fare un passo falso, e anche due: può semplicemente succedere. Gli sbagli vanno analizzati, capiti, accettati. E poi considerati un investimento sul futuro, necessario ad  incoraggiare una rinascita e a dare valore all’esperienza.

Sul prossimo treno, porta le tue esperienze con te come un filo di Arianna, ma al contrario: non per indicare il passato, ma per segnare il percorso, mostrarti l’obiettivo e ricordarti ciò che sei.