Come comunica il Network Marketing

Hai presente la pubblicità in televisione di quei coltelli giapponesi che tagliano tutto? Ecco, io la trovo ipnotica. Quando la becco, non riesco a cambiare canale. Che siano coltelli o altro, quando mi capitano sotto tiro queste pubblicità io rimango a fissare lo schermo per alcuni minuti.

Un’altra cosa che mi ipnotizza, sui social, sono i post dedicati al network marketing. Anche qui, che si tratti di un regime dimagrante o di cosmetici, cambia poco. I post, a seconda del sistema di riferimento, sono tutti molto simili.

Dal momento che il network marketing si è spostato dalle case ai social media per la creazione della rete di contatti, credo sia interessante analizzare come funziona la strategia di comunicazione di molti di loro sui social.

 

I networker sono considerati microinfluencer

Gli utenti del Network Marketing si pongono come microinfluencer del prodotto stesso o del sistema. Sono loro stessi a presentarlo e a raccontarne le caratteristiche attraverso immagini della loro vita lavorativa come networker.

I clienti del networker possono essere invitati, a loro volta, a fotografarsi e a parlare del prodotto che stanno utilizzando e a condividere i risultati.

Alcuni network si avvalgono della collaborazione di Influencer (personaggi famosi della TV o del web) per promuovere i prodotti su social come Instagram e Facebook. Gli Influencer si ritraggono come fruitori del prodotto o lo posizionano “casualmente in bella vista” in immagini che raccontano di altre esperienze.

 

Lo Storytelling come strategia di comunicazione

Attraverso i profili, i networker raccontano la loro relazione con il prodotto, l’azienda e con le proprie ambizioni. I contenuti pubblicati sui social sono in genere di tre tipologie:

  • Il momento in cui il networker lavora o utilizza il prodotto. In genere si tratta di momenti in cui la gente normale non lavora (in palestra o in salotto davanti alla TV), a sottolineare la facilità con cui si può guadagnare attraverso il network.
  • I momenti di aggregazione aziendale, i meeting e le trasferte, l’incontro con gli Influencer o microinfluencer di riferimento.
  • I propri sogni, raggiungibili attraverso il raggiungimento di livelli superiori.

Più raramente il prodotto viene proposto in modo più classico, descrivendone caratteristiche e prezzo.

 

Il messaggio viene ripetuto come un mantra

La pubblicità dei coltelli giapponesi e i post del network marketing hanno una cosa in comune: la ripetizione del messaggio.

Facci caso. La comunicazione sui social media dei networker hanno un tono di voce entusiastico e ricco di emoji. La ripetizione del messaggio viene veicolata attraverso gli utenti che fanno parte del network. Pubblicano lo stesso genere di immagini e didascalie, con un’alta frequenza.

 

E quindi?!

Questo articolo non vuole né assolvere e né promuovere il network marketing. Esistono realtà come Avon, che si fondano da tempo immemorabile sul marketing di livello. E altre realtà che ne sono una brutta copia.

Questo articolo vuole essere un’analisi di una strategia di comunicazione che ha delle basi interessanti e che, con i dovuti accorgimenti, si adatta al racconto di diverse tipologie di attività.

Quello su cui, personalmente, prenderei le distanze è l’ultimo punto. Un messaggio ripetuto all’infinito può avere diversi effetti: o perde completamente di significato e diventa piatto, oppure diventa ipnotico. O, ancora, diventa fastidioso, come una zanzara. 😉

E, prima di fare la fine della zanzara, ci penserei un po’…

Internet e Adolescenti: a scuola di Cyberbullismo ed Educazione Digitale

Sono già due anni che, in occasione del Safer Internet Day, vado in un istituto superiore della mia città per parlare con ragazzi di Internet, Social Media ed Educazione Digitale. Gli incontri si svolgono in presenza di psicoterapeuti che, attraverso dei giochi di ruolo, mettono in scena e stimolano discussioni sulle problematiche della vita virtuale e social.

Sono delle occasioni preziose (purtroppo ancora rare, per via di una mancata presa di coscienza del problema), perché è fondamentale che gli adolescenti siano consapevoli dei mezzi che utilizzano costantemente durante la loro giornata. Rispetto all’esperienza dello scorso anno, ho notato con piacere che i quindicenni sono un po’ più informati rispetto alle insidie e alle potenzialità del mondo virtuale. Certi aspetti del mondo Social rimangono ancora un mistero, ma solo perché non si pongono delle domande su determinati meccanismi.

Negli incontri cerchiamo di stimolare i ragazzi a porsi alcune domande chiave. Le riporto qui, così, se ti va, puoi provare a parlarne con tuo figlio a tavola o in un momento di relax. E confrontarti con lui quello che è il suo mondo, e anche il tuo.

 

Perché Facebook, WhatsApp e Instagram sono gratuiti? 

Capire il meccanismo commerciale che si trova alla base dei Social e delle chat permette di essere consapevoli del fatto che, ogni volta che interagiamo nella rete, lasciamo una scia di dati sensibili. E’ quindi importante proteggere – nei limiti del possibile – la nostra privacy.

E’ interessante confrontarsi sulle clausole di accettazione che sottoscriviamo quando ci iscriviamo ai Social Media (che nessuno legge mai). Queste regole le accettiamo pacificamente senza darci troppo peso, salvo poi saltare sulla sedia quando scopriamo quali sono! 😉

 

I Social rendono felici o depressi?

Lo scorso anno, in classe, questa domanda aveva scatenato un coro di “depresso“. Stavolta i ragazzi stanno dimostrando una maggiore capacità critica, inserendo nella discussione le loro problematiche adolescenziali.

Quando riceviamo un like o un messaggio, nel nostro organismo si mette in circolo la dopamina, che ci fa sentire bene, apprezzati e popolari. Allo stesso tempo, se non riceviamo like ad una foto, oppure se qualcuno che stiamo cercando su WhatsApp non visualizza un messaggio (o peggio, visualizza e non risponde!) subiamo uno stress.

“E’ sbagliato stare ad aspettare un messaggio?” ha chiesto uno degli studenti.

No, purché non diventi una dipendenza. Sicuramente, in un periodo come l’adolescenza non è facile tenere le due cose distaccate.

Siamo stati tutti accanto al telefono per ore, ad aspettare “quella telefonata“. Controllando, di tanto in tanto, se la linea era libera o c’era campo. Oggi, la stessa trepidazione si è spostata su WhatsApp, Messenger e tanti altri canali di comunicazione.

Ogni cosa va valutata con il giusto peso, senza confondere le pene d’amore con la dipendenza da smartphone. Ma senza abbassare la guardia!

 

Hai mai inviato a qualcuno immagini private?

La pratica di inviare foto private ad amici o fidanzati è qualcosa su cui soffermarsi a parlare. Perché la foto, una volta inviata o postata, “si perde” nella rete e non è più possibile rientrarne in possesso.

Una foto che ritrae una persona in un momento privato o in una situazione imbarazzante potrebbe essere inviata ad altri dal destinatario, oppure potrebbe essere messa in rete. In ogni caso, la foto potrebbe saltare fuori al momento sbagliato. Magari anni e anni dopo, creando qualche problema sul lavoro o nella vita privata.

Ecco, su questo bisogna stare attenti. Una foto è per sempre, l’amore no.

Quello che oggi è il tuo amico o il tuo ragazzo, potrebbe non esserlo più tra qualche giorno, mese o anno. Però quella persona ha in mano delle foto o dei video che riguardano la tua sfera privata e che potrebbe utilizzare contro di te.

 

Hai mai inviato ad altri foto o video di un amico senza questo ne fosse consapevole?

Il cyberbullismo è una piaga molto sottile. Ci sono episodi  violenti e intenzionali, che si esasperano con i social media e le chat. Che rendono impossibile la vita del ragazzo e che comprendono diffamazione, minacce, violenza psicologica ed esclusione.

E poi, ci sono episodi di cyberbullismo che non nascono in modo non intenzionale, ma per superficialità o goliardia. Come uno scherzo filmato e messo su un gruppo, che in breve fa il giro degli smartphone del paese. E la cui diffusione può dare fastidio o problemi all’interessato.

Per questo, è importante capire che puoi diventare “cyberbullo” anche se a quella persona vuoi bene ed è un tuo amico.

E cioè, quando passi il limite e, anche se per leggerezza, diffondi un contenuto che espone quella persona ad una presa in giro o ad una situazione spiacevole. E quando ricevi un contenuto derisorio o privato e decidi di farlo girare. Anche in questi casi stai contribuendo ad un atto di cyberbullismo.

Secondo la maggior parte dei ragazzi che erano all’incontro, il cyberbullismo non è un reato, ma un danno morale. Invece il cyberbullismo è proprio un reato punibile per danno morale, biologico ed esistenziale. La responsabilità del danno, inoltre, può ricadere anche sui genitori o sull’istituzione scolastica.

 

Internet è bello: usalo con leggerezza, non con superficialità!

Naturalmente queste domande sono solo la punta di un iceberg che portano a un confronto più profondo, come l’adescamento, il gioco on line e così via. Questo genere di incontri andrebbe organizzato con maggiore frequenza, a partire dai ragazzi, per finire con gli adulti.  Sia come genitori che come utenti. Perché il mondo virtuale è nel mondo reale. E, come si può capire, la linea di confine è facile da valicare.

Capirne i meccanismi e le reazioni è un modo per imparare a vivere meglio e limitare i rischi, prendendosi il bello che la rete può dare.

Sette libri (+ uno) da leggere nel 2018

Iniziamo l’anno con un po’ di leggerezza e di buoni propositi riguardo alle letture che possono accompagnarvi in questo 2018. L’anno scorso avevamo parlato dei libri da regalare e regalarsi, invece questa volta ti suggerisco alcuni titoli che ho trovato interessanti e che possono ispirarti durante i prossimi mesi.

Progetto di sangue di Graeme Macrae Burnet.  Ambientato in una minuscola comunità rurale scozzese nella metà del XIX secolo, il libro raccoglie le memorie di un giovane pastore in attesa di processo per triplice omicidio. La storia è davvero appassionante e coinvolgente, a partire dall’originalità del soggetto.

La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. Nel panorama letterario italiano, Carrisi è uno scrittore che riesce sempre a cogliere delle sfumature particolari nei suoi personaggi. Di questo libro avevo già parlato in occasione di un articolo sullo Stoytelling. La cosa più interessante del romanzo è il legame tra le indagini dell’Ispettore Vogel e i media che seguono la vicenda criminosa. Sicuramente qualcosa su cui riflettere anche nella realtà.

Diciannove minuti di Jodi Picoult. Ho conosciuto questo libro dopo aver visto un TED dedicato alla triste vicenda della Columbine, in cui la madre di uno dei ragazzi che avevano commesso la strage si interrogava pubblicamente sulle sue eventuali mancanze. Il libro racconta come il mondo può cambiare in diciannove minuti. Prende spunto da questa vicenda per raccontare un punto di vista diverso, e cioè il “dietro le quinte” di una famiglia toccata da una tragedia come questa.

Consigli a un giovane scrittore di Vincenzo Cerami. Mi sono trovata a consigliarlo più di una volta in questo ultimo periodo e ho pensato che andasse bene anche in questa lista. E’ un evergreen, che fa venire voglia di scrivere qualsiasi cosa: da una tesi di laurea al romanzo della vita, da un blog a una sceneggiatura.

Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo. Un libro che racconta cento storie di donne straordinarie che hanno sfidato delle regole per seguire la propria natura e i propri sogni. Dalle più famose come Frida Kahlo e Coco Chanel fino ad eroine meno note, ma altrettanto eccezionali. Un libro bello anche per la grafica, l’impaginazione e per la dedica iniziale.

Atlante dei luoghi insoliti e curiosi di Travis Elborough e Alan Horsfield. Un po’ di storie e posti strani sul mondo che abitiamo: città fantasma, architetture insolite o isole disabitate. Luoghi che non vedremo mai o per i quali programmeremo un viaggio, spinti dalla curiosità. Chissà! L’importante è sapere che esistono.

Norwegian Wood di Murakami. Considerato Il Giovane Holden in versione nipponica, il libro racconta la vita universitaria di Toru, tormentato tra solitudine, paura di crescere e tribolazioni d’amore. Uno sguardo sulla cultura giapponese e su quell’età in cui non si è più adolescenti, ma non si hanno ancora ali troppo forti per volare.

Mentre scrivo questo articolo, ho tra le mani L’enigma del lago rosso di Frank Westerman, un libro reportage su una strada vicenda avvenuta in Camerun una notte degli anni Ottanta, e alla quale ancora la scienza sembra non aver dato una vera risposta. Ben scritto, ben argomentato, appassionante. Non l’ho ancora finito, quindi non posso ancora consigliarvelo. Però, finora, vale davvero la pena!

Cinque cose che devi sapere su Facebook

Ho sempre pensato di volerne parlare sul blog, ma allo stesso tempo qualcosa mi ha fermata. Lo spunto arriva dopo aver letto le parole di un ex vicepresidente di Facebook, che accusa l’azienda di aver creato un circuito di dipendenza sociale.

La risposta ufficiale di Facebook ammette il problema.

Fin da quando, per lavoro, ho iniziato a capire meglio i meccanismi di Facebook, ho cercato di trasmettere agli altri una consapevolezza maggiore dell’utilizzo che se ne fa. E l’ho fatto per un motivo molto chiaro: mi sono subito resa conto dell’ingenuità con cui si forniscono alla rete dati personali, informazioni e notizie che non diremmo neanche al nostro migliore amico. E delle reazioni emotive agli stati e ai commenti.

Con questo post voglio condividere ciò che ho capito in questi anni di interregno tra realtà e social media: che i social non sono da demonizzare, ma va modificato il nostro approccio verso di loro.

Ho cercato di riassumerlo in cinque punti, anche se ce ne sarebbero molti altri di aspetti da considerare.

 

Facebook non è gratis

In aula, mi ritrovo spesso a fare questa domanda “Come mai Facebook, WhatsApp, Messanger sono gratuiti?”. La maggior parte delle volte, mi guardano come se non si fossero mai posti una domanda del genere. Allora incalzo. E’ possibile che vi offrano un servizio senza chiedere nulla in cambio?”

La risposta è semplice: questi servizi non sono gratuiti.

La moneta che è sul piatto dello scambio sono i nostri dati personali, i gusti, gli hobby, il modo in cui trascorriamo il tempo libero, chi frequentiamo e chi conosciamo, i nostri figli, i nostri genitori, il lavoro, le opinioni politiche e religiose, gli ideali, le ansie, le paure. I nostri sogni. Tutto ciò che noi crediamo di condividere con i nostri amici, parenti, conoscenti. I dati che forniamo ai Social, inconsciamente o consciamente, attraverso le nostre interazioni.

In genere, a questo punto, qualcuno si indigna e dichiara che non ci sta. “E lasceresti Facebook, WhatsApp, Messanger in questo stesso momento?”

Vogliamo essere sempre più connessi, vogliamo il nostro “circolo di dopamina” quotidiano, vogliamo sapere cosa fanno i nostri contatti, ma non cacceremmo un euro, se fosse a pagamento.  Ma i dati personali, quelli sono gratis. E li forniamo, senza farci problemi su dove andranno e a cosa serviranno.

 

Facebook serve a mantenere vive le relazioni

I Social Media sono divertenti e utili. Se penso ai vantaggi di Facebook, mi viene subito in mente che non avrei mai interagito con alcune persone se non avessi avuto la possibilità di “conoscerle” attraverso i social. Stessa cosa con gli amici e i parenti lontani, che sono addirittura oltreoceano o in un altro emisfero. In fondo, era proprio questo lo scopo iniziale di Facebook!

Un altro dei vantaggi è sicuramente a livello commerciale: piccolissime imprese hanno la possibilità di farsi conoscere ed apprezzare, proprio grazie ai social che offrono loro uno spazio in cui esprimersi. Nel “vecchio sistema” della comunicazione non avrebbero avuto la forza economica per poter allargare il loro giro, schiacciate da aziende con maggiori capacità di investimento pubblicitario.

In più, i social sono rilassanti: puoi sognare ad occhi aperti guardando foto di viaggi e scoprire luoghi che non sapevi che esistessero. Puoi venire a conoscenza di raccolte di crowfunding,  esperienze, eventi, letture, film e serie da vedere. Insomma, incuriosirti e conoscere cose nuove!

 

Facebook non è il mezzo per farsi un’opinione 

Il sistema è fatto in modo che ogni utente viva all’interno di una “bolla”, che gli mostra solo quello a cui  è realmente interessato.

Un esempio pratico: sulla mia bacheca non troverete mai informazioni sul calcio, perché è uno sport che mi annoia da morire. Ora, è impossibile che nel mio migliaio di contatti nessuno parli mai di calcio. Però, Facebook  sa bene che, se un giorno io aprissi la bacheca e trovassi solo post di Champions League, chiuderei l’App e non sarei tentata di tornarci.

Ecco perché è importante non fermarsi ai Social Media, ma cercare di creare le proprie opinioni, i propri pensieri e capire il mondo attraverso tutte le forme di conoscenza che abbiamo. E sono tantissime. Se il mondo reale fosse quello che ho sulla bacheca, significherebbe che il calcio non esisterebbe.  Chiaro, no? 😉

 

Facebook non è una psicoterapia

Un like non è altro che un clic su un icona. Non diamogli più valore del necessario. Non stiamo cambiando il mondo e tantomeno diventando Chiara Ferragni, se riceviamo più like su un post.

E possiamo sopravvivere anche senza, lo si evince da migliaia di anni di evoluzione umana.

Quando riceviamo un complimento o un apprezzamento, nella vita come nei social, mettiamo in circolo la dopamina, un ormone che ha il compito di farci sentire popolari, apprezzati e contenti. Ma, per ricevere sempre più like, bisogna spingere sempre più in là l’asticella dei post.

Più ci esponiamo e più riceviamo like. Perché nessuno resiste ad una foto di un bambino, un’opinione convinta  o una confidenza ben assestata.

Allo stesso modo, il continuo confronto con gli altri può portare alla depressione. Ne abbiamo parlato qui.

Lo scopo dei social è conoscerci per suggerirci un nuovo modello di smartphone, una Yankee Candle o un’ispirazione per un viaggio. Ma non possono diventare più importanti di un catalogo degli acquisti. Noi, quando ricerchiamo like mettendoci sempre più a nudo, li consideriamo molto di più di questo. I social, lo dicevamo, non sono gratis. Ma la moneta sul piatto la mettiamo noi. Siamo noi a gestire il gioco e a stabilire la posta. Sempre.

 

Facebook non è obbligatorio

C’è bisogno di pubblicare sempre dei contenuti? Qui mi tiro dietro le ire dei miei colleghi, che invece consigliano un post al giorno come se fosse la mela del medico. Io penso che si possa anche evitare di pubblicare qualcosa, se non strettamente necessario. E quando è necessario?

  • Se non hai nulla da dire, non pubblicare. Non è che ogni giorno devi uscire con una perla di saggezza.
  • Se hai qualcosa da dire, domandati quanta competenza hai in materia. E’ un’opinione consapevole o un pensiero da bar? Il mondo può fare tranquillamente a meno della tua opinione?
  • Se hai qualcosa da dire e pensi che sia rilevante, domandati quali effetti possa avere sui tuoi contatti. Tutto ciò che è positivo, in termini di condivisione di esperienze o leggerezza, pubblicalo. Per il resto, desisti.

Questo perché, e ne abbiamo parlato qui, i social possono diventare un covo di ansie, paure, ostilità, rabbia. Uno sfogatoio. Che è un atteggiamento nocivo per tutti.

Possiamo vivere con o senza social. Sono uno strumento. Che, come tale, ha poco a che fare con la nostra autostima e con tutte le connessioni reali che gli diamo. Siamo noi a renderlo un demone o un passatempo. Però, se impariamo ad usarlo responsabilmente, possiamo trarne solo cose positive.

 

Storytelling: come trovare la storia da raccontare

Si parla tantissimo di Storytelling in comunicazione. Questa sembra proprio l’epoca del racconto: dietro le pubblicità, i social e anche i programmi TV ci sono delle storie. In realtà lo Storytelling è un richiamo ancestrale. Le persone amano le storie, da sempre. Tutto ciò che ci circonda può raccontare una storia: un quadro, un libro, una canzone, un film. L’arte stessa è racconto, narrazione. 

E oggi possiamo dire che la comunicazione digitale attraverso i blog e i Social Media è diventata essenzialmente questo: narrazione, attraverso varie forme di comunicazione – testi, foto, video, podcast – di ciò che succede intorno a noi.

 

Cosa puoi fare per iniziare a raccontare la tua storia?

Questo è il primo di una serie di articoli dedicati allo Storytelling.

Prima di iniziare a raccontare, però, bisogna trovare la storia. Perché quando ce l’hai, viene da sé il modo migliore di raccontarla, con un testo o un video. Ma anche con una foto. Diceva Isabella Allende che “una bella fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo”.

Molte persone dicono che non hanno storie da raccontare. Che vorrebbero farlo, ma non saprebbero cosa scrivere o comunicare. E invece, ognuno di noi ne ha sempre almeno una, e anche di più. Tutto ciò che vivi è una storia, una verità.

A volte non è neanche la particolarità dell’avventura a rendere avvincente la narrazione. Ma il fatto di aver prestato attenzione ad un’emozione, un’esperienza, una percezione, un piccolo cambiamento. E’ invitare gli altri a guardare con occhio attento qualcosa di ordinario. Per scoprirci dentro qualcosa di diverso. E identificarsi in un pensiero, un’azione o un modo di fare.

 

Prova ad ascoltare

Per affinare la ricerca di belle storie, prova ad ascoltare il programma radiofonico Pascal.

Pascal è una meravigliosa trasmissione di Radio 2 che va in onda la sera. E che è interamente basata sullo Storytelling: “Pascal vuole raccontare storie di vita e condividerle con gli ascoltatori.” 

Ogni giorno la redazione riceve delle storie realmente accadute, proposte dagli stessi protagonisti, che vengono poi scelte e raccontate in trasmissione. Perché “raccontare storie è il modo migliore di conoscere il mondo“.

E, ascoltando Pascal, capisci che storie da narrare sono nascoste in ogni piega della nostra vita: nel lavoro, a scuola, nell’ordinario o in un momento speciale. Basta saperle cercare. Ecco perché, prima di dare il via alle tecniche di narrazione, ti consiglio di ascoltare almeno una puntata di Pascal. A me è piaciuta questa che, per vari motivi, mi ha emozionato particolarmente. Ma se ti va di metterti a cercare, ce ne sono così tante che potresti passare giorni interi ad ascoltare.

Se pensi che della tua vita non ci sia nulla da raccontare, in realtà stai solo guardando il quadro da lontano. Prova ad avvicinarti e a scoprire da vicino ogni dettaglio.

Dottor Social: lavorare meglio con le community di Facebook

Quando vedete un medico chino sul suo smartphone, non pensate subito che stia facendo passare il tempo. Magari è in pausa ed è proprio su Facebook. Ma, invece di perdere tempo, è lì per studiare qualche caso clinico. O sta condividendo un’esperienza formativa con i suoi colleghi.

I medici stanno iniziando a capire il valore dei social come mezzo di comunicazione e diffusione di informazioniChi c’è affronta con animo le proprie crociate oppure chi tenta di sviluppare un approccio comunicativo moderato all’interno del triangolo medico-paziente-google. Ne avevamo già parlato qui

 

I gruppi Facebook sono un’esperienza di formazione

Nonostante tutto ciò che di bene e di male si dica sui social, in ambito sanitario hanno anche contribuito al miglioramento professionale. Come? Attraverso i gruppi Facebook. Sono tantissimi i gruppi chiusi dedicati alle diverse categorie professionali e specializzazioni. Ma è proprio all’interno dei gruppi professionali che i medici riescono a trovare un’esperienza di formazione e aggiornamento diretta, quotidiana e reale. 

Perché nei gruppi chiusi ci si sente liberi di confrontarsi e di instaurare un vero e proprio dialogo con i colleghi. Fatto di solidarietà, generosità e condivisione di competenze, e che diventa un vero e proprio allenamento della mente.  

Del valore umano e professionale dei gruppi Facebook dedicati al mondo sanitario ne avevo già parlato con alcuni medici in occasione di un seminario sulla reputazione digitale all’Ordine dei Medici di Latina. Poi, ho avuto modo di sbirciare in uno di questi gruppi per capire come si sviluppano le dinamiche che li animano. E lì, ogni giorno, quasi cinquemila medici provenienti da ogni posto d’Italia, si confrontano su casi clinici, esperienze e interessi comuni. Si sostengono e si assistono come un vero e proprio team. All’interno del gruppo ogni giorno vengono postati quesiti, domande, ricerche, post e commenti che riguardano principalmente le esperienze personali e quotidiane in corsia e in sala. Permettendo, così, un aggiornamento e una riflessione sulle esperienze e sulle competenze acquisite. All’interno delle community si lavora e si migliora insieme.

 

Fare squadra, anche a distanza

Ciò che si evince da questa esperienza è, prima di tutto, la capacità di condividere conoscenze ed esperienze con generosità. Dove la “vecchia scuola” e i più giovani possono confrontarsi liberamente, svicolati da legami gerarchici. E poi, il fatto che il gruppo sia utilizzato come una risorsa di training mentale continuo. I casi clinici che i medici vivono in corsia o in sala, a fine giornata vengono condivisi con i membri del gruppo perché ci si confronti, come un vero team.

E questo aiuta loro, ma aiuta anche tutti i pazienti.

Insomma, Facebook tra un po’ potrà anche pensare di istituire dei crediti formativi!

Dare un valore al tuo lavoro

Quando lavori in proprio, come freelance, la parte più difficile è stabilire il valore economico del tuo lavoro. Devi riuscire a quantificare il tempo che impieghi per un progetto, la capacità di compierlo, gli eventuali errori, gli strumenti di cui disponi, le spese fisse e, in più, il rapporto con la concorrenza.

Insomma, bisogna riuscire a tirare giù una cifra reale, in un contesto di fattori astratti, oggettivi e soggettivi.

Perché ci sono tantissime componenti in gioco, e non ci sono ricette magiche per quantificare il valore del tuo tempo e delle tue capacità. Il problema è che, soprattutto nel caso di attività creative, ci sono delle variabili che non possono essere standardizzate.

A partire dalle spese fisse da sostenere, come tasse, affitti, mezzi pubblici, macchinari, software, corsi di aggiornamento. Alcune sono variabili, altre no. Ad esempio, se tra le spese fisse hai l’affitto di un ufficio, potresti dire che, in uno spazio coworking, ridurresti le spese? Sicuramente una strategia per riuscire ad abbattere costi come questi, è la possibilità di creare un ufficio in casa. Ne abbiamo parlato qui. Ma non tutti sono adatti a farlo. Metti che devi ricevere spesso dei clienti e non hai uno spazio completamente autonomo. Oppure, che a lungo andare non ti togli più il pigiama!

 

Quanto vale l’esperienza?

Se lavori nel settore da tempo, e sei riuscito a costruire una reputazione, hai la possibilità di dare maggiore valore alle tue prestazioni. Ma qui si entra in un campo minato.

Perché c’è differenza tra essere competenti ed essere bravi. 

Bisogna essere obiettivi con se stessi. Si può essere capaci e volenterosi, esperti e competenti. E va benissimo. Oppure si possiede quel pizzico di “genio” che fa brillare qualsiasi idea. E questo è sicuramente qualcosa di cui tenere conto.

 

Quanto tempo ci metti? 

Qui non è questione di bravura. Metti che per scrivere un testo o per preparare una grafica impieghi un’ora, chi ti dice che sia proprio quella la durata equa da quantificare? Che non sei troppo lento o troppo veloce? E qui non c’entra l’esperienza o la competenza professionale. 

 

Scommettere su te stesso: quanto vuoi rischiare? 

Puoi scegliere di alzare il prezzo per poter lavorare meglio, con pochi clienti selezionati. Il rischio, però, è quello di creare aspettative molto alte. E di non riuscire sempre a soddisfarle. Oppure, puoi scegliere di abbassare il prezzo, per poter avere più possibilità. E qui il rischio è, invece, quello di trovarti sobbarcato dal lavoro. Per guadagnare meno di quanto credi.

 

E adesso tira le somme

Insomma,anche quelli che sembrano dati oggettivi, in realtà non lo sono del tutto. Questo perché il lavoro creativo è unico. 

Però, se sei onesto con te stesso e sei consapevole delle tue abilità e dei tuoi limiti, puoi riuscire a tirare giù un costo orario sotto il quale non puoi andare. E poi, se al cliente non sta bene la cifra che hai stabilito, non ti preoccupare: sicuramente, alla fine, se ne occuperà suo cugino! 😉