Piccoli dettagli per migliorare l’esperienza di acquisto

Nelle ultime settimane sono stata poco presente sul blog, perché ho avuto diverse ore di lezione in aula sulla comunicazione diretta e il Public Speaking. In queste occasioni, ho avuto modo di confermare l’idea che la comunicazione con i clienti – nei negozi, nelle agenzie e persino nelle officine – non è spesso supportata da conoscenze dirette, ma guidata dal buon senso e dal carattere di chi è al banco.

Esistono però delle strategie che permettono di entrare in empatia con chi abbiamo di fronte, offrendo la possibilità di fidelizzare un potenziale cliente anche attraverso la comunicazione verbale e non verbale.

Qual è la differenza tra comprare e vivere un’esperienza di acquisto? Sicuramente, la seconda permette di sentirsi protagonista, di ricevere informazioni e consigli “su misura”, di avere la consapevolezza di aver investito i propri soldi in qualcosa di giusto e importante. Insomma, l’esperienza di acquisto è da vivere, da raccontare, da consigliare e, perché no, da replicare.

 

Gli aspetti non verbali

Nella vendita diretta ci sono alcuni fattori di cui siamo meno consapevoli, che però influiscono sul  processo di vendita. Uno di questi fattori è la prima impressione : ne abbiamo già parlato, è un elemento che appartiene alla natura umana più primitiva, quella che ci permette di capire – nelle situazioni nuove o davanti a sconosciuti- se siamo prede o predatori. E’ ovvio che la prima impressione è, appunto, solo un’impressione. Ma può condizionare alcune persone più di altre e rallentare il processo di fiducia che viene ad instaurarsi durante una vendita. Insomma, se una persona non “ti piace” a pelle, è difficile che riuscirà a venderti qualcosa!
Ecco perché è necessario prestare attenzione a come ti presenti, anche dal punto di vista dell’immagine. Tu rappresenti la tua attività, per questo la tua immagine è importante quanto la vetrina del negozio.

Un bel sorriso aperto, lo sguardo diretto e una postura predisposta all’accoglienza sono sicuramente elementi che possono favorire una bella impressione, di te e della tua attività. Elementi che vanno poi supportati con un tono di voce calmo e sicuro e la predisposizione all’ascolto.

 

Fai le domande giuste!

Hai presente quando vai in un negozio e l’addetto alle vendite tira giù tutto il campionario per permetterti di scegliere? Molto spesso, dopo aver visto tutto, sei più confuso di prima. E quindi prendi del tempo per decidere.

Prima di intraprendere una vendita, ascolta le necessità del cliente.

Aiutare il cliente significa cercare di capire di cosa ha bisogno. E questo puoi farlo solo se gli fai le domande giuste. Avrai l’impressione di perdere tempo a chiacchierare, ma non è così.

Prima di tutto, alle persone piace parlare e percepire la tua attenzione. Inoltre, attraverso le domande, puoi capire qual è il prodotto che sta cercando. Fare le domande, quelle giuste, permette di restringere la ricerca e di chiarire le idee, se hai davanti una persona confusa o titubante. Per fargli pronunciare la fatidica frase “Mi hai letto nel pensiero!” 😉

 

Parlare chiaro!

Il modo migliore per mettere a proprio agio il cliente, quando parliamo delle caratteristiche un prodotto, è tenere presente che può essere esperto (o no) ciò di cui stiamo parlando.

Quando parli del tuo settore, potresti pensare che alcuni termini possano essere familiari anche a chi non è del tuo campo. Invece non è detto che sia così: quelle parole fanno parte del tuo mondo, ma un’altra persona potrebbe non averle mai sentite prima e non conoscerne l’esatto significato. E quindi può fraintendere la tua comunicazione, oppure sentirsi in imbarazzo o incapace di decidere.

Cerca di evitare paroloni e terminologie da “addetti ai lavori”, così come gli inglesismi, a favore di un dialogo comprensibile a tutti: sia per chi ha già dimestichezza con l’argomento e sia per chi, invece, non lo conosce affatto. Una conversazione chiara e semplice permette, in entrambi i casi, di sentirsi a proprio agio nel chiedere spiegazioni e consigli.

 

Emozione, semplicità e coinvolgimento

Volendo utilizzare tre parole, riassumerei così il momento dell’esperienza di acquisto. Perché, in fondo, comprare non è sempre e solo un atto necessario, ma va inteso anche come un’occasione di coccola e di piacere, come lo shopping. Ed è così che andrebbe gestita e vissuta, anche dall’altra parte del banco! 😉

 

 

 

Obiettivi d’autunno: come provare a raggiungerli

Sta arrivando l’autunno, anche se da queste parti andiamo ancora al mare! Questa stagione così particolare e controversa, amata e odiata, è diventata un po’ come il Capodanno o i lunedì in cui si comincia la dieta. E’ il momento delle pianificazioni e delle idee, dei nuovi obiettivi e delle strategie. Però, se ti viene la smania di voler far tutto subito e bene, poi rischi che ti perdi a metà cammino.

Ecco perché ho pensato ad un post in cui parlare di come riprogrammare gli impegni e gli obiettivi in vista della nuova stagione. Vale per te, ma vale anche per me. Ognuno di noi ha bisogno di ragionare, ricalibrare e anche di un po’ di sostegno in queste occasioni!

Prendiamo l’autunno come l’inizio di qualcosa di bello, un momento in cui porsi nuove sfide da portare avanti nei mesi freddi. E anche il momento di un piccolo bilancio, perché non si parte senza prima guardarsi alle spalle, e scoprire la strada già percorsa.

 

Scopri da dove parti

Prova a fare un bilancio degli obiettivi che ti eri dato in passato. Di quelli che hai raggiunto e quelli che, invece, hai fallito. Non c’è nulla di male ad ammettere che alcune cose non sono andate per il verso giusto: è dipeso da te o da altri fattori? Potevi prevederlo? Puoi rimediare? Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Prova a dare una letta a questo post sulla paura di fallire, magari trovi degli spunti interessanti! 😉

E per ciò che invece è andato bene, prova a farti qualche domanda per capire bene quali sono stati i punti di forza che ti hanno permesso di raggiungere l’obiettivo. Fissali e fanne esperienza!

 

Togli di mezzo ciò che non serve più

L’autunno è anche il momento del cambio di stagione. Top, sandali e T-shirt stanno per lasciare il posto a giacche, stivali e sciarpe. Durante il cambio di stagione, tutti tendiamo a conservare, riciclare o dare via i capi dell’anno precedente.

Procedi con lo stesso criterio con la tua Comunicazione Digitale. Controlla sito, social e blog per scoprire se, rispetto al passato, vuoi tenere tutto quello che già c’è, vuoi riciclare o dare una bella sfoltita a ciò che trovi. I tuoi servizi sono ancora tutti validi? Le immagini che sono on line ancora ti rappresentano? Hai aggiornato la tua descrizione personale con le nuove esperienze che hai fatto? Per rinnovare il tuo look digitale, puoi procedere così!

 

Programma per tempo i nuovi obiettivi

Nel prossimo futuro, vuoi lanciare un nuovo servizio o presentarti ad un cliente in particolare?

Programma i tuoi nuovi obiettivi per tempo, e senza guardare troppo lontano sul calendario. E’ inutile riempire l’agenda di cose da fare, solo per sentirti attivo e coinvolto. Anzi, è controproducente, perché più resti indietro sull’elenco, e più senti lontano (e irraggiungibile) il traguardo.

Procedi invece per piccoli passi secondo una strategia: tanti micro-obiettivi che ti portano gradualmente verso il raggiungimento della meta. Definisci una strategia semplice, che possa raggiungersi con una marcia serrata, ma che non ti lasci senza fiato!

E un consiglio, sia per te che per me: non lasciare che le voci in agenda non comprendano anche del tempo libero e delle cose da fare per te stesso. Per il tuo piacere e per prenderti cura di te.

E poi, in bocca al lupo! Perché, se è vero che ci vuole metodo, costanza e  un piano di lavoro per raggiungere gli obiettivi, ci vuole anche un pizzico di fortuna! 😉

 

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Cura la tua immagine a partire dal tuo profilo

Hai degli account social professionali, legati alla tua azienda o al tuo business, in cui racconti le tue esperienze lavorative e proponi i tuoi prodotti e servizi. E, sicuramente, hai degli account social personali, in cui ami condividere le tue idee, le foto degli aperitivi e i meme divertenti che trovi in rete.

Anche se le due cose sono giustamente scisse, non dimenticare mai che l’immagine della tua professionalità sei tu, in prima persona, sempre. Se sei un freelance, un imprenditore e anche se l’azienda in cui lavori non è la tua.

I tuoi amici di Facebook non sono gli amici della tua vita

Sul tuo profilo Facebook, tra gli amici, hai sicuramente un gran numero di persone che non frequenti abitualmente. Tra loro, potresti avere anche dei clienti, effettivi o potenziali, che oltre a seguire la tua Pagina professionale, ricevono gli aggiornamenti sui tuoi contenuti personali.

Beh, non è detto che i tuoi clienti debbano sapere tutto, ma proprio tutto, di te. E diciamocelo, a poco serve spostare la privacy da “tutti” ad “amici”, se poi di contatti ne hai un migliaio. La scelta su cosa far sapere di te avviene a priori: quando clicchi sul tasto “pubblica”, non sai il contenuto dove andrà a finire e che idea potranno farsi di te le persone che lo troveranno.

Quando pubblichi sui Social Media, che sia per diletto o per lavoro, devi sempre tenere presente che quello che stai mettendo on line può essere visto da centinaia di persone. Molte delle quali, non avendo l’occasione di frequentarti nella vita reale, hanno la possibilità di farsi un’opinione sulla tua personalità direttamente attraverso ciò che pubblichi, che scrivi e che condividi.

 

Siamo ciò che pubblichiamo?

Prima di pubblicare qualcosa, pensa se quello che stai mettendo on line è coerente con la tua immagine professionale.

Ti faccio un esempio molto pratico. Mi è successo, parecchio tempo fa, di avere l’amicizia su Facebook con un professionista del settore educativo che condivideva contenuti che bullizzavano alcune categorie sociali. La leggerezza con cui utilizzava il suo profilo personale ha condizionato inevitabilmente la mia opinione sulla sua professionalità.

Allo stesso modo, il bello dei Social Media è proprio quello di darti la possibilità di conoscere ed interagire con persone che incontri raramente. E se ciò che pubblicano ti piace, inevitabilmente la tua opinione su di loro è positiva, anche se le frequenti poco nella vita reale.

Volente o nolente, possiamo dire che ciò che pubblichi in qualche modo influisce sull’idea che le persone si fanno di te, anche professionalmente.

 

Le bugie hanno le gambe corte?

TI è mai successo di conoscere una persona nella vita reale, e di notare che ciò che pubblica sui social non è coerente con quello che sai?

A me sì. Sarà che abito in un piccolo centro, dove ci conosciamo quasi tutti. Ogni tanto vedo persone che conducono una vita assolutamente normale e che poi hanno profili lifestyle che manco Chiara Ferragni. Ecco, a me questo atteggiamento suscita un sorriso bonario di simpatia. Non c’è nulla di male a mettere un po’ di sale nella tua immagine social, se ti piace.

Diventa un problema quando, con questo “sale”, vorresti far credere altro. O vendere uno stile di vita che ritocchi come le maniglie dell’amore su Photoshop.

Ma questo è un discorso più lungo! 😉

 

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E se devi parlare in pubblico in un’altra lingua?

Immagina di dover parlare in pubblico in inglese, o comunque in un’altra lingua. E’ una cosa che, la prima volta, mette i brividi.

Parlare in pubblico è sempre particolarmente emozionante. E farlo in un’altra lingua può essere una vera e propria prova di abilità. Potresti sentirti insicuro perché temi di non comprendere la domanda di un interlocutore. Oppure di non riuscire a gestire con padronanza la situazione.

 

Scrivi il discorso ma non impararlo a memoria

Che si tratti di un discorso in italiano o in un’altra lingua, impararlo a memoria non è mai una grande idea. E se ti sfugge un termine all’improvviso e perdi il senso del discorso?

Meglio scrivere tutto ciò che vuoi dire, ma poi lasciare che il discorso fluisca liberamente. Una buona strategia è quella di appuntare su un foglio i termini tecnici o le parole chiave (in lingua, naturalmente) che dovrai pronunciare. In questo caso, gli appunti avranno una duplice funzione: da una parte ti aiuteranno a non dimenticare i punti più importanti del tuo discorso, come una scaletta. Dall’altra parte, ti sentirai più sicuro nel poter sbirciare gli appunti quando quel termine sfugge alla memoria.

Non pensare di poter gestire la situazione con la stessa padronanza della tua lingua madre

Premettere che non è un’esperienza facile, che ci saranno dei limiti oggettivi, è già un passo avanti. Non avrai la stessa sicurezza e padronanza della lingua con cui sei cresciuto e che parli quotidianamente, a casa, al bar e a lavoro, e di cui conosci ogni sfumatura, lessicale e culturale.

Partire con un’asticella di aspettative più bassa ti metterà a tuo agio, più di quanto pensi.

Prima di iniziare a parlare, se le circostanze lo permettono, ammetti  verso il pubblico questa difficoltà: lo renderà più clemente nei tuoi confronti e più disponibile all’ascolto.

 

Abbi fiducia nelle tue espressioni

Ma capiscono quello che dico?

Quando comunichi in lingua straniera non sai bene se la tua pronuncia è giusta.

Cancellare un accento è davvero difficile. Visto che la capacità di assorbire una lingua (al punto da cancellare l’accento straniero) è in parte dovuta a un fattore genetico, molto vicino al principio del cosiddetto “orecchio assoluto” dei musicisti, tanto vale lasciarsi andare. E accettare che il pubblico ti ascolti parlare con la stessa esterofilia con cui sentivamo Heather Parisi o con cui i tedeschi ascoltavano parlare Trapattoni.

E’ vero, noi italiani, poi, parliamo molto coi gesti, con la mimica e con l’atteggiamento del corpo.  Senza esagerare, ma lasciando fluire l’italianità che è in te, questa caratteristica aiuterà chi ti ascolta a comprendere ancora meglio il concetto che desideri esprimere.

 

Quando sei lì, lascia andare libera la mente

C’è un processo mentale, che riguarda l’apprendimento delle lingue, che mi ha sempre affascinato. Si chiama monitor, ed è l’incapacità di lasciarsi andare per paura di sbagliare. Ecco, il tuo monitor lascialo a casa.

Non avere vergogna o paura di sbagliare. Un verbo inesatto o una parola pronunciata non perfettamente – se sei straniero – te li perdonerebbe chiunque. E se non te li perdoni tu, stai perdendo un’occasione straordinaria: quella di aprire nuovi canali di comunicazione, culturali e sociali. E di metterti alla prova con un’impresa che man mano che vai avanti, ti esalta e ti fa sentire fighissimo. Quando avrai finito non vedrai già l’ora di ricominciare. 

 

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Perché è bello imparare a fotografare

Sette anni fa, in vista di un viaggio in una natura spettacolare, acquistai la mia prima fotocamera bridge. Era una macchina fotografica che mi permise, da neofita, di portare a casa delle foto piuttosto belle. In quell’occasione esplose la mia passione per la fotografia: era la mia “meditazione camminata” alla ricerca della bellezza.

Quando nacque mia figlia abbandonai la fotografia perché non avevo più tempo (e voglia, e pazienza) per “meditare”: per fotografare ci vuole tempo, cura e attenzione, e io ero frustrata perché non riuscivo più a fare una foto che mi emozionasse. E poi, con un cellulare fai subito, e l’immagine la tieni lì a portata di mano tutte le volte che vuoi.

 

Ricominciare da zero

Qualche settimana fa ho chiesto ad un amico di aiutarmi a ritrovare la passione e l’”occhio” che avevo perso. Il mio amico si chiama Gianluca Di Fazio, è un fotografo professionista specializzato in foto sportive e racconti per immagini. Un bravissimo fotografo che, come uno sherpa, mi sta riportando sul sentiero della passione fotografica. Perché è così: puoi anche fare foto tecnicamente perfette, ma se il tuo stato d’animo è corrotto da qualche brutto pensiero, hai fretta o sei stanco, tutto questo si evincerà dal risultato finale.

Questa è la prima cosa che mi ha spiegato Gianluca quando, durante un aperitivo che era quasi una seduta psicanalitica, parlavamo dei motivi per cui volevo riprendere in mano la macchina fotografica.

Quando ti approcci a qualcosa di nuovo, è sempre meglio incominciare da zero. Re-imparare qualcosa che sai fare male o da autodidatta, è un percorso ancora più difficile: devi fare tabula rasa di tutti i preconcetti e le idee che avevi assimilato (male) precedentemente, prima di cominciare ad acquisire le nuove informazioni.

Però è questo l’unico modo per correggere gli errori dell’autodidatta.

E poi, bisogna affidarsi completamente a un professionista, senza farsi troppe domande.

 

L’importanza dei particolari

I nostri incontri hanno fuso teoria e molta, molta pratica. Tante foto, sia insieme che in solitaria, seguendo istruzioni ben precise su temi, soggetti, tempi e stile di lavoro.

Il motivo per cui consiglio di imparare a fotografare, che sia per piacere o per lavoro, è che la fotografia è un vero e proprio esercizio di alternanza, tra regole e creatività.

E’ un modo di allenarsi a portare attenzione verso i particolari. E questo, nella vita, è davvero importante. Ci soffermiamo sempre troppo sull’insieme, sul quadro generale. Capire l’importanza del dettaglio è un esercizio che aiuta anche nelle relazioni interpersonali, nei processi decisionali e nel lavoro, qualunque esso sia.

Ho imparato che un dettaglio può cambiare completamente il significato della foto. A volte, basta solo spostarsi,  modificare la prospettiva, per dare un’intensità diversa all’immagine e raccontare un’altra storia.

 

Impari a raccontare storie

E’ proprio così, impari a raccontare storie.

Una bella foto  non è una bella cartolina, come sostiene Gianluca. Una foto non significa riprodurre un’immagine, ma imprimere un momento. Significa raccontare una storia. Attraverso i dettagli, l’immaginazione, le prospettive, la luce, e così via. Il soggetto della foto diventa un ponte universale, in grado di aprire più strade e di creare più chiavi di lettura: la tua e quella di chi la guarda.

Ed è per questo che è un atto completo e creativo. Perché è comunicazione in continua oscillazione: coinvolgente e capace di creare percorsi di immaginazione.

 

Impari a immaginare

La foto non nasce dalla scena che guardi. Nasce prima nella tua mente.

E la capacità del fotografo è quella di scattare proprio quella immagine che ha nella testa.

E’ un’arte. Ecco perché  è una cosa bellissima, che permette di sviluppare a livelli inverosimili la capacità di astrazione, immaginazione e creatività.

Una creatività circondata dalle regole.

Ed ecco perché è importantissimo per un professionista della creatività imparare a fotografare. E’ come andare in palestra per un culturista.

Inoltre, dalla mia esperienza personale, la fotografia è anche un esercizio di pazienza. E’ come l’appostamento per il cacciatore: con un lavoro di immaginazione, progettazione e attesa, crei lo scatto giusto per te.

 

Cinque romanzi per fare il giro del mondo

Quante volte un romanzo ti fa venire voglia di viaggiare, di andare proprio sul luogo che racconta? A me succede molto spesso, e per l’appuntamento estivo con il post sui consigli di lettura, stavolta ho pensato di suggerire cinque libri che raccontano sì delle storie – vere o romanzi – ma che in qualche modo fanno viaggiare.

E se poi, durante questa estate sei diretto in uno di questi posti, magari il libro può darti qualche spunto per mostrarti la tua meta anche da altri punti di vista.

 

Stati Uniti d’America

Io Confesso di John Grisham

Il romanzo racconta di un viaggio on the road dal Kansas al Texas di due personaggi antitetici, un reverendo e un detenuto in libertà vigilata, in una corsa contro il tempo per fermare la condanna a morte di un ragazzo innocente. E’ un libro che mi è piaciuto molto perché racconta la pena di morte, l’antitesi tra il sistema giudiziario e quello umano e racconta uno spaccato di America ancora influenzato dalla razza e dalla ragione sociale.

 

New York

A Volte Ritorno di John Niven

Un romanzo ironico e divertente che porta a riflettere con leggerezza. Cosa accadrebbe se oggi Gesù Cristo ritornasse sulla Terra, e in particolare a New York? Secondo l’autore, Gesù potrebbe trovare nuove strade per evangelizzare, senza escludere la possibilità di diventare una popstar. Una frase racchiude tutto il punto di vista del nuovo Messia: “La Bibbia è quasi tutta una scemenza. Cercate di ricordarvi questo: fate i bravi!

 

Napoli

Fuoco su Napoli di Ruggero Cappuccio

Un romanzo crudo e struggente che racconta l’anima intensa di Napoli, il palcoscenico della vita, attraverso il suo simbolo: il vulcano. La caldera dei Campi Flegrei sta per esplodere, la città sta per essere invasa da acqua e fuoco. Ed è così che si sviluppa un intreccio fatto di speculazione, amore e morte. Tra apocalisse e speranza.

 

Parigi

Ninfee Nere di Michel Bussi

A meno di un’ora da Parigi c’è un paesino di appena cinquecento anime, Giverny. Reso famoso da Monet e dai pittori impressionisti, secondo Bussi questo luogo incantato nasconde un’anima nera. A te scoprirla nella lettura. Quello che posso dirti è che, se non hai già un biglietto per Parigi, dopo aver letto questo libro sentirai fortissimo il desiderio di passeggiare nelle campagne della Normandia e fare un salto all’Orangerie.

 

Asia

Nanga di Simone Moro

Sicuramente il Pakistan non è una delle mete estive più gettonate ;), però la storia di Simone Moro e della “sua montagna”, il Nanga Parbat, una delle vette più alte e impervie del mondo, merita di essere letta. Perché è un libro che racconta l’Himalaya ada diversi punti di vista: non solo quello degli alpinisti, di come si organizza una spedizione sportiva dall’altro capo del mondo, ma anche di come le popolazioni locali vivono ad alte quote seguendo il ritmo delle stagioni e adeguando le attività locali alle necessità degli alpinisti. E poi è interessante scoprire come si vive diversi mesi in un campo in attesa che la montagna accetti di essere scalata.

 

 

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Se ne dicono molte sulla “zona di comfort“. Io me la sono sempre immaginata come quel divano sformato e morbido su cui puoi sonnecchiare, guardare la tv e mangiare cibi unti  senza dover dare conto a nessuno e senza sentirti in colpa. E si sa, nella vita tutti abbiamo bisogno di un divano così.

Certo, non per passarci le giornate.

 

Nelle piccole attività la zona di comfort può essere paura di sbagliare

Succede che, quando lavori da tanto tempo nella stessa attività, ti trovi ad affrontare le stesse situazioni e le stesse problematiche. Dalla mattina alla sera. Hai a che fare con persone, esigenze, richieste, protocolli, pensieri identici o similari. Ogni giorno, per mesi e per anni.

Senza mai mettere il naso al di fuori del tuo ufficio o della tua attività, compi sempre gli stessi passi: quel problema si risolve in quel modo perché una volta quella strategia ha avuto successo e quindi non si cambia. Oppure, i clienti sono abituati a quel tipo di servizio e non si fa altrimenti, per timore che possano andare altrove o che non piaccia una novità. O non cerchi di cambiare, perché così ti hanno insegnato a fare.

La zona di comfort si manifesta anche come il timore di confrontarsi con chi fa il tuo stesso mestiere, perché parlare con i concorrenti può essere frustrante o controproducente. 

Un’occasione di confronto su tematiche comuni e opportunità di crescita, non la percepisci come un’opportunità per scoprire qualcosa di nuovo per il tuo settore, ma come un rischio. Di svelare “segreti”. O di scoprire che il tuo concorrente riesce a cavarsela meglio di te in alcuni ambiti.

Però, il vero rischio della zona di comfort, o timore di provare nuove strade, è quello di non crescere e non provare a migliorarti. Se non ti prendi mai il rischio di confrontarti o cambiare, continui a lavorare senza sviluppare nuove strategie e nuove prospettive.

E’ come fare una corsa podistica ad occhi chiusi, senza sapere cosa stanno facendo i tuoi concorrenti e dov’è il traguardo.

 

Apri la porta ed esci a fare due passi

A volte, il lavoro prende davvero tutte le ore della giornata, e ci sono poche occasioni di mettere il naso fuori.  Però, alla lunga, è come vivere in una stanza con le finestre chiuse: non circola più aria, non circolano più idee nuove. 

Cerca il confronto e parla con chi fa il tuo stesso lavoro. Rimetti in circolo le idee, la mente, prova nuove strategie. Insomma, alzati da quel divano e prova anche a sbagliare.

In ogni caso, metterai di nuovo in circolo l’adrenalina, il pensiero, il ragionamento e avrai l’occasione di scoprire che, forse, ci sono più soluzioni per arrivare allo stesso obiettivo. Cerca il confronto, nuovi spunti, nuove avventure e nuovi punti di vista.

Ti sembrerà di essere più creativo, e di avere più energia e più idee. Ed è proprio così.

Gestire una trattativa per e-mail, tra gentilezza, disponibilità e polso

Rispondere ad un cliente attraverso  una e-mail per inziare un rapporto di collaborazione, è un momento importante che richiede pazienza, tempo e strategiaA partire dal primo contatto, in cui si dettano esplicitamente ed implicitamente le regole del rapporto e si stabilisce la relazione di fiducia.

Nei primi scambi di e-mail si crea quella che, nella condizione vis-à-vis, è la “prima impressione”. Solitamente, l’idea che ti fai di una persona dalla “prima impressione” condizionerà il tuo pensiero e il tuo comportamento, influenzando anche il tuo giudizio sulla sua personalità.

Quando la conoscenza avviene per e-mail o per messaggio è più lacunosa: puoi interpretare o alterare il suo tono di voce, stimolando così un giudizio che è ancora più parziale. E la stessa cosa può fare l’altra persona nei tuoi confronti.

Vediamo insieme, passo per passo, quali possono essere le fasi di una trattativa via e-mail e come superarle al meglio.

Rispondi in breve tempo, ma prendi il tempo necessario per rispondere bene

Sembra un enigma questa frase, quindi te la spiego con un esempio.

In passato, quando ricevevo un’email o un messaggio di un potenziale cliente, mi mettevo subito in allarme. La regola della Comunicazione dice che devi rispondere nel più breve tempo possibile, perché il cliente è ancora “caldo” e in attesa di informazioni.

Rispondere a un cliente velocemente, però, non significa essere sempre esaustivi. E neanche essere esenti da errori (e non parlo solo di quelli ortografici e grammaticali), ma anche di valutazione della richiesta. E poi vai a spiegare che…

Adesso attuo un’altra strategia. Quando ricevo un’email, cerco di capire chi è il mittente facendo un giro sul sito e sui canali social. Cerco di capire qualcosa di più su chi mi scrive. E poi rispondo. Ci metto qualche ora in più, ma do una risposta appropriata, personalizzata e non un copia/incolla generico. Inoltre, spendo qualche rigo per entrare in empatia e rispondere alla sua richiesta con qualche particolare.

E comunque, prendersi più tempo significa  ore, non giorni. 😉

 

Arriva dritto al punto

Quando inizi una trattativa via e-mail, è bene poter capire subito di cosa il cliente ha bisogno, in modo da arrivare dritto al punto. 

Se dal suo messaggio non evinci abbastanza elementi per consigliare la soluzione più idonea al suo problema, offri più possibilità o fai delle domande per capire le sue esigenze. Però non perderti in poemi omerici su tutti i dettagli, sulla tua azienda, sui prodotti che avete e su come lavorate bene.

Chi scrive, lo fa perché vuole una risposta. E tu devi dare quella.

 

Quando ti chiede l’impossibile 

Esistono delle richieste che vanno valutate con maggiore attenzione nella fase iniziale di una trattativa, e sono due in particolare.

Quando ti chiede un lavoro per “ieri”, e tu sai a priori che ti sta chiedendo l’impossibile, ma hai paura di perdere un’occasione.

Se accetti, ti prendi un bel rischio. Perché se farai male il lavoro per mancanza di tempo, avrai perso un cliente per sempre. Perché giudicherà le tue capacità non in base al fatto che hai dovuto lavorare di corsa, ma esclusivamente in base al risultato. E non è detto che, in futuro, possa darti un’occasione di riscatto.

Se non accetti, perdi un lavoro. Ma, spiegando con gentilezza che non ci sono i tempi giusti per mantenere degli standard qualitativi, potresti lasciare nel cliente la percezione di una grande professionalità. E magari, in futuro, le vostre strade potrebbero incontrarsi di nuovo.

L’altro caso in cui una trattativa via e-mail rischia di prendere strade strane, è quello in cui il cliente vuole dettare le regole. E chiede il prezzo di un lavoro customizzato come se fosse un chilo di banane al mercato o pretende un ribasso nel prezzo che svilisce la tua professionalità.

E’ a questo punto che subentra il “polso” di cui ho parlato anche nel titolo.

 

Le regole della collaborazione le detti tu

In una trattativa per e-mail si rischia di perdere quell’afflato umano che è, invece, il motore delle relazioni dal punto di vista umano. Cosa significa? Che sullo schermo di un computer c’è poca empatia. E a parlare sono soprattutto i numeri. 

E poi ci sono le paure, come quella del “no”. Vedersi rifiutare un lavoro o una collaborazione è sempre seccante, non è vero?

Però, i rifiuti fanno parte del lavoro stesso. I no arrivano. Che tu lo voglia o no. Che il prezzo sia alto, basso o giusto.

Per cui, non vergognarti di comunicare un prezzo, non preoccuparti di prendere tempo di chiedere più informazioni per fare le tue valutazioni.

Sei tu che decidi quanto vale il tuo tempo, la tua competenza e il tuo lavoro.

Il prezzo lo fai tu e, se un piccolo ribasso fa parte della trattativa, non è la stessa cosa quando lo sconto diventa un modo per “scroccare” un lavoro ad un prezzo fuori mercato.

 

Gentilezza e disponibilità, sempre, in ogni fase

Riassumendo: bisogna essere gentili, disponibili e cortesi sempre.

Anche quando il cliente ti fa le stesse domande per dieci volte. Oppure quando ti chiede come mai una cosa così “facile” abbia quel costo. O ancora quando ti scarica perché non è più interessato/ perché se la vede da solo / perché gli hanno detto che c’è chi lo fa meglio.

Respira. Sorridi. E rispondi. Con gentilezza e disponibilità. Ma con la piena consapevolezza del tuo valore professionale.