Il successo (che) conta

Tempo fa ho letto un articolo che parlava della frustrazione che può generare dal confronto. In particolare, mi ha colpita la sincerità con cui venivano espresse quell’insieme di sensazioni ed emozioni che si provano quando, nonostante tu faccia del tuo meglio, non riesci ad ottenere il successo che desideri.

E a volte, per successo, neanche si intende che facciano un documentario di Netflix su di te. No, perché il successo si misura in base agli obiettivi, e magari il tuo obiettivo non è così ambizioso.

Dice Jon Krakauer nel libro Il silenzio del vento: “Quando si è giovani è facile credere che ciò che si desidera sia più o meno quanto si merita; presumere che, se si vuole qualcosa abbastanza intensamente, averlo sia un diritto divino”. E, a un certo punto della vita, misurarsi con le proprie ambizioni, può generare frustrazione. Perché ciò si è desiderato – o si desidera – non sempre corrisponde a quello che si è ottenuto o che si sta perseguendo. Pur inseguendo il proprio obiettivo con desiderio, impegno, dedizione alla causa.

E quindi?

Magari vorresti semplicemente che ti venisse riconosciuto il valore di anni di studio. Che fosse apprezzata sinceramente l’accuratezza con cui lavori. La passione e la pazienza che dedichi a fare tutto per bene.  La professionalità con cui curi i progetti dei clienti, come se fossero tuoi. E invece, tu hai l’impressione che, ogni volta, devi ricominciare dalla presentazione.

Se può esserti utile a non sentirti solo, succede anche a me. E a quanto pare, non siamo gli unici.  Da qui le domande: E’ un fattore ambientale? E’ un fattore caratteriale? E’ sopravvalutazione? Perdo troppo tempo a farmi domande?

E ancora, siamo felici quando otteniamo qualcosa in cui ci siamo impegnati, o quando gli altri ci riconoscono un merito o una capacità?

Insomma, una risposta non ce l’ho. Posso solo dirti quello che ho imparato in questi tredici anni di cadute e di risalite, di lavoro subordinato prima, e lavoro autonomo poi. Di entusiasmo per il lavoro autonomo, di rimpianti per il subordinato. Di clienti trovati, persi, ritornati. Di clienti costanti. Di regole seguite e di regole contravvenute.

Alla fine ciò che ho imparato si riassume in un unico consiglio: non svalutarsi. Neanche davanti agli errori. Imparare la lezione e, come già suggerito, mettere da parte l’esperienza. Le cose si fanno mettendosi alla prova e mettendoci la faccia. Chiedendosi ogni giorno cosa si può fare di più, di meglio, e cercando ogni giorno di imparare.

Magari (ma su questo io devo ancora lavorarci) sentendosi – in fondo, nel proprio cuore – un po’ rockstar!

Perché un’idea ha bisogno di tempo per crescere

Qualche mese fa, alcuni amici mi hanno regalato dei semi da piantare. Li ho messi nella terra, e le istruzioni erano molto chiare: acqua e luce. Punto. Cose che possono andare bene anche per me, che non ho proprio un pollice verde! Ho annaffiato il vasetto per un bel po’ di tempo. Niente, neanche una fogliolina. A un certo punto, me ne sono dimenticata. Finché, un giorno, per caso, ho visto che qualcosa stava germogliando nel vasetto.

E ho pensato che la natura ci insegna tutto, anche il valore dell’attesa.

Hai mai pensato al lato positivo dell’attesa? La pazienza è un valore inestimabile: è un dono, si dice, ma anche un allenamento mentale.

Siamo abituati considerare l’attesa un processo passivo, che ci demotiva e ci fa perdere di vista l’obiettivo. Ci pone mille dubbi. Perché non siamo abituati ad aspettare: quando ci impegniamo a fare qualcosa, vogliamo subito ottenere dei risultati tangibili. 

L’attesa, però, può diventare un processo attivo. Non è un ossimoro. Ogni cosa ha bisogno di una sua evoluzione, di tempo per avviarsi, crescere e poi funzionare. E aspettare è parte di quel processo. Perché, quel momento che ti sembra una perdita di tempo, è invece una risorsa. Da impiegare per migliorare te stesso e ciò in cui credi: formandoti, scoprendo altre cose, ricercando altri stimoli, riflettendo o semplicemente ricaricando le forze. O facendo tutte quelle cose che rimandi da troppo tempo.

Come i semi, che aspettano il momento giusto per germogliare. L’acqua, la luce e il tempo di cui hanno bisogno, in questo caso, possono tradursi in attenzione, costanza e pazienza.

Cioè quei valori che puoi dedicare a te e al tuo progetto, anche quando stai “solo” aspettando che le cose evolvano.

Non a caso, Honoré de Balzac diceva: Ogni potere umano è composto di tempo e di pazienza”.

Sfatiamo un tabù: tre aspetti lavorativi che migliorano con la maternità

Si dice che non si possa nominare la parola mamma nello stesso testo che contiene parole come freelance e lavoro. Perché le cose sono separate. Si dice che essere mamma equivale ad avere i capelli biondi, e quindi, che te ne fai di un testo in cui bionda si abbina a parole come tempo organizzazione?

Io, che bionda non sono (al massimo un po’ tinta, ogni tanto), ma mamma sì, credo che invece le parole bambino e lavoro autonomo possano coabitare in uno stesso testo. Così come coabitano quotidianamente nello stesso ambiente. Contendendosi non solo l’attenzione, ma anche il tempo e la produttività.

Prima di avere un bambino appartieni a te stessa. Decidi tu, come freelance, come, quanto e quando lavorare.

Ma, nel momento in cui arriva un essere dipendente da te, l’incomodo in questo ménage a trois sembra essere proprio il lavoro. Al quale, però, ti aggrappi come un’ancora di salvezza. Il lavoro ti permette di sentirti ancora un essere evoluto, quando tutto il resto, intorno e dentro di te, risponde a regole primitive e viscerali.

Ci sono tre cose che, con questa pratica da equilibrista, rendono migliori le tue prestazioni lavorative:

  1. Sei più concentrata. Hai meno tempo, ma quello che hai lo sfrutti meglio. Difendi con i denti quel poco che è rimasto. Impari a lavorare con qualsiasi sottofondo. Anche quello più ricorrente, che è un lamento insistente e disperato. Ti concentri con qualsiasi decibel, e in qualsiasi situazione: in piedi, seduta, mentre ti vesti o mentre stai imboccando la pappa.

  2. Hai più pazienza. Quelle rare occasioni diurne in cui puoi sederti al pc, tolleri che la peste di turno sorseggi il residuo degli acquerelli come se fosse camomilla. Un cliente non risponde all’email? Non importa, si passa avanti. Per non parlare della calma che accompagna avvenimenti che, in passato, ti avrebbero scatenato una crisi di nervi. Hai presente quegli incontri importantissimi a cui pensi di non poter mancare? E già dalla mattina si preannuncia l’apocalisse? Come minimo, il bambino si sveglia con la febbre. E tutti quelli che possono essere d’aiuto, hanno lo stesso malanno. Quando la giornata inizia così, diventi la sublimazione dell’accettazione. Quando non ci sono soluzioni, tanto vale lasciare che sia.

  3. Hai più autostima. Ti senti Wonder Woman ogni volta che riesci a portare a termine tutti gli impegni che avevi in agenda. Oltre ad essere stata al parco giochi e ad avere una casa che si avvicina agli standard minimi di abitabilità. Tanto che poi, alla fine, ti domandi: ma che ci facevo prima con tutto quel tempo?

Un anno fa iniziavamo a “bloggare”: 365 giorni con voi

Questo blog nasceva un anno fa, con i suoi spunti sui social e sulla comunicazione. Iniziavamo con degli articoli che riguardavano le nostre esperienze dirette con i corsi in Social Media Marketing, il progetto di alfabetizzazione digitale che avevamo iniziato poco tempo prima insieme ad Ehiweb.

In questo anno di blog, abbiamo avuto modo di conoscervi. La vostra interazione è stata importante: siete stati voi a stimolare molte riflessioni. E così, ci avete indirizzato verso un blog che rispondesse maggiormente ai vostri interessi.

In questo bilancio non poteva mancare uno sguardo ai post del blog che avete apprezzato maggiormente negli scorsi 365 giorni. E questa è la vostra Top 10.

  1. Dieci segreti per scrivere un post perfettoun decalogo per scrivere un post formalmente impeccabile.
  2. Parlare in pubblico, ovvero la capacità di raccontare un’ideapresentare un progetto davanti ad un pubblico richiede una strategia: eccola!
  3. Crea il tuo concorso dentro e fuori dal web: la strategia: si parla spesso di contest on line. Ecco come progettarlo, comunicarlo, diffonderlo ed essere in regola.
  4. L’esperienza d’acquisto, il valore delle piccole attivitàquando compri qualcosa in un negozio, puoi anche vivere un’esperienza.
  5. Non innamorarti dei tuoi progetti: il piccolo dramma delle professioni creative: il cliente che stravolge le idee.
  6. Pubbliche relazioni nell’epoca dei saldi: come corteggiare un cliente senza aspettare i saldi.
  7. Ciò che vorresti fare ma rimandi da troppo tempo: progettare il futuro a piccoli passi, senza dover più dire “lo faccio dopo”.
  8. Il Festival sui Social, a colpi di ironia e Instant Marketing: abbiamo guardato Sanremo dal punto di vista dei social.
  9. Come ho imparato a giocare d’anticipo (e ad essere più serena e organizzata): come non farsi schiacciare dall’ansia delle scadenze.
  10. Come un fotografo professionista vive il mondo dei socialfoto e social, il binomio perfetto. Anche dal punto di vista professionale.

 

Vogliamo dirvi grazie. Grazie per averci letto, supportato e stimolato a fare sempre meglio.

Questo è stato il nostro primo anno di blog. Ma ancora tanto vogliamo fare, migliorarci, crescere e rendere Il Social Blog sempre più piacevole da leggere, e con contenuti sempre più utili. 

Scriveteci, contattateci, comunicate con noi, perché Il Social Blog sia sempre più vostro.

Diamoci da fare perché i social non siano solo cronaca di brutte notizie

Lo abbiamo visto con gli ultimi fatti di cronaca che hanno caratterizzato le tragedie del terremoto, nella prima settimana del governo Trump e nelle operazioni di salvataggio che hanno coinvolto l’hotel Rigopiano. Lo sperimentiamo ogni giorno sul web, e sui social in particolare: le cattive notizie attirano più attenzione delle buone notizie. 

I canali social, Facebook e Twitter in particolare, sono un luogo in cui le cattive notizie proliferano. Rimbalzano di persona in persona, e così diffondono un clima di apprensione, paura, ansia e provocazione.

Non è che a forza di raccontarci cose brutte, stiamo finendo per credere di essere dentro ad una brutta storia?

La settimana scorsa,  in occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, Papa Francesco ha promulgato un messaggio dedicato all’informazione sui social media. Il Papa ha sottolineato come stia nascendo l'”abitudine a fissare l’attenzione su cattive notizie (guerre, terrorismo, scandali e fallimenti umani)”. E ha chiesto di “cercare di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione” che regna in un contesto in cui “vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia“.

Considerare solo i fatti negativi, raccontarli più volte con un’attenzione quasi morbosa verso il particolare sinistro, è come guardare la realtà attraverso un’unica lente: una lente che fissa l’attenzione solo sul brutto, e che, a lungo andare, potrebbe farci credere di essere circondati unicamente da esso. E quindi farsi prendere dallo sconforto, dall’ansia e dalla paura del fallimento.

E così, lasciare che la disinformazione, l’odio e l’insoddisfazione attecchiscano come gramigna.

Nel mondo ci sono tantissimi colori da cui farsi incantare: milioni di sfumature che ci perdiamo per concentrare la nostra attenzione solo sul nero. 

Sarebbe bello cercare di prestare più attenzione alla bellezza e alle notizie positive.

C’è qualcosa che possiamo fare tutti per invertire la rotta: cambiare il nostro modo di soffermarci a raccontare. Che non significa ignorare le cattive notizie. Ma compensarle attraverso la bellezza, la positività, la speranza. Utilizzare, tornando all’esempio di prima, una doppia lente per guardare la realtà, fissando l’attenzione anche su tutti gli altri colori.

Quando viene fatta una segnalazione a buon fine, Facebook dice “Grazie per averci aiutato a rendere Facebook un luogo migliore”. Ecco, cerchiamo di renderlo un luogo migliore anche cercando di portare, nel nostro piccolo angolo virtuale, un sorriso, una buona notizia, un motivo di speranza e fiducia.

Un esercizio quotidiano alla bellezza.

Che inizierà sui social, ma non terminerà sicuramente lì.

Ispirazione: e se non arriva?

Ci sono periodi di grande ispirazione, in cui ti senti veramente creativo, attivo e pieno di idee innovative. E giorni in cui invece la mente non riesce a tirare fuori nulla. E’ come un server che va giù: la creatività sembra esaurita. Uno stato di desertificazione delle idee.

E allora che si fa?

Cerca la serenità. Per lavorare bene, bisogna che intorno a te ci sia un ambiente sereno. Quando sei troppo sotto pressione, oppure ci sono altri problemi a distrarti, non puoi concentrarti sul lavoro. E’ difficile, in questo caso, riuscire ad essere ricettivi verso il mondo esterno e verso nuove idee. Nella tranquillità, sei più disposto a guardare le cose con attenzione, a giocarci e a sviluppare il “pensiero laterale”, che è alla base di una buona ispirazione. Purtroppo, il fattore serenità non dipende al cento per cento da te. Sicuramente, però, ti puoi aiutare con delle pratiche di rilassamento e concentrazione.

Rientra nel concetto di realtà: stare troppo tempo al chiuso, magari davanti a un foglio bianco che non si riempie neanche di scarabocchi, può essere solo controproducente. Sale l’ansia, il tempo scorre e la mente si annebbia ancora di più. Se capisci che in quel momento non c’è proprio nulla da fare, riprendere i contatti con l’esterno può aiutarti a sentirti meglio: uscire, passeggiare, distrarti. Sicuramente, bisogna staccare con i social, internet, i pensieri negativi e le ansie. Riprendi i tuoi spazi nella realtà.

Cambiare argomento. Forse il problema è che non ti interessa ciò di cui ti stai occupando, e quindi la tua mente cerca una via di uscita da qualcosa che la annoia o la preoccupa. Cambiare argomento per un po’ può essere un modo per risvegliare la mente dal torpore e trovare nuovi input. E poi, ritornare al lavoro più concentrati e sereni.

Concediti la possibilità di aspettare. A volte devi concederti il lusso dell’attesa per poter avere la possibilità di migliorarti. Essere pazienti è un atteggiamento attivo per avere l’opportunità di scoprire nuove cose. La natura ci insegna ogni giorno l’arte dell’attesa. Chi sa essere paziente e tollerante, viene poi ricompensato. Senza perdere fiducia: se non oggi, domani un’idea arriverà. Forse non sarà quella della vita, ma è solo questione di tempo!

 

La semplicità è la chiave dell’originalità

Elena Zaharova è una grafica di New York. Qualche mese fa, siti e giornali di tutto il mondo hanno parlato di lei per via di un’iniziativa molto suggestiva.

La giovane grafica ha raccolto delle foglie cadute dagli alberi dei parchi di New York. Le ha portate nel suo studio e, su ognuna di esse, ha trascritto a mano una poesia diversa. Poi le ha restituite alla città, per strada e nei parchi. E, così, ha regalato un’emozione a chi è riuscito a notare, nel tappeto giallo autunnale, la presenza di foglie “particolari”.

E’ un’iniziativa di una bellezza e semplicità incredibili: perché non ci ha mai pensato nessuno prima?

La differenza è in una frase: pensare semplice.

La maggior parte delle volte in cui qualcuno vuole farsi notare dal pubblico, immagina di dover creare qualcosa di particolarmente originale. Certe volte, però, il risultato è così eccentrico che esce completamente dagli schemi e non viene compreso. Quando si tende ad essere “originali a tutti i costi”, si rischia di non riuscire più a gestire il messaggio. La mente umana è abituata a ragionare ed immagazzinare informazioni per schemi predefiniti. Infatti, quando si esce troppo dall’ordinario, può succedere di non essere compresi o di essere fraintesi.

La straordinarietà del gesto è proprio nella sua semplicità. Le poesie non sono le sue, e il “foliage” è il fenomeno naturale che rende New York ancora più bella e suggestiva nei mesi autunnali. Tanto da ispirare film, poesie e canzoni. Mettendo insieme due cose magnifiche e di facile comprensione, è stato creato un effetto emozionale ed evocativo.

La semplicità è la chiave dell’originalità.

Ciò che vorresti fare ma rimandi da troppo tempo

Questo dicembre ho deciso di scrivere una lista di cose che vorrei fare, ma rimando da tempo immemorabile. Ci sono obiettivi a lungo termine: ad esempio vorrei imparare a gestire un’alimentazione più salutare. Alcuni sono strettamente personali o professionali. Altri ancora sono più frivoli, come tagliarmi i capelli corti oppure farmi un tatuaggio. Non sono un numero impossibile da realizzare, e sono tutti raggiungibili con un po’ di volontà e impegno.

Ci sono dei periodi dell’anno che portano in modo naturale pensieri positivi: come settembre, quando si rientra dalle vacanze, e anche gennaio, per l’inizio del nuovo anno. O come i “lunedì”, che identificano sistematicamente l’inizio di ogni dieta!

Se durante l’anno hai provato il desiderio di fare qualcosa di diverso rispetto alla routine, è proprio in questi giorni che questa voglia ritornerà e diventerà più forte. La cosa migliore che puoi fare è prendere in mano questa energia e farne tesoro, facendo in modo che sia costruttiva e duratura.

Quante volte desideri qualcosa ma poi ti dici “ora non ho tempo”, “non so come organizzarmi” oppure “lo faccio dopo”?

Prendendo come pretesto l’inizio del nuovo anno, è arrivato il momento giusto per darti da fare e volerti più bene.  E’ questo il momento giusto per iscriverti a quel  corso che rimandi da tempo, iniziare ad alzarti prima al mattino per fare yoga, comporre il primo capitolo del libro che sogni di pubblicare, oppure cambiare una cattiva abitudine.

E poi, ripromettiti di fare ogni giorno una cosa nuova.

Che, detto così sembra complicatissimo. Però, hai mai pensato a quante cose nuove puoi fare ogni giorno? Senza sforzarti, anche cucinare una nuova ricetta, conoscere una persona (su Facebook non vale!), o guardare un documentario su un argomento sconosciuto sono cose nuove da fare.

Perché tutto sta nel conservare questa sensazione di apertura alle novità, di energia e fiducia che si prova a inizio anno. Ogni giorno è buono per iniziare a fare qualcosa che ti fa stare bene. E’ solo una questione di mentalità e di buona volontà.

Perché è importante comunicare i propri valori

Nelle professioni artistiche, i valori sono fondamentali quanto la competenza e l’esperienza. Essi raccontano quali sono le qualità che integrano la professionalità, e richiamano l’attenzione di chi li condivide.

Stella è una coreografa e insegnante di danza. Ha mosso i primi passi nel mondo dell’insegnamento tenendo corsi in diverse palestre. Pochi mesi fa ha deciso di aprire una vera e propria scuola di danza. E’ un percorso comune a molti suoi colleghi, perché permette di partire già con una reputazione consolidata da anni di esperienza. “Nel 2013 è nato il mio progetto, quello che oggi è la scuola di danza Move & Jam. Il sogno nel cassetto si sta evolvendo pian piano!”.

Come ogni nuovo inizio, è duro riuscire a far quadrare tutte le attività, suddividendosi tra le lezioni e la promozione per richiamare nuovi iscritti. Quindi, per Stella si è fatta strada anche l’esigenza di potenziare la promozione attraverso i social network. E, in seguito al corso in Social Media Marketing, ha scelto di intraprendere due strategie prevalenti: la condivisione di informazioni e il trasferimento di valori, per trasmettere pensieri nuovi ed energie positive. 

Quindi, la strategia su Facebook si pone su due diversi livelli, coinvolgendo sia gli allievi che i loro genitori. Infatti, trasmettere i valori della scuola di danza è importante per attirare l’attenzione di un genitore, che è interessato sia alla qualità dell’insegnamento che ai principi con cui il figlio verrà in contatto. Per questo, la scuola diventa “una casa in cui i bambini possono esprimersi ed imparare ciò che sentono di volere, l’accettazione di sé, della vita e dell’altro.” Sull’altro livello, vuole consolidare il contatto con gli allievi e gli appassionati di danza, attraverso la condivisione di informazioni ed articoli inerenti l’arte in generale.

Infine, la strategia si propone di lavorare su Facebook come nella sala prove. “Con le mie ragazze mi affido allo scambio totale di sentimenti ed emozioni. Lo stesso voglio che avvenga attraverso i mezzi di comunicazione come Facebook e i social media in generale. Perché internet non è una vetrina, ma una rete di relazioni”.