Quattro cose (divertenti) da fare in vacanza per migliorare la creatività

In estate ci si riposa, si viaggia, si rilassa la mente. L’estate è il momento giusto per ricaricarsi e fare il pieno di creatività, sfruttando la tranquillità, l’energia e gli stimoli della stagione.

Quindi, ecco quattro cose che puoi fare in vacanza per migliorare la tua creatività. Posso dire di averle testate personalmente, e che a me hanno fatto bene. Allo spirito, al corpo e alla mente.

  1. Guarda una serie TV. In alcune ore fa davvero troppo caldo per uscire. Quindi, perché non dedicarti a una bella maratona di serie tv prima dell’aperitivo? Se ti piace l’idea, segna questo titolo: Stranger Things. Se hai amato i Goonies, ET, Falkor e tutti quei film che hanno forgiato intere generazioni, ti piacerà. E’ la serie perfetta per chi ha sognato, almeno una volta, di volare su una bici incontro alla luna.

  2. A piedi nudi nel parco. Hai mai sentito parlare del Parco dei Cinque Sensi? In Italia ce ne sono due: uno si trova in Sicilia e l’altro nel Lazio. Tolte le scarpe, un Artigiano dei Sensi ti guida in una passeggiata a piedi nudi nel bosco, alla scoperta delle tue percezioni, completamente immerso nella natura. L’esperienza è così genuina e rasserenante che, persino sporcarsi di fango, diventa parte del gioco. Da un lato fa uscire il bambino che è in te, dall’altro, rilassa quanto un massaggio in Spa.

  3. Partecipare ad un festival di artisti di strada. Gli eventi non sono solo i concerti in cui bisogna tuffarsi nella folla, attendere ore ai botteghini e scalciare per ottenere il posto migliore. Alcuni borghi o città, nelle belle sere estive, organizzano piccole o grandi manifestazioni dedicate agli artisti di strada. Non è importante quanto sia prestigioso il festival, ma il modo in cui lo vivi. Infatti, il rapporto che si sviluppa tra l’artista di strada e il suo pubblico è fatto di estro, complicità e vicinanza. Tanto che lo spettatore diventa parte della performance artistica.

  4. Gioca con la fotocamera. Fotografare, anche solo per divertimento, stimola la capacità di cogliere i particolari, la luce e i colori. Se non ti viene in mente nulla da fotografare, puoi cercare in giro qualche tour organizzato. Spesso i circoli fotografici organizzano delle gite in luoghi suggestivi, dove poter scattare foto particolari. Non lasciare che la tua macchinetta automatica si lasci intimidire dai loro cannoni e cavalletti. Lascia andare la fantasia. Sicuramente, sarà una bella esperienza, che ti darà molte soddisfazioni.

In vacanza porta un libro. Anzi, tre!

L’estate è quel momento dell’anno in cui la routine rallenta, si sta più tempo all’aperto e persino le abitudini legate alla rete cambiano. Si cercano contenuti più leggeri, si sta meno tempo on line.

E, naturalmente, chi può, stacca dal lavoro e dalle abitudini.

Desiderare leggerezza e relax, però, non significa che non si possa dedicare del tempo a fare cose che a settembre potrebbero tornare utili. Come leggere un libro che possa aiutare a migliorare la strategia lavorativa.

Magari proprio come fanno i bei libri: insegnandoti qualcosa senza che tu avverta la gravosità dell’apprendimento.

Ecco perché ho pensato a tre letture davvero piacevoli in cui potresti trovare ispirazione. Eccole qui:

Il Vangelo Secondo Biff – Amico d’infanzia di Gesù di Christopher Moore  è un libro delizioso. E’ la storia di Gesù di Nazareth, raccontata dal punto di vista del suo migliore amico, Biff. Che spiega cosa ha fatto Gesù da dieci a trent’anni. Gli anni di cui nessun evangelista parla.

Da leggere perché è un libro leggero, ironico, pungente, un po’ folle. Scritto con quel “pensiero laterale” che chi lavora con la creatività cerca e ricerca, per poter rendere speciali i suoi contenuti.

Una vita come tante di Hanya Yanahgiara è completamente diverso. Se non ci si lascia spaventare dalla mole, si può godere di pagine uniche e intense. Tanto che i quattro protagonisti ti sembreranno degli amici che conosci da tempo. Una scrittura fluida e appassionata che racconta vicende, viaggi, sentimenti ed emozioni in una New York che cambia ed evolve, come le vite dei protagonisti.

Da leggere perché è empatia allo stato puro. E, si sa, l’empatia è la base della comunicazione umana.

Sud. La spedizione dell’Endurance di Ernest Shackleton è il reportage del viaggio in cui la nave Endurance parte dall’Inghilterra per arrivare fino all’inesplorato Polo Sud, agli albori della Prima Guerra Mondiale. E’ una storia vera, un classico della letteratura di viaggi e di avventura, che non può mancare nella libreria di chi ama questo genere. E anche in quella di chi si appresta a compiere una svolta nella vita, ad iniziare un progetto impegnativo, a conquistare un territorio nuovo. 

Da leggere perché è un libro che racconta come l’istinto e la versatilità del leader possono fare la differenza davanti alle avversità e ai cambiamenti. E a tenere insieme la squadra anche nei momenti più bui.

 

E adesso, quale libro scegli per iniziare?

Quei giorni vuoti e la nobile arte della noia

Quando sei freelance, può capitare di vivere periodi di grandi dinamismo ad altri più lenti. Quando il lavoro rallenta, all’inizio è difficile gestire il senso di colpa e l’agitazione. E le conseguenti domande.

Sarà sempre così? Significa che sta calando il lavoro? Sto perdendo tempo? Mi sto dimenticando qualcosa?

Chi ha concepito l’imprinting lavorativo e aziendale come “pane e lavoro”, quando approda nell’universo freelance si sente un po’ spaesato. Capita, infatti, di vivere settimane in cui si lavora sempre: giorno, notte e anche di domenica. E, altre volte, di trascorrere anche interi giorni in maggiore tranquillità, con ben pochi impulsi e tanto tempo libero.

L’altalenarsi degli impegni del lavoro autonomo comporta periodi di grande caos (in cui ci vorrebbero due persone per portare a termine tutto quello che ci si è sobbarcati di fare) ad altri, in cui i tempi sono più lenti.

Se – almeno all’inizio – si è in grado, e quasi compiaciuti, di rinunciare a domeniche, ponti e pomeriggi in palestra, questa sensazione cambia col tempo.

Io invidio – in senso buono – le persone che vivono di un lavoro stagionale e riescono a gestire con serenità i mesi in cui non sono in attività. Non parlo di un punto di vista economico, bensì della capacità di non andare ai pensieri negativi, portati dalla monotonia, dall’inattività e dalla pigrizia.

Però, da un po’ di tempo, ho imparato che rallentare non è un male, e non sta avvenendo nessuna catastrofe. Nei periodi in cui l’attività è meno frenetica, è bello approfittare del tempo in più per curare le pubbliche relazioni, le passioni, o  anche la nobile arte della noia.

Allo stesso modo, nei momenti di maggiore trambusto, è importante imporsi di trovare del tempo per se stessi. Programmando il tempo libero, così come le attività lavorative. E a lavorare seguendo questo stile qui.

Bisogna togliersi dalla testa il senso di colpa che sopravviene davanti ai giorni meno intensi: servono a ricaricare le energie, a trovare spunti creativi, a conoscere nuove persone, a prendersi cura di sé.

E poi, basta con questa idea che il lavoro è sacrificio e martirio. E che, se non lo è, vuol dire che non stiamo dando del nostro meglio.

Si può – si deve – essere, prima di ogni altro ruolo (freelance, impiegato, dottore, avvocato e così via) delle persone serene.

Il successo (che) conta

Tempo fa ho letto un articolo che parlava della frustrazione che può generare dal confronto. In particolare, mi ha colpita la sincerità con cui venivano espresse quell’insieme di sensazioni ed emozioni che si provano quando, nonostante tu faccia del tuo meglio, non riesci ad ottenere il successo che desideri.

E a volte, per successo, neanche si intende che facciano un documentario di Netflix su di te. No, perché il successo si misura in base agli obiettivi, e magari il tuo obiettivo non è così ambizioso.

Dice Jon Krakauer nel libro Il silenzio del vento: “Quando si è giovani è facile credere che ciò che si desidera sia più o meno quanto si merita; presumere che, se si vuole qualcosa abbastanza intensamente, averlo sia un diritto divino”. E, a un certo punto della vita, misurarsi con le proprie ambizioni, può generare frustrazione. Perché ciò si è desiderato – o si desidera – non sempre corrisponde a quello che si è ottenuto o che si sta perseguendo. Pur inseguendo il proprio obiettivo con desiderio, impegno, dedizione alla causa.

E quindi?

Magari vorresti semplicemente che ti venisse riconosciuto il valore di anni di studio. Che fosse apprezzata sinceramente l’accuratezza con cui lavori. La passione e la pazienza che dedichi a fare tutto per bene.  La professionalità con cui curi i progetti dei clienti, come se fossero tuoi. E invece, tu hai l’impressione che, ogni volta, devi ricominciare dalla presentazione.

Se può esserti utile a non sentirti solo, succede anche a me. E a quanto pare, non siamo gli unici.  Da qui le domande: E’ un fattore ambientale? E’ un fattore caratteriale? E’ sopravvalutazione? Perdo troppo tempo a farmi domande?

E ancora, siamo felici quando otteniamo qualcosa in cui ci siamo impegnati, o quando gli altri ci riconoscono un merito o una capacità?

Insomma, una risposta non ce l’ho. Posso solo dirti quello che ho imparato in questi tredici anni di cadute e di risalite, di lavoro subordinato prima, e lavoro autonomo poi. Di entusiasmo per il lavoro autonomo, di rimpianti per il subordinato. Di clienti trovati, persi, ritornati. Di clienti costanti. Di regole seguite e di regole contravvenute.

Alla fine ciò che ho imparato si riassume in un unico consiglio: non svalutarsi. Neanche davanti agli errori. Imparare la lezione e, come già suggerito, mettere da parte l’esperienza. Le cose si fanno mettendosi alla prova e mettendoci la faccia. Chiedendosi ogni giorno cosa si può fare di più, di meglio, e cercando ogni giorno di imparare.

Magari (ma su questo io devo ancora lavorarci) sentendosi – in fondo, nel proprio cuore – un po’ rockstar!

Perché un’idea ha bisogno di tempo per crescere

Qualche mese fa, alcuni amici mi hanno regalato dei semi da piantare. Li ho messi nella terra, e le istruzioni erano molto chiare: acqua e luce. Punto. Cose che possono andare bene anche per me, che non ho proprio un pollice verde! Ho annaffiato il vasetto per un bel po’ di tempo. Niente, neanche una fogliolina. A un certo punto, me ne sono dimenticata. Finché, un giorno, per caso, ho visto che qualcosa stava germogliando nel vasetto.

E ho pensato che la natura ci insegna tutto, anche il valore dell’attesa.

Hai mai pensato al lato positivo dell’attesa? La pazienza è un valore inestimabile: è un dono, si dice, ma anche un allenamento mentale.

Siamo abituati considerare l’attesa un processo passivo, che ci demotiva e ci fa perdere di vista l’obiettivo. Ci pone mille dubbi. Perché non siamo abituati ad aspettare: quando ci impegniamo a fare qualcosa, vogliamo subito ottenere dei risultati tangibili. 

L’attesa, però, può diventare un processo attivo. Non è un ossimoro. Ogni cosa ha bisogno di una sua evoluzione, di tempo per avviarsi, crescere e poi funzionare. E aspettare è parte di quel processo. Perché, quel momento che ti sembra una perdita di tempo, è invece una risorsa. Da impiegare per migliorare te stesso e ciò in cui credi: formandoti, scoprendo altre cose, ricercando altri stimoli, riflettendo o semplicemente ricaricando le forze. O facendo tutte quelle cose che rimandi da troppo tempo.

Come i semi, che aspettano il momento giusto per germogliare. L’acqua, la luce e il tempo di cui hanno bisogno, in questo caso, possono tradursi in attenzione, costanza e pazienza.

Cioè quei valori che puoi dedicare a te e al tuo progetto, anche quando stai “solo” aspettando che le cose evolvano.

Non a caso, Honoré de Balzac diceva: Ogni potere umano è composto di tempo e di pazienza”.

Sfatiamo un tabù: tre aspetti lavorativi che migliorano con la maternità

Si dice che non si possa nominare la parola mamma nello stesso testo che contiene parole come freelance e lavoro. Perché le cose sono separate. Si dice che essere mamma equivale ad avere i capelli biondi, e quindi, che te ne fai di un testo in cui bionda si abbina a parole come tempo organizzazione?

Io, che bionda non sono (al massimo un po’ tinta, ogni tanto), ma mamma sì, credo che invece le parole bambino e lavoro autonomo possano coabitare in uno stesso testo. Così come coabitano quotidianamente nello stesso ambiente. Contendendosi non solo l’attenzione, ma anche il tempo e la produttività.

Prima di avere un bambino appartieni a te stessa. Decidi tu, come freelance, come, quanto e quando lavorare.

Ma, nel momento in cui arriva un essere dipendente da te, l’incomodo in questo ménage a trois sembra essere proprio il lavoro. Al quale, però, ti aggrappi come un’ancora di salvezza. Il lavoro ti permette di sentirti ancora un essere evoluto, quando tutto il resto, intorno e dentro di te, risponde a regole primitive e viscerali.

Ci sono tre cose che, con questa pratica da equilibrista, rendono migliori le tue prestazioni lavorative:

  1. Sei più concentrata. Hai meno tempo, ma quello che hai lo sfrutti meglio. Difendi con i denti quel poco che è rimasto. Impari a lavorare con qualsiasi sottofondo. Anche quello più ricorrente, che è un lamento insistente e disperato. Ti concentri con qualsiasi decibel, e in qualsiasi situazione: in piedi, seduta, mentre ti vesti o mentre stai imboccando la pappa.

  2. Hai più pazienza. Quelle rare occasioni diurne in cui puoi sederti al pc, tolleri che la peste di turno sorseggi il residuo degli acquerelli come se fosse camomilla. Un cliente non risponde all’email? Non importa, si passa avanti. Per non parlare della calma che accompagna avvenimenti che, in passato, ti avrebbero scatenato una crisi di nervi. Hai presente quegli incontri importantissimi a cui pensi di non poter mancare? E già dalla mattina si preannuncia l’apocalisse? Come minimo, il bambino si sveglia con la febbre. E tutti quelli che possono essere d’aiuto, hanno lo stesso malanno. Quando la giornata inizia così, diventi la sublimazione dell’accettazione. Quando non ci sono soluzioni, tanto vale lasciare che sia.

  3. Hai più autostima. Ti senti Wonder Woman ogni volta che riesci a portare a termine tutti gli impegni che avevi in agenda. Oltre ad essere stata al parco giochi e ad avere una casa che si avvicina agli standard minimi di abitabilità. Tanto che poi, alla fine, ti domandi: ma che ci facevo prima con tutto quel tempo?

Un anno fa iniziavamo a “bloggare”: 365 giorni con voi

Questo blog nasceva un anno fa, con i suoi spunti sui social e sulla comunicazione. Iniziavamo con degli articoli che riguardavano le nostre esperienze dirette con i corsi in Social Media Marketing, il progetto di alfabetizzazione digitale che avevamo iniziato poco tempo prima insieme ad Ehiweb.

In questo anno di blog, abbiamo avuto modo di conoscervi. La vostra interazione è stata importante: siete stati voi a stimolare molte riflessioni. E così, ci avete indirizzato verso un blog che rispondesse maggiormente ai vostri interessi.

In questo bilancio non poteva mancare uno sguardo ai post del blog che avete apprezzato maggiormente negli scorsi 365 giorni. E questa è la vostra Top 10.

  1. Dieci segreti per scrivere un post perfettoun decalogo per scrivere un post formalmente impeccabile.
  2. Parlare in pubblico, ovvero la capacità di raccontare un’ideapresentare un progetto davanti ad un pubblico richiede una strategia: eccola!
  3. Crea il tuo concorso dentro e fuori dal web: la strategia: si parla spesso di contest on line. Ecco come progettarlo, comunicarlo, diffonderlo ed essere in regola.
  4. L’esperienza d’acquisto, il valore delle piccole attivitàquando compri qualcosa in un negozio, puoi anche vivere un’esperienza.
  5. Non innamorarti dei tuoi progetti: il piccolo dramma delle professioni creative: il cliente che stravolge le idee.
  6. Pubbliche relazioni nell’epoca dei saldi: come corteggiare un cliente senza aspettare i saldi.
  7. Ciò che vorresti fare ma rimandi da troppo tempo: progettare il futuro a piccoli passi, senza dover più dire “lo faccio dopo”.
  8. Il Festival sui Social, a colpi di ironia e Instant Marketing: abbiamo guardato Sanremo dal punto di vista dei social.
  9. Come ho imparato a giocare d’anticipo (e ad essere più serena e organizzata): come non farsi schiacciare dall’ansia delle scadenze.
  10. Come un fotografo professionista vive il mondo dei socialfoto e social, il binomio perfetto. Anche dal punto di vista professionale.

 

Vogliamo dirvi grazie. Grazie per averci letto, supportato e stimolato a fare sempre meglio.

Questo è stato il nostro primo anno di blog. Ma ancora tanto vogliamo fare, migliorarci, crescere e rendere Il Social Blog sempre più piacevole da leggere, e con contenuti sempre più utili. 

Scriveteci, contattateci, comunicate con noi, perché Il Social Blog sia sempre più vostro.

Diamoci da fare perché i social non siano solo cronaca di brutte notizie

Lo abbiamo visto con gli ultimi fatti di cronaca che hanno caratterizzato le tragedie del terremoto, nella prima settimana del governo Trump e nelle operazioni di salvataggio che hanno coinvolto l’hotel Rigopiano. Lo sperimentiamo ogni giorno sul web, e sui social in particolare: le cattive notizie attirano più attenzione delle buone notizie. 

I canali social, Facebook e Twitter in particolare, sono un luogo in cui le cattive notizie proliferano. Rimbalzano di persona in persona, e così diffondono un clima di apprensione, paura, ansia e provocazione.

Non è che a forza di raccontarci cose brutte, stiamo finendo per credere di essere dentro ad una brutta storia?

La settimana scorsa,  in occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, Papa Francesco ha promulgato un messaggio dedicato all’informazione sui social media. Il Papa ha sottolineato come stia nascendo l'”abitudine a fissare l’attenzione su cattive notizie (guerre, terrorismo, scandali e fallimenti umani)”. E ha chiesto di “cercare di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione” che regna in un contesto in cui “vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia“.

Considerare solo i fatti negativi, raccontarli più volte con un’attenzione quasi morbosa verso il particolare sinistro, è come guardare la realtà attraverso un’unica lente: una lente che fissa l’attenzione solo sul brutto, e che, a lungo andare, potrebbe farci credere di essere circondati unicamente da esso. E quindi farsi prendere dallo sconforto, dall’ansia e dalla paura del fallimento.

E così, lasciare che la disinformazione, l’odio e l’insoddisfazione attecchiscano come gramigna.

Nel mondo ci sono tantissimi colori da cui farsi incantare: milioni di sfumature che ci perdiamo per concentrare la nostra attenzione solo sul nero. 

Sarebbe bello cercare di prestare più attenzione alla bellezza e alle notizie positive.

C’è qualcosa che possiamo fare tutti per invertire la rotta: cambiare il nostro modo di soffermarci a raccontare. Che non significa ignorare le cattive notizie. Ma compensarle attraverso la bellezza, la positività, la speranza. Utilizzare, tornando all’esempio di prima, una doppia lente per guardare la realtà, fissando l’attenzione anche su tutti gli altri colori.

Quando viene fatta una segnalazione a buon fine, Facebook dice “Grazie per averci aiutato a rendere Facebook un luogo migliore”. Ecco, cerchiamo di renderlo un luogo migliore anche cercando di portare, nel nostro piccolo angolo virtuale, un sorriso, una buona notizia, un motivo di speranza e fiducia.

Un esercizio quotidiano alla bellezza.

Che inizierà sui social, ma non terminerà sicuramente lì.

Ispirazione: e se non arriva?

Ci sono periodi di grande ispirazione, in cui ti senti veramente creativo, attivo e pieno di idee innovative. E giorni in cui invece la mente non riesce a tirare fuori nulla. E’ come un server che va giù: la creatività sembra esaurita. Uno stato di desertificazione delle idee.

E allora che si fa?

Cerca la serenità. Per lavorare bene, bisogna che intorno a te ci sia un ambiente sereno. Quando sei troppo sotto pressione, oppure ci sono altri problemi a distrarti, non puoi concentrarti sul lavoro. E’ difficile, in questo caso, riuscire ad essere ricettivi verso il mondo esterno e verso nuove idee. Nella tranquillità, sei più disposto a guardare le cose con attenzione, a giocarci e a sviluppare il “pensiero laterale”, che è alla base di una buona ispirazione. Purtroppo, il fattore serenità non dipende al cento per cento da te. Sicuramente, però, ti puoi aiutare con delle pratiche di rilassamento e concentrazione.

Rientra nel concetto di realtà: stare troppo tempo al chiuso, magari davanti a un foglio bianco che non si riempie neanche di scarabocchi, può essere solo controproducente. Sale l’ansia, il tempo scorre e la mente si annebbia ancora di più. Se capisci che in quel momento non c’è proprio nulla da fare, riprendere i contatti con l’esterno può aiutarti a sentirti meglio: uscire, passeggiare, distrarti. Sicuramente, bisogna staccare con i social, internet, i pensieri negativi e le ansie. Riprendi i tuoi spazi nella realtà.

Cambiare argomento. Forse il problema è che non ti interessa ciò di cui ti stai occupando, e quindi la tua mente cerca una via di uscita da qualcosa che la annoia o la preoccupa. Cambiare argomento per un po’ può essere un modo per risvegliare la mente dal torpore e trovare nuovi input. E poi, ritornare al lavoro più concentrati e sereni.

Concediti la possibilità di aspettare. A volte devi concederti il lusso dell’attesa per poter avere la possibilità di migliorarti. Essere pazienti è un atteggiamento attivo per avere l’opportunità di scoprire nuove cose. La natura ci insegna ogni giorno l’arte dell’attesa. Chi sa essere paziente e tollerante, viene poi ricompensato. Senza perdere fiducia: se non oggi, domani un’idea arriverà. Forse non sarà quella della vita, ma è solo questione di tempo!

 

La semplicità è la chiave dell’originalità

Elena Zaharova è una grafica di New York. Qualche mese fa, siti e giornali di tutto il mondo hanno parlato di lei per via di un’iniziativa molto suggestiva.

La giovane grafica ha raccolto delle foglie cadute dagli alberi dei parchi di New York. Le ha portate nel suo studio e, su ognuna di esse, ha trascritto a mano una poesia diversa. Poi le ha restituite alla città, per strada e nei parchi. E, così, ha regalato un’emozione a chi è riuscito a notare, nel tappeto giallo autunnale, la presenza di foglie “particolari”.

E’ un’iniziativa di una bellezza e semplicità incredibili: perché non ci ha mai pensato nessuno prima?

La differenza è in una frase: pensare semplice.

La maggior parte delle volte in cui qualcuno vuole farsi notare dal pubblico, immagina di dover creare qualcosa di particolarmente originale. Certe volte, però, il risultato è così eccentrico che esce completamente dagli schemi e non viene compreso. Quando si tende ad essere “originali a tutti i costi”, si rischia di non riuscire più a gestire il messaggio. La mente umana è abituata a ragionare ed immagazzinare informazioni per schemi predefiniti. Infatti, quando si esce troppo dall’ordinario, può succedere di non essere compresi o di essere fraintesi.

La straordinarietà del gesto è proprio nella sua semplicità. Le poesie non sono le sue, e il “foliage” è il fenomeno naturale che rende New York ancora più bella e suggestiva nei mesi autunnali. Tanto da ispirare film, poesie e canzoni. Mettendo insieme due cose magnifiche e di facile comprensione, è stato creato un effetto emozionale ed evocativo.

La semplicità è la chiave dell’originalità.