Perché è bello imparare a fotografare

Sette anni fa, in vista di un viaggio in una natura spettacolare, acquistai la mia prima fotocamera bridge. Era una macchina fotografica che mi permise, da neofita, di portare a casa delle foto piuttosto belle. In quell’occasione esplose la mia passione per la fotografia: era la mia “meditazione camminata” alla ricerca della bellezza.

Quando nacque mia figlia abbandonai la fotografia perché non avevo più tempo (e voglia, e pazienza) per “meditare”: per fotografare ci vuole tempo, cura e attenzione, e io ero frustrata perché non riuscivo più a fare una foto che mi emozionasse. E poi, con un cellulare fai subito, e l’immagine la tieni lì a portata di mano tutte le volte che vuoi.

 

Ricominciare da zero

Qualche settimana fa ho chiesto ad un amico di aiutarmi a ritrovare la passione e l’”occhio” che avevo perso. Il mio amico si chiama Gianluca Di Fazio, è un fotografo professionista specializzato in foto sportive e racconti per immagini. Un bravissimo fotografo che, come uno sherpa, mi sta riportando sul sentiero della passione fotografica. Perché è così: puoi anche fare foto tecnicamente perfette, ma se il tuo stato d’animo è corrotto da qualche brutto pensiero, hai fretta o sei stanco, tutto questo si evincerà dal risultato finale.

Questa è la prima cosa che mi ha spiegato Gianluca quando, durante un aperitivo che era quasi una seduta psicanalitica, parlavamo dei motivi per cui volevo riprendere in mano la macchina fotografica.

Quando ti approcci a qualcosa di nuovo, è sempre meglio incominciare da zero. Re-imparare qualcosa che sai fare male o da autodidatta, è un percorso ancora più difficile: devi fare tabula rasa di tutti i preconcetti e le idee che avevi assimilato (male) precedentemente, prima di cominciare ad acquisire le nuove informazioni.

Però è questo l’unico modo per correggere gli errori dell’autodidatta.

E poi, bisogna affidarsi completamente a un professionista, senza farsi troppe domande.

 

L’importanza dei particolari

I nostri incontri hanno fuso teoria e molta, molta pratica. Tante foto, sia insieme che in solitaria, seguendo istruzioni ben precise su temi, soggetti, tempi e stile di lavoro.

Il motivo per cui consiglio di imparare a fotografare, che sia per piacere o per lavoro, è che la fotografia è un vero e proprio esercizio di alternanza, tra regole e creatività.

E’ un modo di allenarsi a portare attenzione verso i particolari. E questo, nella vita, è davvero importante. Ci soffermiamo sempre troppo sull’insieme, sul quadro generale. Capire l’importanza del dettaglio è un esercizio che aiuta anche nelle relazioni interpersonali, nei processi decisionali e nel lavoro, qualunque esso sia.

Ho imparato che un dettaglio può cambiare completamente il significato della foto. A volte, basta solo spostarsi,  modificare la prospettiva, per dare un’intensità diversa all’immagine e raccontare un’altra storia.

 

Impari a raccontare storie

E’ proprio così, impari a raccontare storie.

Una bella foto  non è una bella cartolina, come sostiene Gianluca. Una foto non significa riprodurre un’immagine, ma imprimere un momento. Significa raccontare una storia. Attraverso i dettagli, l’immaginazione, le prospettive, la luce, e così via. Il soggetto della foto diventa un ponte universale, in grado di aprire più strade e di creare più chiavi di lettura: la tua e quella di chi la guarda.

Ed è per questo che è un atto completo e creativo. Perché è comunicazione in continua oscillazione: coinvolgente e capace di creare percorsi di immaginazione.

 

Impari a immaginare

La foto non nasce dalla scena che guardi. Nasce prima nella tua mente.

E la capacità del fotografo è quella di scattare proprio quella immagine che ha nella testa.

E’ un’arte. Ecco perché  è una cosa bellissima, che permette di sviluppare a livelli inverosimili la capacità di astrazione, immaginazione e creatività.

Una creatività circondata dalle regole.

Ed ecco perché è importantissimo per un professionista della creatività imparare a fotografare. E’ come andare in palestra per un culturista.

Inoltre, dalla mia esperienza personale, la fotografia è anche un esercizio di pazienza. E’ come l’appostamento per il cacciatore: con un lavoro di immaginazione, progettazione e attesa, crei lo scatto giusto per te.

 

Cinque romanzi per fare il giro del mondo

Quante volte un romanzo ti fa venire voglia di viaggiare, di andare proprio sul luogo che racconta? A me succede molto spesso, e per l’appuntamento estivo con il post sui consigli di lettura, stavolta ho pensato di suggerire cinque libri che raccontano sì delle storie – vere o romanzi – ma che in qualche modo fanno viaggiare.

E se poi, durante questa estate sei diretto in uno di questi posti, magari il libro può darti qualche spunto per mostrarti la tua meta anche da altri punti di vista.

 

Stati Uniti d’America

Io Confesso di John Grisham

Il romanzo racconta di un viaggio on the road dal Kansas al Texas di due personaggi antitetici, un reverendo e un detenuto in libertà vigilata, in una corsa contro il tempo per fermare la condanna a morte di un ragazzo innocente. E’ un libro che mi è piaciuto molto perché racconta la pena di morte, l’antitesi tra il sistema giudiziario e quello umano e racconta uno spaccato di America ancora influenzato dalla razza e dalla ragione sociale.

 

New York

A Volte Ritorno di John Niven

Un romanzo ironico e divertente che porta a riflettere con leggerezza. Cosa accadrebbe se oggi Gesù Cristo ritornasse sulla Terra, e in particolare a New York? Secondo l’autore, Gesù potrebbe trovare nuove strade per evangelizzare, senza escludere la possibilità di diventare una popstar. Una frase racchiude tutto il punto di vista del nuovo Messia: “La Bibbia è quasi tutta una scemenza. Cercate di ricordarvi questo: fate i bravi!

 

Napoli

Fuoco su Napoli di Ruggero Cappuccio

Un romanzo crudo e struggente che racconta l’anima intensa di Napoli, il palcoscenico della vita, attraverso il suo simbolo: il vulcano. La caldera dei Campi Flegrei sta per esplodere, la città sta per essere invasa da acqua e fuoco. Ed è così che si sviluppa un intreccio fatto di speculazione, amore e morte. Tra apocalisse e speranza.

 

Parigi

Ninfee Nere di Michel Bussi

A meno di un’ora da Parigi c’è un paesino di appena cinquecento anime, Giverny. Reso famoso da Monet e dai pittori impressionisti, secondo Bussi questo luogo incantato nasconde un’anima nera. A te scoprirla nella lettura. Quello che posso dirti è che, se non hai già un biglietto per Parigi, dopo aver letto questo libro sentirai fortissimo il desiderio di passeggiare nelle campagne della Normandia e fare un salto all’Orangerie.

 

Asia

Nanga di Simone Moro

Sicuramente il Pakistan non è una delle mete estive più gettonate ;), però la storia di Simone Moro e della “sua montagna”, il Nanga Parbat, una delle vette più alte e impervie del mondo, merita di essere letta. Perché è un libro che racconta l’Himalaya ada diversi punti di vista: non solo quello degli alpinisti, di come si organizza una spedizione sportiva dall’altro capo del mondo, ma anche di come le popolazioni locali vivono ad alte quote seguendo il ritmo delle stagioni e adeguando le attività locali alle necessità degli alpinisti. E poi è interessante scoprire come si vive diversi mesi in un campo in attesa che la montagna accetti di essere scalata.

 

 

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Coltivare l’intelligenza emotiva in piccoli passi

La scorsa settimana, nell’ambito di un percorso di formazione, ho avuto l’occasione di visitare una scuola che mi ha lasciato una bellissima sensazione. Si trattava di un liceo di recente realizzazione, e ho apprezzato con piacere alcuni aspetti che mi hanno fatto riflettere sul ruolo della scuola nella società. La scuola  sta alla società come la cera sta alla candela.

Ciò che mi ha colpito maggiormente di questo istituto è stata l’attenzione riservata alla cura e allo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva degli studenti, attraverso delle attività didattiche integrative che mettevano in risalto empatia, creatività e valori.

Ecco perché mi ha ispirato un articolo dedicato all’Intelligenza Emotiva, facoltà che ognuno di noi dovrebbe coltivare nel lavoro e nella vita privata per sviluppare attitudini positive nelle relazioni e nella creatività. Relazionarsi in modo propositivo ed empatico significa valorizzare se stessi e gli altri, accrescere le doti comunicative e ridurre le tensioni.

E’ la base del Team Building, ma non bisogna necessariamente essere una squadra per cominciare. Prestando più attenzione a cose che fai ogni giorno, puoi migliorare il tuo modo di vivere e di relazionarti agli altri.

Essere più sereno e in equilibrio con te stesso, comunicare in modo chiaro e deciso, immedesimarti nell’altro, sono azioni e reazioni che innescano meccanismi positivi e creano ponti. Sono la chiara lettura di autostima e di benessere personale, perché chi è frustrato o arrabbiato tende a sminuire o ad aggredire.

Guarda qui!

 

Parti dall’Ascolto Attivo

L’ascolto attivo è una delle cose più difficili da fare. Ascoltare l’altro non significa sentire cosa ha da dirti, ma cercare di immedesimarti nelle sue emozioni e sensazioni nel momento in cui ti parla. Anche la posizione fisica che assumi durante la conversazione ha la sua importanza. Aprirti completamente all’altro, anche attraverso una postura accogliente e disponibile,  seguendo i suoi gesti, ti permette di sentirti più vicino e connesso.

 

Ti piace fare cose nuove?

Ne abbiamo parlato anche in un articolo dedicato alla zona di comfort. Essere propositivi ed attivi apre a nuove possibilità e a nuovi confronti.

Non pensare a cose enormi: non è detto che devi fare un viaggio o cambiare sport per portare una ventata di novità nella tua vita. Anche azioni quasi impercettibili, come cambiare bar in cui fai colazione o andare a lavoro a piedi anziché in auto, ti permette di fare nuove esperienze ogni giorno e di scoprire punti di vista diversi. E’ un allenamento a non aver paura verso le novità e stimola la creatività e la fantasia.

 

Leggere le emozioni, riflettere su ciò che succede

Leggere e scrivere. Anche questo è un dettaglio approfondito in più occasioni. Leggere permette di immedesimarsi nei protagonisti delle storie e sviluppa l’empatia. Aiuta a sentire con il cuore ciò che provano gli altri, come i personaggi di un libro, ed è un allenamento che si riflette nella vita reale quando hai a che fare con gli altri.

Scrivere è l’altra faccia dello specchio. Scrivere una storia, un diario o delle lettere personali, ti mette in contatto con la parte più intima di te stesso. Ti permette di analizzare, capire e portare fuori le emozioni. E aiuta a razionalizzare e riflettere con più chiarezza. Inoltre, scrivere è un modo per stimolare la capacità di comunicazione, uscendo dalla solita progressione di chat, email e post che rappresentano il perimetro quotidiano della scrittura e delle relazioni.

 

Ridere è sinonimo di intelligenza

Che sia vera o falsa, all’organismo non importa. Percepisce la risata come un effetto positivo. Per cui, ridere di più significa portare in circolo ormoni di benessere e sciogliere le tensioni. Inoltre, la risata ha la capacità di unire le persone, favorendo la condivisione e la complicità. Anche nelle situazioni di ostilità.

Uscire dalle quattro mura per vedere come vanno le cose fuori

Se ne dicono molte sulla “zona di comfort“. Io me la sono sempre immaginata come quel divano sformato e morbido su cui puoi sonnecchiare, guardare la tv e mangiare cibi unti  senza dover dare conto a nessuno e senza sentirti in colpa. E si sa, nella vita tutti abbiamo bisogno di un divano così.

Certo, non per passarci le giornate.

 

Nelle piccole attività la zona di comfort può essere paura di sbagliare

Succede che, quando lavori da tanto tempo nella stessa attività, ti trovi ad affrontare le stesse situazioni e le stesse problematiche. Dalla mattina alla sera. Hai a che fare con persone, esigenze, richieste, protocolli, pensieri identici o similari. Ogni giorno, per mesi e per anni.

Senza mai mettere il naso al di fuori del tuo ufficio o della tua attività, compi sempre gli stessi passi: quel problema si risolve in quel modo perché una volta quella strategia ha avuto successo e quindi non si cambia. Oppure, i clienti sono abituati a quel tipo di servizio e non si fa altrimenti, per timore che possano andare altrove o che non piaccia una novità. O non cerchi di cambiare, perché così ti hanno insegnato a fare.

La zona di comfort si manifesta anche come il timore di confrontarsi con chi fa il tuo stesso mestiere, perché parlare con i concorrenti può essere frustrante o controproducente. 

Un’occasione di confronto su tematiche comuni e opportunità di crescita, non la percepisci come un’opportunità per scoprire qualcosa di nuovo per il tuo settore, ma come un rischio. Di svelare “segreti”. O di scoprire che il tuo concorrente riesce a cavarsela meglio di te in alcuni ambiti.

Però, il vero rischio della zona di comfort, o timore di provare nuove strade, è quello di non crescere e non provare a migliorarti. Se non ti prendi mai il rischio di confrontarti o cambiare, continui a lavorare senza sviluppare nuove strategie e nuove prospettive.

E’ come fare una corsa podistica ad occhi chiusi, senza sapere cosa stanno facendo i tuoi concorrenti e dov’è il traguardo.

 

Apri la porta ed esci a fare due passi

A volte, il lavoro prende davvero tutte le ore della giornata, e ci sono poche occasioni di mettere il naso fuori.  Però, alla lunga, è come vivere in una stanza con le finestre chiuse: non circola più aria, non circolano più idee nuove. 

Cerca il confronto e parla con chi fa il tuo stesso lavoro. Rimetti in circolo le idee, la mente, prova nuove strategie. Insomma, alzati da quel divano e prova anche a sbagliare.

In ogni caso, metterai di nuovo in circolo l’adrenalina, il pensiero, il ragionamento e avrai l’occasione di scoprire che, forse, ci sono più soluzioni per arrivare allo stesso obiettivo. Cerca il confronto, nuovi spunti, nuove avventure e nuovi punti di vista.

Ti sembrerà di essere più creativo, e di avere più energia e più idee. Ed è proprio così.

Perché i genitori dovrebbero essere più smart dei nativi digitali

Ricordate quando eravamo ragazzini e uscirono i Tamagochi?

Erano dei giochini elettronici in cui ci si doveva prendere cura di un cucciolo virtuale, dandogli da mangiare, facendogli le coccole e lasciandolo dormire, altrimenti sarebbe morto. Molti gridarono allo scandalo, e il Tamangosci, come venne denominato, fece più clamore di quante furono effettivamente le conseguenze.

Dopo un boom iniziale, i bambini si stufarono dei loro cucciolotti virtuali e tornarono ai vecchi giocattoli. E la stessa cosa avvenne, poco più di un anno fa con l’applicazione dei Pokemon: nei primi giorni tutti a fissare lo schermo del telefono alla ricerca di questo o quel mostriciattolo. Dopo appena poche settimane nessuno se ne ricordava più. Questo per dire che, a volte, ci fasciamo la testa troppo presto. O siamo troppo morali, o troppo libertini.

 

Come per tutto, la verità sta nel mezzo

Saper utilizzare la tecnologia non significa essere in grado di gestirla.

Il mondo digitale è un mondo infinito, in continuo cambiamento, anche per noi che ci lavoriamo. Per quanto puoi conoscerlo, puoi avere dei punti fermi che possono cambiare in qualsiasi momento.

Noi genitori in merito alla tecnologia tendiamo ad avere due tipi di atteggiamenti completamente discordanti: ci sono quelli che “è solo un gioco” e altri che “non sia mai”. I primi sono quelli che lasciano ai bambini libero accesso a smartphone e tablet senza controllo e senza regole perché, per primi, non ne avvertono il pericolo.

I secondi sono quelli che, al contrario, non permettono ai bambini di approcciarsi alla tecnologia in alcun modo, come se tenerli lontani fosse un modo per risolvere a priori il problema.

 

L’educazione comincia dai primi anni

Tecnologia e bambini: un binomio che non possiamo ignorare.  Ed è per questo che l’educazione digitale deve andare di pari passo con le altre, con limiti e regole fin dai primi anni.

Se fosse per i bambini o per i ragazzi, mangerebbero ogni giorno pizza e patatine fritte. Però un genitore sa che deve incominciare subito ad educare un figlio ad una dieta che comprenda alimenti sani e nutrienti. Pur scontrandosi con la ritrosia verso la frutta e le verdure.

Allo stesso modo, non c’è nulla di male – anzi – se ogni tanto si sgarra con la dieta e ci si concede un bel piatto di patatine fritte o una dose doppia di cioccolata.

Per insegnare ai ragazzi, credo che sia importante partire dall’esempioSe riempio il mio piatto con le patatine fritte e nel piatto di mia figlia metto carote e cavoli, è molto difficile che lei accetti di mangiare il suo bel piatto di verdure!

Se lasciassimo fare ai bambini, forse passerebbero le giornate su YouTube o sui videogiochi. Allo stesso modo, se siamo noi genitori i primi a stare sempre con gli occhi sul cellulare, è facile che nostro figlio si comporterà di conseguenza. 

Come genitori, insegniamo ai nostri figli ad attraversare la strada, a non fidarsi degli sconosciuti, a rivolgersi ad un poliziotto se si perdono. Ecco, la figura genitoriale oggi non può prescindere, a mio avviso, da un nuovo tipo di educazione: l’educazione digitale.

 

I genitori dovrebbero essere più informati dei nativi digitali sulla tecnologia per aiutarli a fare gli “anticorpi”

Non si può lasciare un bambino nella preistoria, non facendogli accendere un pc e non permettendogli di sviluppare un intuito digitale. Perché il web esiste, fa parte della nostra vita e farà parte della sua, inevitabilmente.

Quel bambino ha bisogno di creare gradualmente la sua esperienza, la conoscenza e gli anticorpi per imparare a muoversi nel mondo digitale.

Il computer e lo smartphone sono presenti in casa come un televisore o un ferro da stiro. Se insegno a mio figlio che il ferro da stiro non va toccato sulla zona rovente non si farà del male. Se ignoro il problema facendo finta che non esista, prima o poi la sua curiosità lo spingerà a toccarlo, e si ritroverà con una scottatura.

E la stessa cosa potrebbe succedere con il web: se insegno a mio figlio come muoversi on line, se formo la sua educazione digitale nel rispetto delle regole, dei confini e del rispetto della privacy posso riuscire ad evitare che succedano cose spiacevoli.

Ma questo presuppone una cosa: che io non sia soltanto capace di utilizzare la tecnologia, ma di capirla, interpretarla e di gestirla.

Nessuno ha la verità in tasca e nessuno è il genitore perfetto. Però su una cosa possiamo concordare, ed è che la conoscenza rende liberi. E conoscere le cose significa essere in grado di capirle, affrontarle e gestirle nel modo che riteniamo migliore per noi e per i nostri ragazzi.

Oltre al Curriculum c’è di più!

Uno dei post più letti del blog è quello che riguarda i Curriculum, in cui c’è qualche consiglio su come scrivere un CV che abbia personalità.

Il Curriculum, però, non è il solo modo per farsi notare. Un giovane professionista, o uno studente che ha ben chiaro il percorso lavorativo che intende intraprendere, dovrebbe iniziare a tracciare da subito la propria storia on line. Infatti la reputazione on line non si costruisce velocemente: c’è bisogno di tempo. Però, mettendo ogni giorno un mattone, è possibile fin da subito iniziare a farsi un “nome” su un determinato argomento.

Inizia a pensare “in grande”

Visto che hai deciso “cosa vuoi fare da grande”, anche se non hai ancora iniziato a fare colloqui o a cercare i primi clienti, puoi investire il tempo nel mettere in linea i primi “mattoni” della tua reputazione on line.  Non è mai troppo presto per iniziare ad associare il tuo nome a dei contenuti che dimostrano interesse, coinvolgimento e personalità verso la tua materia o il tuo settore.

Ecco due modi per iniziare a creare la tua reputazione on line (anche se stai ancora studiando).

 

Frequenta i Social adatti a te

Da LinkedIn, prima o poi, dobbiamo passarci tutti. Quindi, meglio togliersi il pensiero!

E’ il social serio, quello dedicato ai professionisti e al mondo del lavoro, in cui puoi aggiornare e far confermare le tue competenzeLinkedIn è utile per capire come comunica il tuo settore, chi sono i “leader”, quali sono gli argomenti che tirano di più.

Cerca anche altri social adatti alla tua professione, anche quelli meno popolari. Ormai, ce ne sono tantissimi dove puoi iniziare a “farti un nome” ed esprimerti con maggiore libertà. Se vuoi lavorare nel campo della creatività puoi trovarti a tuo agio su Pinterest, per esempio. Dove puoi postare contenuti in cui proponi il tuo punto di vista e confrontarti con chi lavora già nel tuo campo.

E poi, non sottovalutare l’importanza dei gruppi professionali. Ce ne sono su molti social, da LinkedIn a Facebook, e sono importanti per iniziare a capire quali sono le discussioni più calde del tuo campo. Frequentandoli, puoi cominciare a capire come ragiona un professionista del tuo settore e quali problematiche ti troverai ad affrontare una volta che entrerai nel mondo del lavoro.

E poi, nei gruppi puoi “rubare” qualche trucco o strategia a chi ha già esperienza. E che ti torneranno utili quando inizierai a fare sul serio!

 

Crea contenuti che riguardano il tuo campo

Se vuoi cominciare a fare sul serio, puoi legare il tuo nome a contenuti che riguardano il tuo settore.

Inizia scrivendo degli articoli. Questi articoli saranno collegati al tuo nome quando lo cercherai su Google e sugli altri motori di ricerca.

Per farlo, puoi intraprendere due strade.

Puoi aprire un blog tutto tuo, in cui parlare della tua esperienza e formazione professionale.

Nel tuo blog sei il padrone di casa, quindi puoi scegliere tu di cosa parlare e offrire il tuo punto di vista su ciò che ami e in cui intendi specializzarti.

Forse tra qualche anno, rileggendo i tuoi articoli, potrai scoprire che su qualche aspetto hai cambiato idea o che ti eri lasciato andare a qualche ingenuità. Ma non importa, perché cambiare idea – soprattutto quando si è ancora in formazione – è possibile. E a volte anche auspicabile! 😉

Se un blog tutto tuo è un impegno troppo gravoso, quello che puoi fare è contattare blog e siti di settore, offrendo degli articoli firmati di tuo pugno.

In questo modo non sarai obbligato a gestire uno spazio che necessita di un piano editoriale e delle scadenze. E potrai dedicarti a questa attività solo quando hai tempo per fare ricerche approfondite e desiderio di prendere in esame un argomento nuovo.

In ogni caso, inizia prima che puoi a darti da fare per lasciare on line delle tracce della passione per quello che sarà il tuo lavoro. Anche se sei ancora in fase di formazione. Queste orme, al momento giusto, diventeranno la traccia da seguire per sapere chi sei, qual è la tua formazione e le tue competenze.

Internet e Adolescenti: a scuola di Cyberbullismo ed Educazione Digitale

Sono già due anni che, in occasione del Safer Internet Day, vado in un istituto superiore della mia città per parlare con ragazzi di Internet, Social Media ed Educazione Digitale. Gli incontri si svolgono in presenza di psicoterapeuti che, attraverso dei giochi di ruolo, mettono in scena e stimolano discussioni sulle problematiche della vita virtuale e social.

Sono delle occasioni preziose (purtroppo ancora rare, per via di una mancata presa di coscienza del problema), perché è fondamentale che gli adolescenti siano consapevoli dei mezzi che utilizzano costantemente durante la loro giornata. Rispetto all’esperienza dello scorso anno, ho notato con piacere che i quindicenni sono un po’ più informati rispetto alle insidie e alle potenzialità del mondo virtuale. Certi aspetti del mondo Social rimangono ancora un mistero, ma solo perché non si pongono delle domande su determinati meccanismi.

Negli incontri cerchiamo di stimolare i ragazzi a porsi alcune domande chiave. Le riporto qui, così, se ti va, puoi provare a parlarne con tuo figlio a tavola o in un momento di relax. E confrontarti con lui quello che è il suo mondo, e anche il tuo.

 

Perché Facebook, WhatsApp e Instagram sono gratuiti? 

Capire il meccanismo commerciale che si trova alla base dei Social e delle chat permette di essere consapevoli del fatto che, ogni volta che interagiamo nella rete, lasciamo una scia di dati sensibili. E’ quindi importante proteggere – nei limiti del possibile – la nostra privacy.

E’ interessante confrontarsi sulle clausole di accettazione che sottoscriviamo quando ci iscriviamo ai Social Media (che nessuno legge mai). Queste regole le accettiamo pacificamente senza darci troppo peso, salvo poi saltare sulla sedia quando scopriamo quali sono! 😉

 

I Social rendono felici o depressi?

Lo scorso anno, in classe, questa domanda aveva scatenato un coro di “depresso“. Stavolta i ragazzi stanno dimostrando una maggiore capacità critica, inserendo nella discussione le loro problematiche adolescenziali.

Quando riceviamo un like o un messaggio, nel nostro organismo si mette in circolo la dopamina, che ci fa sentire bene, apprezzati e popolari. Allo stesso tempo, se non riceviamo like ad una foto, oppure se qualcuno che stiamo cercando su WhatsApp non visualizza un messaggio (o peggio, visualizza e non risponde!) subiamo uno stress.

“E’ sbagliato stare ad aspettare un messaggio?” ha chiesto uno degli studenti.

No, purché non diventi una dipendenza. Sicuramente, in un periodo come l’adolescenza non è facile tenere le due cose distaccate.

Siamo stati tutti accanto al telefono per ore, ad aspettare “quella telefonata“. Controllando, di tanto in tanto, se la linea era libera o c’era campo. Oggi, la stessa trepidazione si è spostata su WhatsApp, Messenger e tanti altri canali di comunicazione.

Ogni cosa va valutata con il giusto peso, senza confondere le pene d’amore con la dipendenza da smartphone. Ma senza abbassare la guardia!

 

Hai mai inviato a qualcuno immagini private?

La pratica di inviare foto private ad amici o fidanzati è qualcosa su cui soffermarsi a parlare. Perché la foto, una volta inviata o postata, “si perde” nella rete e non è più possibile rientrarne in possesso.

Una foto che ritrae una persona in un momento privato o in una situazione imbarazzante potrebbe essere inviata ad altri dal destinatario, oppure potrebbe essere messa in rete. In ogni caso, la foto potrebbe saltare fuori al momento sbagliato. Magari anni e anni dopo, creando qualche problema sul lavoro o nella vita privata.

Ecco, su questo bisogna stare attenti. Una foto è per sempre, l’amore no.

Quello che oggi è il tuo amico o il tuo ragazzo, potrebbe non esserlo più tra qualche giorno, mese o anno. Però quella persona ha in mano delle foto o dei video che riguardano la tua sfera privata e che potrebbe utilizzare contro di te.

 

Hai mai inviato ad altri foto o video di un amico senza questo ne fosse consapevole?

Il cyberbullismo è una piaga molto sottile. Ci sono episodi  violenti e intenzionali, che si esasperano con i social media e le chat. Che rendono impossibile la vita del ragazzo e che comprendono diffamazione, minacce, violenza psicologica ed esclusione.

E poi, ci sono episodi di cyberbullismo che non nascono in modo non intenzionale, ma per superficialità o goliardia. Come uno scherzo filmato e messo su un gruppo, che in breve fa il giro degli smartphone del paese. E la cui diffusione può dare fastidio o problemi all’interessato.

Per questo, è importante capire che puoi diventare “cyberbullo” anche se a quella persona vuoi bene ed è un tuo amico.

E cioè, quando passi il limite e, anche se per leggerezza, diffondi un contenuto che espone quella persona ad una presa in giro o ad una situazione spiacevole. E quando ricevi un contenuto derisorio o privato e decidi di farlo girare. Anche in questi casi stai contribuendo ad un atto di cyberbullismo.

Secondo la maggior parte dei ragazzi che erano all’incontro, il cyberbullismo non è un reato, ma un danno morale. Invece il cyberbullismo è proprio un reato punibile per danno morale, biologico ed esistenziale. La responsabilità del danno, inoltre, può ricadere anche sui genitori o sull’istituzione scolastica.

 

Internet è bello: usalo con leggerezza, non con superficialità!

Naturalmente queste domande sono solo la punta di un iceberg che portano a un confronto più profondo, come l’adescamento, il gioco on line e così via. Questo genere di incontri andrebbe organizzato con maggiore frequenza, a partire dai ragazzi, per finire con gli adulti.  Sia come genitori che come utenti. Perché il mondo virtuale è nel mondo reale. E, come si può capire, la linea di confine è facile da valicare.

Capirne i meccanismi e le reazioni è un modo per imparare a vivere meglio e limitare i rischi, prendendosi il bello che la rete può dare.