Cinque romanzi per fare il giro del mondo

Quante volte un romanzo ti fa venire voglia di viaggiare, di andare proprio sul luogo che racconta? A me succede molto spesso, e per l’appuntamento estivo con il post sui consigli di lettura, stavolta ho pensato di suggerire cinque libri che raccontano sì delle storie – vere o romanzi – ma che in qualche modo fanno viaggiare.

E se poi, durante questa estate sei diretto in uno di questi posti, magari il libro può darti qualche spunto per mostrarti la tua meta anche da altri punti di vista.

 

Stati Uniti d’America

Io Confesso di John Grisham

Il romanzo racconta di un viaggio on the road dal Kansas al Texas di due personaggi antitetici, un reverendo e un detenuto in libertà vigilata, in una corsa contro il tempo per fermare la condanna a morte di un ragazzo innocente. E’ un libro che mi è piaciuto molto perché racconta la pena di morte, l’antitesi tra il sistema giudiziario e quello umano e racconta uno spaccato di America ancora influenzato dalla razza e dalla ragione sociale.

 

New York

A Volte Ritorno di John Niven

Un romanzo ironico e divertente che porta a riflettere con leggerezza. Cosa accadrebbe se oggi Gesù Cristo ritornasse sulla Terra, e in particolare a New York? Secondo l’autore, Gesù potrebbe trovare nuove strade per evangelizzare, senza escludere la possibilità di diventare una popstar. Una frase racchiude tutto il punto di vista del nuovo Messia: “La Bibbia è quasi tutta una scemenza. Cercate di ricordarvi questo: fate i bravi!

 

Napoli

Fuoco su Napoli di Ruggero Cappuccio

Un romanzo crudo e struggente che racconta l’anima intensa di Napoli, il palcoscenico della vita, attraverso il suo simbolo: il vulcano. La caldera dei Campi Flegrei sta per esplodere, la città sta per essere invasa da acqua e fuoco. Ed è così che si sviluppa un intreccio fatto di speculazione, amore e morte. Tra apocalisse e speranza.

 

Parigi

Ninfee Nere di Michel Bussi

A meno di un’ora da Parigi c’è un paesino di appena cinquecento anime, Giverny. Reso famoso da Monet e dai pittori impressionisti, secondo Bussi questo luogo incantato nasconde un’anima nera. A te scoprirla nella lettura. Quello che posso dirti è che, se non hai già un biglietto per Parigi, dopo aver letto questo libro sentirai fortissimo il desiderio di passeggiare nelle campagne della Normandia e fare un salto all’Orangerie.

 

Asia

Nanga di Simone Moro

Sicuramente il Pakistan non è una delle mete estive più gettonate ;), però la storia di Simone Moro e della “sua montagna”, il Nanga Parbat, una delle vette più alte e impervie del mondo, merita di essere letta. Perché è un libro che racconta l’Himalaya ada diversi punti di vista: non solo quello degli alpinisti, di come si organizza una spedizione sportiva dall’altro capo del mondo, ma anche di come le popolazioni locali vivono ad alte quote seguendo il ritmo delle stagioni e adeguando le attività locali alle necessità degli alpinisti. E poi è interessante scoprire come si vive diversi mesi in un campo in attesa che la montagna accetti di essere scalata.

 

 

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Coltivare l’intelligenza emotiva in piccoli passi

La scorsa settimana, nell’ambito di un percorso di formazione, ho avuto l’occasione di visitare una scuola che mi ha lasciato una bellissima sensazione. Si trattava di un liceo di recente realizzazione, e ho apprezzato con piacere alcuni aspetti che mi hanno fatto riflettere sul ruolo della scuola nella società. La scuola  sta alla società come la cera sta alla candela.

Ciò che mi ha colpito maggiormente di questo istituto è stata l’attenzione riservata alla cura e allo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva degli studenti, attraverso delle attività didattiche integrative che mettevano in risalto empatia, creatività e valori.

Ecco perché mi ha ispirato un articolo dedicato all’Intelligenza Emotiva, facoltà che ognuno di noi dovrebbe coltivare nel lavoro e nella vita privata per sviluppare attitudini positive nelle relazioni e nella creatività. Relazionarsi in modo propositivo ed empatico significa valorizzare se stessi e gli altri, accrescere le doti comunicative e ridurre le tensioni.

E’ la base del Team Building, ma non bisogna necessariamente essere una squadra per cominciare. Prestando più attenzione a cose che fai ogni giorno, puoi migliorare il tuo modo di vivere e di relazionarti agli altri.

Essere più sereno e in equilibrio con te stesso, comunicare in modo chiaro e deciso, immedesimarti nell’altro, sono azioni e reazioni che innescano meccanismi positivi e creano ponti. Sono la chiara lettura di autostima e di benessere personale, perché chi è frustrato o arrabbiato tende a sminuire o ad aggredire.

Guarda qui!

 

Parti dall’Ascolto Attivo

L’ascolto attivo è una delle cose più difficili da fare. Ascoltare l’altro non significa sentire cosa ha da dirti, ma cercare di immedesimarti nelle sue emozioni e sensazioni nel momento in cui ti parla. Anche la posizione fisica che assumi durante la conversazione ha la sua importanza. Aprirti completamente all’altro, anche attraverso una postura accogliente e disponibile,  seguendo i suoi gesti, ti permette di sentirti più vicino e connesso.

 

Ti piace fare cose nuove?

Ne abbiamo parlato anche in un articolo dedicato alla zona di comfort. Essere propositivi ed attivi apre a nuove possibilità e a nuovi confronti.

Non pensare a cose enormi: non è detto che devi fare un viaggio o cambiare sport per portare una ventata di novità nella tua vita. Anche azioni quasi impercettibili, come cambiare bar in cui fai colazione o andare a lavoro a piedi anziché in auto, ti permette di fare nuove esperienze ogni giorno e di scoprire punti di vista diversi. E’ un allenamento a non aver paura verso le novità e stimola la creatività e la fantasia.

 

Leggere le emozioni, riflettere su ciò che succede

Leggere e scrivere. Anche questo è un dettaglio approfondito in più occasioni. Leggere permette di immedesimarsi nei protagonisti delle storie e sviluppa l’empatia. Aiuta a sentire con il cuore ciò che provano gli altri, come i personaggi di un libro, ed è un allenamento che si riflette nella vita reale quando hai a che fare con gli altri.

Scrivere è l’altra faccia dello specchio. Scrivere una storia, un diario o delle lettere personali, ti mette in contatto con la parte più intima di te stesso. Ti permette di analizzare, capire e portare fuori le emozioni. E aiuta a razionalizzare e riflettere con più chiarezza. Inoltre, scrivere è un modo per stimolare la capacità di comunicazione, uscendo dalla solita progressione di chat, email e post che rappresentano il perimetro quotidiano della scrittura e delle relazioni.

 

Ridere è sinonimo di intelligenza

Che sia vera o falsa, all’organismo non importa. Percepisce la risata come un effetto positivo. Per cui, ridere di più significa portare in circolo ormoni di benessere e sciogliere le tensioni. Inoltre, la risata ha la capacità di unire le persone, favorendo la condivisione e la complicità. Anche nelle situazioni di ostilità.

Uscire dalle quattro mura per vedere come vanno le cose fuori

Se ne dicono molte sulla “zona di comfort“. Io me la sono sempre immaginata come quel divano sformato e morbido su cui puoi sonnecchiare, guardare la tv e mangiare cibi unti  senza dover dare conto a nessuno e senza sentirti in colpa. E si sa, nella vita tutti abbiamo bisogno di un divano così.

Certo, non per passarci le giornate.

 

Nelle piccole attività la zona di comfort può essere paura di sbagliare

Succede che, quando lavori da tanto tempo nella stessa attività, ti trovi ad affrontare le stesse situazioni e le stesse problematiche. Dalla mattina alla sera. Hai a che fare con persone, esigenze, richieste, protocolli, pensieri identici o similari. Ogni giorno, per mesi e per anni.

Senza mai mettere il naso al di fuori del tuo ufficio o della tua attività, compi sempre gli stessi passi: quel problema si risolve in quel modo perché una volta quella strategia ha avuto successo e quindi non si cambia. Oppure, i clienti sono abituati a quel tipo di servizio e non si fa altrimenti, per timore che possano andare altrove o che non piaccia una novità. O non cerchi di cambiare, perché così ti hanno insegnato a fare.

La zona di comfort si manifesta anche come il timore di confrontarsi con chi fa il tuo stesso mestiere, perché parlare con i concorrenti può essere frustrante o controproducente. 

Un’occasione di confronto su tematiche comuni e opportunità di crescita, non la percepisci come un’opportunità per scoprire qualcosa di nuovo per il tuo settore, ma come un rischio. Di svelare “segreti”. O di scoprire che il tuo concorrente riesce a cavarsela meglio di te in alcuni ambiti.

Però, il vero rischio della zona di comfort, o timore di provare nuove strade, è quello di non crescere e non provare a migliorarti. Se non ti prendi mai il rischio di confrontarti o cambiare, continui a lavorare senza sviluppare nuove strategie e nuove prospettive.

E’ come fare una corsa podistica ad occhi chiusi, senza sapere cosa stanno facendo i tuoi concorrenti e dov’è il traguardo.

 

Apri la porta ed esci a fare due passi

A volte, il lavoro prende davvero tutte le ore della giornata, e ci sono poche occasioni di mettere il naso fuori.  Però, alla lunga, è come vivere in una stanza con le finestre chiuse: non circola più aria, non circolano più idee nuove. 

Cerca il confronto e parla con chi fa il tuo stesso lavoro. Rimetti in circolo le idee, la mente, prova nuove strategie. Insomma, alzati da quel divano e prova anche a sbagliare.

In ogni caso, metterai di nuovo in circolo l’adrenalina, il pensiero, il ragionamento e avrai l’occasione di scoprire che, forse, ci sono più soluzioni per arrivare allo stesso obiettivo. Cerca il confronto, nuovi spunti, nuove avventure e nuovi punti di vista.

Ti sembrerà di essere più creativo, e di avere più energia e più idee. Ed è proprio così.

Perché i genitori dovrebbero essere più smart dei nativi digitali

Ricordate quando eravamo ragazzini e uscirono i Tamagochi?

Erano dei giochini elettronici in cui ci si doveva prendere cura di un cucciolo virtuale, dandogli da mangiare, facendogli le coccole e lasciandolo dormire, altrimenti sarebbe morto. Molti gridarono allo scandalo, e il Tamangosci, come venne denominato, fece più clamore di quante furono effettivamente le conseguenze.

Dopo un boom iniziale, i bambini si stufarono dei loro cucciolotti virtuali e tornarono ai vecchi giocattoli. E la stessa cosa avvenne, poco più di un anno fa con l’applicazione dei Pokemon: nei primi giorni tutti a fissare lo schermo del telefono alla ricerca di questo o quel mostriciattolo. Dopo appena poche settimane nessuno se ne ricordava più. Questo per dire che, a volte, ci fasciamo la testa troppo presto. O siamo troppo morali, o troppo libertini.

 

Come per tutto, la verità sta nel mezzo

Saper utilizzare la tecnologia non significa essere in grado di gestirla.

Il mondo digitale è un mondo infinito, in continuo cambiamento, anche per noi che ci lavoriamo. Per quanto puoi conoscerlo, puoi avere dei punti fermi che possono cambiare in qualsiasi momento.

Noi genitori in merito alla tecnologia tendiamo ad avere due tipi di atteggiamenti completamente discordanti: ci sono quelli che “è solo un gioco” e altri che “non sia mai”. I primi sono quelli che lasciano ai bambini libero accesso a smartphone e tablet senza controllo e senza regole perché, per primi, non ne avvertono il pericolo.

I secondi sono quelli che, al contrario, non permettono ai bambini di approcciarsi alla tecnologia in alcun modo, come se tenerli lontani fosse un modo per risolvere a priori il problema.

 

L’educazione comincia dai primi anni

Tecnologia e bambini: un binomio che non possiamo ignorare.  Ed è per questo che l’educazione digitale deve andare di pari passo con le altre, con limiti e regole fin dai primi anni.

Se fosse per i bambini o per i ragazzi, mangerebbero ogni giorno pizza e patatine fritte. Però un genitore sa che deve incominciare subito ad educare un figlio ad una dieta che comprenda alimenti sani e nutrienti. Pur scontrandosi con la ritrosia verso la frutta e le verdure.

Allo stesso modo, non c’è nulla di male – anzi – se ogni tanto si sgarra con la dieta e ci si concede un bel piatto di patatine fritte o una dose doppia di cioccolata.

Per insegnare ai ragazzi, credo che sia importante partire dall’esempioSe riempio il mio piatto con le patatine fritte e nel piatto di mia figlia metto carote e cavoli, è molto difficile che lei accetti di mangiare il suo bel piatto di verdure!

Se lasciassimo fare ai bambini, forse passerebbero le giornate su YouTube o sui videogiochi. Allo stesso modo, se siamo noi genitori i primi a stare sempre con gli occhi sul cellulare, è facile che nostro figlio si comporterà di conseguenza. 

Come genitori, insegniamo ai nostri figli ad attraversare la strada, a non fidarsi degli sconosciuti, a rivolgersi ad un poliziotto se si perdono. Ecco, la figura genitoriale oggi non può prescindere, a mio avviso, da un nuovo tipo di educazione: l’educazione digitale.

 

I genitori dovrebbero essere più informati dei nativi digitali sulla tecnologia per aiutarli a fare gli “anticorpi”

Non si può lasciare un bambino nella preistoria, non facendogli accendere un pc e non permettendogli di sviluppare un intuito digitale. Perché il web esiste, fa parte della nostra vita e farà parte della sua, inevitabilmente.

Quel bambino ha bisogno di creare gradualmente la sua esperienza, la conoscenza e gli anticorpi per imparare a muoversi nel mondo digitale.

Il computer e lo smartphone sono presenti in casa come un televisore o un ferro da stiro. Se insegno a mio figlio che il ferro da stiro non va toccato sulla zona rovente non si farà del male. Se ignoro il problema facendo finta che non esista, prima o poi la sua curiosità lo spingerà a toccarlo, e si ritroverà con una scottatura.

E la stessa cosa potrebbe succedere con il web: se insegno a mio figlio come muoversi on line, se formo la sua educazione digitale nel rispetto delle regole, dei confini e del rispetto della privacy posso riuscire ad evitare che succedano cose spiacevoli.

Ma questo presuppone una cosa: che io non sia soltanto capace di utilizzare la tecnologia, ma di capirla, interpretarla e di gestirla.

Nessuno ha la verità in tasca e nessuno è il genitore perfetto. Però su una cosa possiamo concordare, ed è che la conoscenza rende liberi. E conoscere le cose significa essere in grado di capirle, affrontarle e gestirle nel modo che riteniamo migliore per noi e per i nostri ragazzi.

Gestire una trattativa per e-mail, tra gentilezza, disponibilità e polso

Rispondere ad un cliente attraverso  una e-mail per inziare un rapporto di collaborazione, è un momento importante che richiede pazienza, tempo e strategiaA partire dal primo contatto, in cui si dettano esplicitamente ed implicitamente le regole del rapporto e si stabilisce la relazione di fiducia.

Nei primi scambi di e-mail si crea quella che, nella condizione vis-à-vis, è la “prima impressione”. Solitamente, l’idea che ti fai di una persona dalla “prima impressione” condizionerà il tuo pensiero e il tuo comportamento, influenzando anche il tuo giudizio sulla sua personalità.

Quando la conoscenza avviene per e-mail o per messaggio è più lacunosa: puoi interpretare o alterare il suo tono di voce, stimolando così un giudizio che è ancora più parziale. E la stessa cosa può fare l’altra persona nei tuoi confronti.

Vediamo insieme, passo per passo, quali possono essere le fasi di una trattativa via e-mail e come superarle al meglio.

Rispondi in breve tempo, ma prendi il tempo necessario per rispondere bene

Sembra un enigma questa frase, quindi te la spiego con un esempio.

In passato, quando ricevevo un’email o un messaggio di un potenziale cliente, mi mettevo subito in allarme. La regola della Comunicazione dice che devi rispondere nel più breve tempo possibile, perché il cliente è ancora “caldo” e in attesa di informazioni.

Rispondere a un cliente velocemente, però, non significa essere sempre esaustivi. E neanche essere esenti da errori (e non parlo solo di quelli ortografici e grammaticali), ma anche di valutazione della richiesta. E poi vai a spiegare che…

Adesso attuo un’altra strategia. Quando ricevo un’email, cerco di capire chi è il mittente facendo un giro sul sito e sui canali social. Cerco di capire qualcosa di più su chi mi scrive. E poi rispondo. Ci metto qualche ora in più, ma do una risposta appropriata, personalizzata e non un copia/incolla generico. Inoltre, spendo qualche rigo per entrare in empatia e rispondere alla sua richiesta con qualche particolare.

E comunque, prendersi più tempo significa  ore, non giorni. 😉

 

Arriva dritto al punto

Quando inizi una trattativa via e-mail, è bene poter capire subito di cosa il cliente ha bisogno, in modo da arrivare dritto al punto. 

Se dal suo messaggio non evinci abbastanza elementi per consigliare la soluzione più idonea al suo problema, offri più possibilità o fai delle domande per capire le sue esigenze. Però non perderti in poemi omerici su tutti i dettagli, sulla tua azienda, sui prodotti che avete e su come lavorate bene.

Chi scrive, lo fa perché vuole una risposta. E tu devi dare quella.

 

Quando ti chiede l’impossibile 

Esistono delle richieste che vanno valutate con maggiore attenzione nella fase iniziale di una trattativa, e sono due in particolare.

Quando ti chiede un lavoro per “ieri”, e tu sai a priori che ti sta chiedendo l’impossibile, ma hai paura di perdere un’occasione.

Se accetti, ti prendi un bel rischio. Perché se farai male il lavoro per mancanza di tempo, avrai perso un cliente per sempre. Perché giudicherà le tue capacità non in base al fatto che hai dovuto lavorare di corsa, ma esclusivamente in base al risultato. E non è detto che, in futuro, possa darti un’occasione di riscatto.

Se non accetti, perdi un lavoro. Ma, spiegando con gentilezza che non ci sono i tempi giusti per mantenere degli standard qualitativi, potresti lasciare nel cliente la percezione di una grande professionalità. E magari, in futuro, le vostre strade potrebbero incontrarsi di nuovo.

L’altro caso in cui una trattativa via e-mail rischia di prendere strade strane, è quello in cui il cliente vuole dettare le regole. E chiede il prezzo di un lavoro customizzato come se fosse un chilo di banane al mercato o pretende un ribasso nel prezzo che svilisce la tua professionalità.

E’ a questo punto che subentra il “polso” di cui ho parlato anche nel titolo.

 

Le regole della collaborazione le detti tu

In una trattativa per e-mail si rischia di perdere quell’afflato umano che è, invece, il motore delle relazioni dal punto di vista umano. Cosa significa? Che sullo schermo di un computer c’è poca empatia. E a parlare sono soprattutto i numeri. 

E poi ci sono le paure, come quella del “no”. Vedersi rifiutare un lavoro o una collaborazione è sempre seccante, non è vero?

Però, i rifiuti fanno parte del lavoro stesso. I no arrivano. Che tu lo voglia o no. Che il prezzo sia alto, basso o giusto.

Per cui, non vergognarti di comunicare un prezzo, non preoccuparti di prendere tempo di chiedere più informazioni per fare le tue valutazioni.

Sei tu che decidi quanto vale il tuo tempo, la tua competenza e il tuo lavoro.

Il prezzo lo fai tu e, se un piccolo ribasso fa parte della trattativa, non è la stessa cosa quando lo sconto diventa un modo per “scroccare” un lavoro ad un prezzo fuori mercato.

 

Gentilezza e disponibilità, sempre, in ogni fase

Riassumendo: bisogna essere gentili, disponibili e cortesi sempre.

Anche quando il cliente ti fa le stesse domande per dieci volte. Oppure quando ti chiede come mai una cosa così “facile” abbia quel costo. O ancora quando ti scarica perché non è più interessato/ perché se la vede da solo / perché gli hanno detto che c’è chi lo fa meglio.

Respira. Sorridi. E rispondi. Con gentilezza e disponibilità. Ma con la piena consapevolezza del tuo valore professionale.

Quando ciò che proponi è la tua professionalità

Nell’ultimo anno ho avuto l’occasione di curare canali social anche in ambito sociale, educativo e sanitario. Il motivo per cui dei professionisti richiedevano un aiuto riguardava il fatto che il loro lavoro apportasse dei benefici “immateriali”. E quindi più difficili da comunicare rispetto ad altri.

In realtà, se vogliamo, questo principio può essere valido anche per il nostro lavoro. Gestire dei social, un blog o comunque delle strategie digitali, possono essere in qualche modo dei “lavori fantasma”, perché la maggior parte delle volte siamo nascosti dietro dei pc o lavoriamo per conto di altri. E’ più facile che ti comprendano gli addetti del settore, ma non è detto che il tuo servizio si rivolga a loro.

Questo perché una strategia è un concetto meno immediato rispetto ad un nuovo modello di T-shirt, che puoi mostrare già con una bella foto. Se devi proporre on line uno stile di vita, dei valori, un percorso educativo, devi affidarti principalmente all’empatia del pubblico. E questo richiede più strumenti insieme, combinati.

 

E’ importante che il pubblico sia in target

Prima di tutto, è importante avere un pubblico “in target” e cioè utenti potenzialmente interessati a ciò di cui parli . Questo vale un po’ per tutti i settori, ma ha un’importanza fondamentale se ciò di cui ti occupi è una condivisione di valori.

Per esempio, se sei uno psicoterapeuta, avere un pubblico che non crede nella psicoterapia, o comunque poco incline alla riflessione, non porterà grandi progressi alla tua comunicazione digitale.

Ecco perché è importante partire da chi conosci realmente, magari pazienti o ex clienti, per cominciare a far crescere la Pagina Facebook. E poi lavorare affinché chi si avvicini a te sia un pubblico quanto più simile a quello iniziale, in modo da attirare l’attenzione di personalità affini.

 

Compila una lista di parole chiave che riassumono la tua attività

Ogni attività gira intorno a parole e concetti ricorrenti. E sono quelli gli argomenti che interessano il tuo pubblico. 

Predisporre un elenco di parole chiave che ben descrivono la tua attività può aiutarti a trovare gli hashtag giusti da utilizzare su Twitter o su Instagram. E anche gli argomenti migliori per i post.

Se ti occupi di politica o di sociale, per esempio, ci saranno sicuramente delle parole che riassumono la tua visione. E altre parole che invece riguardano i temi cari al tuo pubblico, ai quali tengono particolarmente.

Una lista di parole chiave con i tuoi valori e i temi adatti al tuo pubblico è un modo per far trovare sempre argomenti di condivisione e raggiungere il tuo pubblico potenziale attraverso dei temi “caldi”.

 

Cerca di andare dritto al punto, con esempi pratici

Un feedback dei clienti passati è un biglietto da visita importante per ogni attività.

Ma ce ne sono alcune che, purtroppo, poco si prestano a questo genere di pubblicità. Quando trattiamo temi che riguardano argomenti privati, come la salute o il sociale, è difficile reperire recensioni perché le persone non si espongono volentieri.

E’ per questo che bisogna puntare maggiormente su una carica emotiva ed empatica nei post: in genere, la strategia migliore è quella di raccontare situazioni reali in cui il professionista può venire in aiuto.

Ad esempio, parlare di un problema che riscontri nella maggior parte delle persone che si rivolgono a te, può far uscire dal guscio chi ha lo stesso disagio.  Parla in modo diretto, facendo percepire che è una situazione che accomuna molte persone. E’ poi possibile che, chi ha ricevuto un aiuto concreto per superare quello stesso problema di cui parli, si farà avanti per raccontare la sua esperienza. E quindi, indirettamente, ti darà quel feedback che cercavi

 

Punta sulla reputazione, non sulla risposta immediata

Quando parliamo di benefici “immateriali” è difficile dimostrarne l’efficacia attraverso immagini, video o recensioni.

Ma è importante porsi degli obiettivi a lungo termine. Non offri un servizio di ristrutturazione ambienti, in cui puoi mostrare una foto “prima e dopo”.

Ed è per questo che la strategia che scegli richiede più tempo e più creatività: vai sui social come se fosse una maratona, e non una gara di velocità. Lavora con costanza e competenza, sviluppa valori, competenze e sicurezza, col fine di costruire una solida reputazione.

Hobby ed handmade: ha senso aprire un sito?

Parto da un messaggio che ho ricevuto poche settimane fa. Un ragazzo che realizza oggetti con materiale riciclato mi chiede come fare per aprire un sito per venderli.

Nel corso della chiacchierata via MSN, scopro che questa persona ha un altro lavoro e che questo è un hobby che porta avanti da molti anni. Ma che non intende – almeno per il momento – farlo diventare un lavoro a tempo pieno. Dedica al suo hobby il tempo che ritiene opportuno: quando ne ha voglia, quando è libero o ha tra le mani qualcosa da riciclare che lo ispira.

Nella mia risposta gli ho consigliato tre diverse soluzioni, combinabili tra di loro, e che escludono il sito internet. Perché? E’ vero, il sito è un biglietto da visita importantissimo. Il sito ci dice che un’azienda esiste veramente, che è attiva e che lavora. Ma, proprio per questo motivo, è una cosa seria: va curato, gestito, aggiornato e promosso. Altrimenti rimane a decantare sulla pagina 320 di Google.

Se l’obiettivo è quello di mettere alla prova i tuoi lavori per capire se possono piacere (e se c’è quindi margine di vendita), prima di investire su un sito Internet prova con questi strumenti.

 

Marketplace di Facebook

Hai presente l’icona con la tendina che trovi sempre attiva su Facebook? E’ un mercatino in cui puoi vendere cose usate o nuove. Funziona così: inserisci una o più foto delle tue creazioni, la somma che intendi ricavarci, una descrizione delle caratteristiche dell’oggetto. Poi, associalo ad una categoria come Arte e Artigianato. E’ importante badare bene alla geolocalizzazione: puoi metterlo in vendita solo nella zona in cui vivi, per esempio, così risparmi sulle spese di spedizione.

Per il momento, Marketplace di Facebook è gratuito. Per esperienza, posso dire che funziona: ho venduto qui alcuni oggetti usati e sono andati via in poche ore.

 

Etsy, il sito per vendere creativo

Chi si occupa di handmade conosce Etsy come la strada di casa. E’ una meraviglia per trovare oggetti unici e creativi di ogni tipo, fatti a mano in ogni parte del mondo.

Ed Etsy è la cosa più simile ad un e-commerce, senza l’obbligo di gestire un vero e proprio sito. Ti iscrivi sulla piattaforma e apri il tuo negozio, dove inserisci i tuoi lavori. Puoi scaricare l’App, così hai sempre sotto controllo gli ordini o le richieste di informazioni. Quando vendi oggetti realizzati da te è molto probabile che le persone, prima di acquistare, ti scrivano per chiederti più informazioni. E’ normale, perché stai vendendo un prodotto che non possono osservare dal vivo per valutarne la qualità.

Registrarti su Etsy non costa nulla, ma la vendita prevede una tariffa di inserzione e commissioni sulla vendita. Qui trovi tutte le informazioni.

 

Apri un account social dedicato al tuo hobby

Una Pagina su Facebook o un account professionale su Instagram, così come un profilo su Pinterest, possono aiutarti a far conoscere le tue creazioni e a trovare persone interessate a oggetti fatti a mano.

Sui social non limitarti a pubblicare immagini dell’oggetto pronto alla vendita, ma racconta con foto, testi e video le fasi di realizzazione: è affascinante scoprire la maestria, il tempo e la passione con cui ti dedichi al tuo hobby!

Inoltre, sui social puoi conoscere altri hobbisti con cui scambiare informazioni. Puoi far conoscere la tua pagina o il tuo account grazie ai gruppi di interesse: sull’handmade ce ne sono moltissimi, prova a fare una ricerca e scegli quelli più specifici per la tua passione.

 

Dopo aver fatto tutto questo, e una volta che avrai la certezza di poter investire seriamente sul tuo hobby, potrai valutare anche il grande salto verso un e-commerce. Ma a quel punto credo che il tuo hobby, nel frattempo, possa essere diventato qualcosa di più rispetto ad un semplice passatempo! 😉

 

Quando Facebook aiuta la Medicina

In un periodo così turbolento per Facebook sono venuta a conoscenza di una storia italiana molto bella che nasce proprio grazie al Social. E desidero raccontarla per parlare delle potenzialità delle community, che possono migliorare il lavoro e la comunicazione. In questo caso, la comunicazione scientifica.

Ma andiamo per ordine.

 

L’anestesia che si diffonde su Facebook

A maggio del 2016, il dott. Roberto Starnari, anestesista presso l’Ospedale INRCA di Ancona, fonda un gruppo Facebook dal nome “Prospettiva neurassiale”.  E’ una community dedicata esclusivamente agli anestesisti. E all’anestesia che noi profani conosciamo come spinale o epidurale. Per capirci, quella tanto agognata durante il parto!

Questa community nasce con lo scopo di far conoscere i primi risultati di una tecnica innovativa che Roberto ha introdotto con la sua equipe: “l’anestesia spinale continua”, pensata principalmente per pazienti anziani. Quando ho intervistato Roberto Starnari, mi ha spiegato che, lavorando in un ospedale geriatrico, c’era la necessità di cercare una tecnica diversa per poter anestetizzare i pazienti più fragili, in vista di un’operazione complessa. Il motivo è semplice: molti pazienti anziani escono dalla sala operatoria ad intervento riuscito ma, a causa dell’anestesia totale, perdono il contatto con  la realtà. E sviluppano una sorta di disorientamento fino al “delirio”, con serie ripercussioni sull’esito dell’intervento.

Da qui l’intuizione di perfezionare la tecnica spinale in modo da poterla utilizzare anche in altri campi. Roberto Starnari si mette al lavoro e perfeziona una tecnica che, attraverso l’inserimento di un tubicino tra le vertebre toraciche, permette di iniettare l’anestetico in prossimità del midollo spinale alto (fino ad oggi zona off-limits), solo per il tempo necessario all’operazione chirurgica, senza mai somministrare l’anestesia totale.

Con il tempo, Starnari comincia a raccogliere una buona casistica,  con l’intento di proporla alla comunità scientifica in modo ufficiale, ma anticipandone la diffusione in maniera alternativa.

Su Facebook.

 

Come Facebook fa collaborare i medici in “tempo reale”

Ed è qui che entra in gioco il gruppo Facebook.

Attraverso il gruppo social dedicato, introduce a 3300 colleghi di tutta Italia la nuova tecnica, diffondendo e comunicando la sua ricerca con video, foto e documenti. La comunicazione scientifica specialistica, per la prima volta, si sposta dalla nicchia delle riviste di settore ad un Social Media.

Su Facebook inizia la discussione costruttiva: domande, confronti, studio dei casi clinici.

Ne nasce una forma di collaborazione scientifica nuova, moderna, globale, dove ogni anestesista contribuisce con la propria curiosità, competenza ed esperienza. Arricchendo in maniera immediata e concreta il proprio bagaglio professionale e contribuendo con le proprie osservazioni al miglioramento della discussione.

Attraverso il gruppo Facebook molti anestesisti si mettono in contatto diretto con Roberto Starnari e con la sua equipe per conoscere i dettagli della nuova tecnica. Alcuni di loro arrivano a frequentare la sala operatoria di Ancona, per acquisire “live” la nuova competenza e adottarla nel proprio ospedale.

Si intuisce presto, infatti, che i campi di applicazione di questa anestesia – al momento unica nel suo genere nel mondo della chirurgia – vanno ben oltre la cura geriatrica, perché permettono di effettuare interventi impegnativi anche in pazienti più giovani. E di operare in ospedali sprovvisti di terapia intensiva postoperatoria.

 

Il gruppo Facebook che cambia la comunicazione scientifica

Attraverso il gruppo Facebook, la raccolta dei primi dati scientifici non avviene più a livello locale o tra le pareti di un policlinico, ma a livello digitale.

Quindi “in tempo reale”, condiviso, globale.

Iniziano i congressi sulla nuova tecnica, durante i quali vengono discussi e presentati questi dati che, si spera, permetteranno a questo nuovo tipo di anestesia di entrare nelle linee guida nazionali.

Starnari sorride quando riflette sul fatto che, grazie alla community di Facebook, è diventato un Influencer per i colleghi, e una guida per quelli più giovani. E ironizza sul perché adesso si può affermare che anche la comunicazione scientifica è cambiata, uscita dalle convenzioni.

E’ diventata “social”, cioè attiva e coinvolgente.

E ha fatto riscoprire ai medici il fascino della ricerca scientifica e della condivisione di obiettivi nel suo intento più nobile, la ricerca della cura migliore.

Alcune cose sugli hashtag che forse non sai

Qualche volta noto delle piccole imperfezioni sull’utilizzo degli hashtag su Instagram e Facebook. Questi sono tre accorgimenti semplici e veloci che vengono dati spesso per scontati, ma che possono migliorare l’utilizzo degli hashtag sui social. Niente di trascendentale, però dacci un’occhiata! Forse c’è qualcosa che non sai e che invece può aiutarti a migliorare la tua visibilità sui social.

 

Quando pubblichi gli hashtag su Instagram si cancella la didascalia?

Sei lì che crei un bel testo per raccontare la fotografia, inserisci gli hashtag e BUM! quando pubblichi, è scomparso tutto. Testo, hashtag, tag e così via.

Se ti succede, molto probabilmente hai inserito troppi hashtag. Ricorda che gli hashtag su Instagram possono essere al massimo trenta. Quindi, se per caso te ne scappa uno in più, il social non pubblica il testo. E ti tocca riscrivere tutto da capo.

Puoi risolvere il problema contando gli hashtag man mano che li inserisci. E, per essere più sicuro, copia in memoria tutto il testo prima di metterlo on line. Così, nel caso, puoi inserirlo nuovamente cliccando su “modifica”. E poi depennare gli hashtag in più.

 

Lo sai che puoi modificare un testo quando lo condividi da Instagram a Facebook (e viceversa)?

Se desideri condividere la stessa immagine da un social all’altro, puoi cambiare il testo della didascalia. Questo è molto importante, perché Instagram e Facebook hanno due linguaggi differenti. 

Ti faccio un esempio pratico: hai pubblicato una bella immagine su Instagram, e nel testo hai taggato una persona che è presente nel contesto della foto. In più hai aggiunto degli hashtag per essere più visibile. Adesso vuoi condividere la stessa immagine su Facebook.

Ok, prima di premere la spunta di invio, prova a modificare il testo. Per due motivi.

Il primo è che cambia il nome utente: su Instagram si utilizzano degli pseudononimi (ad esempio, il mio è @annalisastam). Mentre su Facebook la persona dovrà essere taggata con un altro username, probabilmente @nomeecognome.

Il secondo motivo è che gli hashtag su Facebook servono a poco o niente. E tutto quel malloppone di hashtag alla fine del testo fanno solo far girare gli occhi a chi ti legge.

Quindi, se decidi di postare la stessa immagine sui due social, ricordati che in fase di condivisione puoi cancellare il testo e riscriverlo. Questa modifica non incide sulla foto e sui filtri che hai utilizzato. Non aver paura di cambiarlo, non succede nulla, e la pubblicazione va a buon fine! 😉

 

Inserisci uno spazio tra un hashtag e l’altro?

Mi capita di leggere roba così: #travel#pictureoftheday#followme. Senza neanche uno spazio tra una parola e l’altra.

Ricorda sempre di separare un hashtag dall’altro con uno spazio. E di non chiudere mai l’hashtag tra due cancelletti, tipo così: #followme#. In entrambi i casi ne annulli l’effetto, e quindi poi non funzionano più! 😉