Hobby ed handmade: ha senso aprire un sito?

Parto da un messaggio che ho ricevuto poche settimane fa. Un ragazzo che realizza oggetti con materiale riciclato mi chiede come fare per aprire un sito per venderli.

Nel corso della chiacchierata via MSN, scopro che questa persona ha un altro lavoro e che questo è un hobby che porta avanti da molti anni. Ma che non intende – almeno per il momento – farlo diventare un lavoro a tempo pieno. Dedica al suo hobby il tempo che ritiene opportuno: quando ne ha voglia, quando è libero o ha tra le mani qualcosa da riciclare che lo ispira.

Nella mia risposta gli ho consigliato tre diverse soluzioni, combinabili tra di loro, e che escludono il sito internet. Perché? E’ vero, il sito è un biglietto da visita importantissimo. Il sito ci dice che un’azienda esiste veramente, che è attiva e che lavora. Ma, proprio per questo motivo, è una cosa seria: va curato, gestito, aggiornato e promosso. Altrimenti rimane a decantare sulla pagina 320 di Google.

Se l’obiettivo è quello di mettere alla prova i tuoi lavori per capire se possono piacere (e se c’è quindi margine di vendita), prima di investire su un sito Internet prova con questi strumenti.

 

Marketplace di Facebook

Hai presente l’icona con la tendina che trovi sempre attiva su Facebook? E’ un mercatino in cui puoi vendere cose usate o nuove. Funziona così: inserisci una o più foto delle tue creazioni, la somma che intendi ricavarci, una descrizione delle caratteristiche dell’oggetto. Poi, associalo ad una categoria come Arte e Artigianato. E’ importante badare bene alla geolocalizzazione: puoi metterlo in vendita solo nella zona in cui vivi, per esempio, così risparmi sulle spese di spedizione.

Per il momento, Marketplace di Facebook è gratuito. Per esperienza, posso dire che funziona: ho venduto qui alcuni oggetti usati e sono andati via in poche ore.

 

Etsy, il sito per vendere creativo

Chi si occupa di handmade conosce Etsy come la strada di casa. E’ una meraviglia per trovare oggetti unici e creativi di ogni tipo, fatti a mano in ogni parte del mondo.

Ed Etsy è la cosa più simile ad un e-commerce, senza l’obbligo di gestire un vero e proprio sito. Ti iscrivi sulla piattaforma e apri il tuo negozio, dove inserisci i tuoi lavori. Puoi scaricare l’App, così hai sempre sotto controllo gli ordini o le richieste di informazioni. Quando vendi oggetti realizzati da te è molto probabile che le persone, prima di acquistare, ti scrivano per chiederti più informazioni. E’ normale, perché stai vendendo un prodotto che non possono osservare dal vivo per valutarne la qualità.

Registrarti su Etsy non costa nulla, ma la vendita prevede una tariffa di inserzione e commissioni sulla vendita. Qui trovi tutte le informazioni.

 

Apri un account social dedicato al tuo hobby

Una Pagina su Facebook o un account professionale su Instagram, così come un profilo su Pinterest, possono aiutarti a far conoscere le tue creazioni e a trovare persone interessate a oggetti fatti a mano.

Sui social non limitarti a pubblicare immagini dell’oggetto pronto alla vendita, ma racconta con foto, testi e video le fasi di realizzazione: è affascinante scoprire la maestria, il tempo e la passione con cui ti dedichi al tuo hobby!

Inoltre, sui social puoi conoscere altri hobbisti con cui scambiare informazioni. Puoi far conoscere la tua pagina o il tuo account grazie ai gruppi di interesse: sull’handmade ce ne sono moltissimi, prova a fare una ricerca e scegli quelli più specifici per la tua passione.

 

Dopo aver fatto tutto questo, e una volta che avrai la certezza di poter investire seriamente sul tuo hobby, potrai valutare anche il grande salto verso un e-commerce. Ma a quel punto credo che il tuo hobby, nel frattempo, possa essere diventato qualcosa di più rispetto ad un semplice passatempo! 😉

 

Quando Facebook aiuta la Medicina

In un periodo così turbolento per Facebook sono venuta a conoscenza di una storia italiana molto bella che nasce proprio grazie al Social. E desidero raccontarla per parlare delle potenzialità delle community, che possono migliorare il lavoro e la comunicazione. In questo caso, la comunicazione scientifica.

Ma andiamo per ordine.

 

L’anestesia che si diffonde su Facebook

A maggio del 2016, il dott. Roberto Starnari, anestesista presso l’Ospedale INRCA di Ancona, fonda un gruppo Facebook dal nome “Prospettiva neurassiale”.  E’ una community dedicata esclusivamente agli anestesisti. E all’anestesia che noi profani conosciamo come spinale o epidurale. Per capirci, quella tanto agognata durante il parto!

Questa community nasce con lo scopo di far conoscere i primi risultati di una tecnica innovativa che Roberto ha introdotto con la sua equipe: “l’anestesia spinale continua”, pensata principalmente per pazienti anziani. Quando ho intervistato Roberto Starnari, mi ha spiegato che, lavorando in un ospedale geriatrico, c’era la necessità di cercare una tecnica diversa per poter anestetizzare i pazienti più fragili, in vista di un’operazione complessa. Il motivo è semplice: molti pazienti anziani escono dalla sala operatoria ad intervento riuscito ma, a causa dell’anestesia totale, perdono il contatto con  la realtà. E sviluppano una sorta di disorientamento fino al “delirio”, con serie ripercussioni sull’esito dell’intervento.

Da qui l’intuizione di perfezionare la tecnica spinale in modo da poterla utilizzare anche in altri campi. Roberto Starnari si mette al lavoro e perfeziona una tecnica che, attraverso l’inserimento di un tubicino tra le vertebre toraciche, permette di iniettare l’anestetico in prossimità del midollo spinale alto (fino ad oggi zona off-limits), solo per il tempo necessario all’operazione chirurgica, senza mai somministrare l’anestesia totale.

Con il tempo, Starnari comincia a raccogliere una buona casistica,  con l’intento di proporla alla comunità scientifica in modo ufficiale, ma anticipandone la diffusione in maniera alternativa.

Su Facebook.

 

Come Facebook fa collaborare i medici in “tempo reale”

Ed è qui che entra in gioco il gruppo Facebook.

Attraverso il gruppo social dedicato, introduce a 3300 colleghi di tutta Italia la nuova tecnica, diffondendo e comunicando la sua ricerca con video, foto e documenti. La comunicazione scientifica specialistica, per la prima volta, si sposta dalla nicchia delle riviste di settore ad un Social Media.

Su Facebook inizia la discussione costruttiva: domande, confronti, studio dei casi clinici.

Ne nasce una forma di collaborazione scientifica nuova, moderna, globale, dove ogni anestesista contribuisce con la propria curiosità, competenza ed esperienza. Arricchendo in maniera immediata e concreta il proprio bagaglio professionale e contribuendo con le proprie osservazioni al miglioramento della discussione.

Attraverso il gruppo Facebook molti anestesisti si mettono in contatto diretto con Roberto Starnari e con la sua equipe per conoscere i dettagli della nuova tecnica. Alcuni di loro arrivano a frequentare la sala operatoria di Ancona, per acquisire “live” la nuova competenza e adottarla nel proprio ospedale.

Si intuisce presto, infatti, che i campi di applicazione di questa anestesia – al momento unica nel suo genere nel mondo della chirurgia – vanno ben oltre la cura geriatrica, perché permettono di effettuare interventi impegnativi anche in pazienti più giovani. E di operare in ospedali sprovvisti di terapia intensiva postoperatoria.

 

Il gruppo Facebook che cambia la comunicazione scientifica

Attraverso il gruppo Facebook, la raccolta dei primi dati scientifici non avviene più a livello locale o tra le pareti di un policlinico, ma a livello digitale.

Quindi “in tempo reale”, condiviso, globale.

Iniziano i congressi sulla nuova tecnica, durante i quali vengono discussi e presentati questi dati che, si spera, permetteranno a questo nuovo tipo di anestesia di entrare nelle linee guida nazionali.

Starnari sorride quando riflette sul fatto che, grazie alla community di Facebook, è diventato un Influencer per i colleghi, e una guida per quelli più giovani. E ironizza sul perché adesso si può affermare che anche la comunicazione scientifica è cambiata, uscita dalle convenzioni.

E’ diventata “social”, cioè attiva e coinvolgente.

E ha fatto riscoprire ai medici il fascino della ricerca scientifica e della condivisione di obiettivi nel suo intento più nobile, la ricerca della cura migliore.

Alcune cose sugli hashtag che forse non sai

Qualche volta noto delle piccole imperfezioni sull’utilizzo degli hashtag su Instagram e Facebook. Questi sono tre accorgimenti semplici e veloci che vengono dati spesso per scontati, ma che possono migliorare l’utilizzo degli hashtag sui social. Niente di trascendentale, però dacci un’occhiata! Forse c’è qualcosa che non sai e che invece può aiutarti a migliorare la tua visibilità sui social.

 

Quando pubblichi gli hashtag su Instagram si cancella la didascalia?

Sei lì che crei un bel testo per raccontare la fotografia, inserisci gli hashtag e BUM! quando pubblichi, è scomparso tutto. Testo, hashtag, tag e così via.

Se ti succede, molto probabilmente hai inserito troppi hashtag. Ricorda che gli hashtag su Instagram possono essere al massimo trenta. Quindi, se per caso te ne scappa uno in più, il social non pubblica il testo. E ti tocca riscrivere tutto da capo.

Puoi risolvere il problema contando gli hashtag man mano che li inserisci. E, per essere più sicuro, copia in memoria tutto il testo prima di metterlo on line. Così, nel caso, puoi inserirlo nuovamente cliccando su “modifica”. E poi depennare gli hashtag in più.

 

Lo sai che puoi modificare un testo quando lo condividi da Instagram a Facebook (e viceversa)?

Se desideri condividere la stessa immagine da un social all’altro, puoi cambiare il testo della didascalia. Questo è molto importante, perché Instagram e Facebook hanno due linguaggi differenti. 

Ti faccio un esempio pratico: hai pubblicato una bella immagine su Instagram, e nel testo hai taggato una persona che è presente nel contesto della foto. In più hai aggiunto degli hashtag per essere più visibile. Adesso vuoi condividere la stessa immagine su Facebook.

Ok, prima di premere la spunta di invio, prova a modificare il testo. Per due motivi.

Il primo è che cambia il nome utente: su Instagram si utilizzano degli pseudononimi (ad esempio, il mio è @annalisastam). Mentre su Facebook la persona dovrà essere taggata con un altro username, probabilmente @nomeecognome.

Il secondo motivo è che gli hashtag su Facebook servono a poco o niente. E tutto quel malloppone di hashtag alla fine del testo fanno solo far girare gli occhi a chi ti legge.

Quindi, se decidi di postare la stessa immagine sui due social, ricordati che in fase di condivisione puoi cancellare il testo e riscriverlo. Questa modifica non incide sulla foto e sui filtri che hai utilizzato. Non aver paura di cambiarlo, non succede nulla, e la pubblicazione va a buon fine! 😉

 

Inserisci uno spazio tra un hashtag e l’altro?

Mi capita di leggere roba così: #travel#pictureoftheday#followme. Senza neanche uno spazio tra una parola e l’altra.

Ricorda sempre di separare un hashtag dall’altro con uno spazio. E di non chiudere mai l’hashtag tra due cancelletti, tipo così: #followme#. In entrambi i casi ne annulli l’effetto, e quindi poi non funzionano più! 😉

 

Non ci resta che sorridere: le elezioni sui social

Nel momento in cui scrivo questo articolo, a cinque giorni dal voto, non c’è ancora un’idea di chi governerà il Paese. In questo periodo ho osservato con interesse il modo in cui si è parlato di elezioni, voto, chiamata alle urne e risultati elettorali sui social. A colpi di ironia, meme e instant marketing, tanto che sembra più una finale di campionato o una puntata di Sanremo.

Andiamo a vedere insieme come i grandi brand o gli account social satirici hanno trattato il tema del voto o dell’incertezza post-elettorale.

Cominciamo con i The JackaL, che a pochi giorni dal voto ci fanno sorridere con questo post:

 

elezioni instant jackal Ilsocialblog

 

E per rimanere in tema con Gomorra, ecco lo scambio di battute tra Saviano e Salvini qualche giorno dopo il voto:

elezioni voto ilsocialblog

 

I brand nei giorni precedenti alle elezioni hanno dedicato dei post al voto.

Come Ceres, Svitol, Taffo e Buondì Motta.

 

ceres elezioni voto ilsocialblog

 

 

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Amaro Lucano ha dedicato la settimana pre-elettorale a pubblicare post su “cosa direbbero i politici” in merito al suo prodotto.

elezioni voto ilsocialblog lucano

 

Qualche forzatura e qualche post che “non è stato capito”. E pare che sia stato rimosso dalla Pagina (ma qui c’è lo screenshot!).

 

 

Dal 5 marzo sono anche nate nuove Pagine su Facebook:

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L’ironia della rete non risparmia Enrico Mentana che con #maratonamentana si è guadagnato la fama di una rockstar.

 

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Le più belle frasi di Osho non si è risparmiato, ed ecco qui alcuni dei meme sforna da giorni:

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E per finire, Alessandro Borghese e Mattarella: coloro che possono davvero ribaltare il risultato! 😉

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Oltre al Curriculum c’è di più!

Uno dei post più letti del blog è quello che riguarda i Curriculum, in cui c’è qualche consiglio su come scrivere un CV che abbia personalità.

Il Curriculum, però, non è il solo modo per farsi notare. Un giovane professionista, o uno studente che ha ben chiaro il percorso lavorativo che intende intraprendere, dovrebbe iniziare a tracciare da subito la propria storia on line. Infatti la reputazione on line non si costruisce velocemente: c’è bisogno di tempo. Però, mettendo ogni giorno un mattone, è possibile fin da subito iniziare a farsi un “nome” su un determinato argomento.

Inizia a pensare “in grande”

Visto che hai deciso “cosa vuoi fare da grande”, anche se non hai ancora iniziato a fare colloqui o a cercare i primi clienti, puoi investire il tempo nel mettere in linea i primi “mattoni” della tua reputazione on line.  Non è mai troppo presto per iniziare ad associare il tuo nome a dei contenuti che dimostrano interesse, coinvolgimento e personalità verso la tua materia o il tuo settore.

Ecco due modi per iniziare a creare la tua reputazione on line (anche se stai ancora studiando).

 

Frequenta i Social adatti a te

Da LinkedIn, prima o poi, dobbiamo passarci tutti. Quindi, meglio togliersi il pensiero!

E’ il social serio, quello dedicato ai professionisti e al mondo del lavoro, in cui puoi aggiornare e far confermare le tue competenzeLinkedIn è utile per capire come comunica il tuo settore, chi sono i “leader”, quali sono gli argomenti che tirano di più.

Cerca anche altri social adatti alla tua professione, anche quelli meno popolari. Ormai, ce ne sono tantissimi dove puoi iniziare a “farti un nome” ed esprimerti con maggiore libertà. Se vuoi lavorare nel campo della creatività puoi trovarti a tuo agio su Pinterest, per esempio. Dove puoi postare contenuti in cui proponi il tuo punto di vista e confrontarti con chi lavora già nel tuo campo.

E poi, non sottovalutare l’importanza dei gruppi professionali. Ce ne sono su molti social, da LinkedIn a Facebook, e sono importanti per iniziare a capire quali sono le discussioni più calde del tuo campo. Frequentandoli, puoi cominciare a capire come ragiona un professionista del tuo settore e quali problematiche ti troverai ad affrontare una volta che entrerai nel mondo del lavoro.

E poi, nei gruppi puoi “rubare” qualche trucco o strategia a chi ha già esperienza. E che ti torneranno utili quando inizierai a fare sul serio!

 

Crea contenuti che riguardano il tuo campo

Se vuoi cominciare a fare sul serio, puoi legare il tuo nome a contenuti che riguardano il tuo settore.

Inizia scrivendo degli articoli. Questi articoli saranno collegati al tuo nome quando lo cercherai su Google e sugli altri motori di ricerca.

Per farlo, puoi intraprendere due strade.

Puoi aprire un blog tutto tuo, in cui parlare della tua esperienza e formazione professionale.

Nel tuo blog sei il padrone di casa, quindi puoi scegliere tu di cosa parlare e offrire il tuo punto di vista su ciò che ami e in cui intendi specializzarti.

Forse tra qualche anno, rileggendo i tuoi articoli, potrai scoprire che su qualche aspetto hai cambiato idea o che ti eri lasciato andare a qualche ingenuità. Ma non importa, perché cambiare idea – soprattutto quando si è ancora in formazione – è possibile. E a volte anche auspicabile! 😉

Se un blog tutto tuo è un impegno troppo gravoso, quello che puoi fare è contattare blog e siti di settore, offrendo degli articoli firmati di tuo pugno.

In questo modo non sarai obbligato a gestire uno spazio che necessita di un piano editoriale e delle scadenze. E potrai dedicarti a questa attività solo quando hai tempo per fare ricerche approfondite e desiderio di prendere in esame un argomento nuovo.

In ogni caso, inizia prima che puoi a darti da fare per lasciare on line delle tracce della passione per quello che sarà il tuo lavoro. Anche se sei ancora in fase di formazione. Queste orme, al momento giusto, diventeranno la traccia da seguire per sapere chi sei, qual è la tua formazione e le tue competenze.

Come comunica il Network Marketing

Hai presente la pubblicità in televisione di quei coltelli giapponesi che tagliano tutto? Ecco, io la trovo ipnotica. Quando la becco, non riesco a cambiare canale. Che siano coltelli o altro, quando mi capitano sotto tiro queste pubblicità io rimango a fissare lo schermo per alcuni minuti.

Un’altra cosa che mi ipnotizza, sui social, sono i post dedicati al network marketing. Anche qui, che si tratti di un regime dimagrante o di cosmetici, cambia poco. I post, a seconda del sistema di riferimento, sono tutti molto simili.

Dal momento che il network marketing si è spostato dalle case ai social media per la creazione della rete di contatti, credo sia interessante analizzare come funziona la strategia di comunicazione di molti di loro sui social.

 

I networker sono considerati microinfluencer

Gli utenti del Network Marketing si pongono come microinfluencer del prodotto stesso o del sistema. Sono loro stessi a presentarlo e a raccontarne le caratteristiche attraverso immagini della loro vita lavorativa come networker.

I clienti del networker possono essere invitati, a loro volta, a fotografarsi e a parlare del prodotto che stanno utilizzando e a condividere i risultati.

Alcuni network si avvalgono della collaborazione di Influencer (personaggi famosi della TV o del web) per promuovere i prodotti su social come Instagram e Facebook. Gli Influencer si ritraggono come fruitori del prodotto o lo posizionano “casualmente in bella vista” in immagini che raccontano di altre esperienze.

 

Lo Storytelling come strategia di comunicazione

Attraverso i profili, i networker raccontano la loro relazione con il prodotto, l’azienda e con le proprie ambizioni. I contenuti pubblicati sui social sono in genere di tre tipologie:

  • Il momento in cui il networker lavora o utilizza il prodotto. In genere si tratta di momenti in cui la gente normale non lavora (in palestra o in salotto davanti alla TV), a sottolineare la facilità con cui si può guadagnare attraverso il network.
  • I momenti di aggregazione aziendale, i meeting e le trasferte, l’incontro con gli Influencer o microinfluencer di riferimento.
  • I propri sogni, raggiungibili attraverso il raggiungimento di livelli superiori.

Più raramente il prodotto viene proposto in modo più classico, descrivendone caratteristiche e prezzo.

 

Il messaggio viene ripetuto come un mantra

La pubblicità dei coltelli giapponesi e i post del network marketing hanno una cosa in comune: la ripetizione del messaggio.

Facci caso. La comunicazione sui social media dei networker hanno un tono di voce entusiastico e ricco di emoji. La ripetizione del messaggio viene veicolata attraverso gli utenti che fanno parte del network. Pubblicano lo stesso genere di immagini e didascalie, con un’alta frequenza.

 

E quindi?!

Questo articolo non vuole né assolvere e né promuovere il network marketing. Esistono realtà come Avon, che si fondano da tempo immemorabile sul marketing di livello. E altre realtà che ne sono una brutta copia.

Questo articolo vuole essere un’analisi di una strategia di comunicazione che ha delle basi interessanti e che, con i dovuti accorgimenti, si adatta al racconto di diverse tipologie di attività.

Quello su cui, personalmente, prenderei le distanze è l’ultimo punto. Un messaggio ripetuto all’infinito può avere diversi effetti: o perde completamente di significato e diventa piatto, oppure diventa ipnotico. O, ancora, diventa fastidioso, come una zanzara. 😉

E, prima di fare la fine della zanzara, ci penserei un po’…

Internet e Adolescenti: a scuola di Cyberbullismo ed Educazione Digitale

Sono già due anni che, in occasione del Safer Internet Day, vado in un istituto superiore della mia città per parlare con ragazzi di Internet, Social Media ed Educazione Digitale. Gli incontri si svolgono in presenza di psicoterapeuti che, attraverso dei giochi di ruolo, mettono in scena e stimolano discussioni sulle problematiche della vita virtuale e social.

Sono delle occasioni preziose (purtroppo ancora rare, per via di una mancata presa di coscienza del problema), perché è fondamentale che gli adolescenti siano consapevoli dei mezzi che utilizzano costantemente durante la loro giornata. Rispetto all’esperienza dello scorso anno, ho notato con piacere che i quindicenni sono un po’ più informati rispetto alle insidie e alle potenzialità del mondo virtuale. Certi aspetti del mondo Social rimangono ancora un mistero, ma solo perché non si pongono delle domande su determinati meccanismi.

Negli incontri cerchiamo di stimolare i ragazzi a porsi alcune domande chiave. Le riporto qui, così, se ti va, puoi provare a parlarne con tuo figlio a tavola o in un momento di relax. E confrontarti con lui quello che è il suo mondo, e anche il tuo.

 

Perché Facebook, WhatsApp e Instagram sono gratuiti? 

Capire il meccanismo commerciale che si trova alla base dei Social e delle chat permette di essere consapevoli del fatto che, ogni volta che interagiamo nella rete, lasciamo una scia di dati sensibili. E’ quindi importante proteggere – nei limiti del possibile – la nostra privacy.

E’ interessante confrontarsi sulle clausole di accettazione che sottoscriviamo quando ci iscriviamo ai Social Media (che nessuno legge mai). Queste regole le accettiamo pacificamente senza darci troppo peso, salvo poi saltare sulla sedia quando scopriamo quali sono! 😉

 

I Social rendono felici o depressi?

Lo scorso anno, in classe, questa domanda aveva scatenato un coro di “depresso“. Stavolta i ragazzi stanno dimostrando una maggiore capacità critica, inserendo nella discussione le loro problematiche adolescenziali.

Quando riceviamo un like o un messaggio, nel nostro organismo si mette in circolo la dopamina, che ci fa sentire bene, apprezzati e popolari. Allo stesso tempo, se non riceviamo like ad una foto, oppure se qualcuno che stiamo cercando su WhatsApp non visualizza un messaggio (o peggio, visualizza e non risponde!) subiamo uno stress.

“E’ sbagliato stare ad aspettare un messaggio?” ha chiesto uno degli studenti.

No, purché non diventi una dipendenza. Sicuramente, in un periodo come l’adolescenza non è facile tenere le due cose distaccate.

Siamo stati tutti accanto al telefono per ore, ad aspettare “quella telefonata“. Controllando, di tanto in tanto, se la linea era libera o c’era campo. Oggi, la stessa trepidazione si è spostata su WhatsApp, Messenger e tanti altri canali di comunicazione.

Ogni cosa va valutata con il giusto peso, senza confondere le pene d’amore con la dipendenza da smartphone. Ma senza abbassare la guardia!

 

Hai mai inviato a qualcuno immagini private?

La pratica di inviare foto private ad amici o fidanzati è qualcosa su cui soffermarsi a parlare. Perché la foto, una volta inviata o postata, “si perde” nella rete e non è più possibile rientrarne in possesso.

Una foto che ritrae una persona in un momento privato o in una situazione imbarazzante potrebbe essere inviata ad altri dal destinatario, oppure potrebbe essere messa in rete. In ogni caso, la foto potrebbe saltare fuori al momento sbagliato. Magari anni e anni dopo, creando qualche problema sul lavoro o nella vita privata.

Ecco, su questo bisogna stare attenti. Una foto è per sempre, l’amore no.

Quello che oggi è il tuo amico o il tuo ragazzo, potrebbe non esserlo più tra qualche giorno, mese o anno. Però quella persona ha in mano delle foto o dei video che riguardano la tua sfera privata e che potrebbe utilizzare contro di te.

 

Hai mai inviato ad altri foto o video di un amico senza questo ne fosse consapevole?

Il cyberbullismo è una piaga molto sottile. Ci sono episodi  violenti e intenzionali, che si esasperano con i social media e le chat. Che rendono impossibile la vita del ragazzo e che comprendono diffamazione, minacce, violenza psicologica ed esclusione.

E poi, ci sono episodi di cyberbullismo che non nascono in modo non intenzionale, ma per superficialità o goliardia. Come uno scherzo filmato e messo su un gruppo, che in breve fa il giro degli smartphone del paese. E la cui diffusione può dare fastidio o problemi all’interessato.

Per questo, è importante capire che puoi diventare “cyberbullo” anche se a quella persona vuoi bene ed è un tuo amico.

E cioè, quando passi il limite e, anche se per leggerezza, diffondi un contenuto che espone quella persona ad una presa in giro o ad una situazione spiacevole. E quando ricevi un contenuto derisorio o privato e decidi di farlo girare. Anche in questi casi stai contribuendo ad un atto di cyberbullismo.

Secondo la maggior parte dei ragazzi che erano all’incontro, il cyberbullismo non è un reato, ma un danno morale. Invece il cyberbullismo è proprio un reato punibile per danno morale, biologico ed esistenziale. La responsabilità del danno, inoltre, può ricadere anche sui genitori o sull’istituzione scolastica.

 

Internet è bello: usalo con leggerezza, non con superficialità!

Naturalmente queste domande sono solo la punta di un iceberg che portano a un confronto più profondo, come l’adescamento, il gioco on line e così via. Questo genere di incontri andrebbe organizzato con maggiore frequenza, a partire dai ragazzi, per finire con gli adulti.  Sia come genitori che come utenti. Perché il mondo virtuale è nel mondo reale. E, come si può capire, la linea di confine è facile da valicare.

Capirne i meccanismi e le reazioni è un modo per imparare a vivere meglio e limitare i rischi, prendendosi il bello che la rete può dare.

Una lettera che tutti dovremmo scrivere

Sul gruppo del Social Blog, in questi giorni mi sono divertita a lanciare un #BlogChallenge dedicato al prossimo Corso di Blogging che terremo a febbraio. L’idea, fondamentalmente, è stata questa: “C’è un articolo che hai nel cassetto (o nella testa)? Invialo a noi!”.

L’articolo che stai per leggere è stato scritto da Eleonora Giancane, aspirante Blogger, ed è molto particolare perché parla di una lettera con uno speciale destinatario.

Buona lettura! 😉

 

Tre ragioni per scriverCi una lettera

Oggi nella cassetta delle lettere c’era una busta. Ho pensato che fosse la solita bolletta: del resto, chi riceve più lettere personali di questi tempi? Prendo la busta e, con rassegnazione, controllo chi sarà a decimare il mio esiguo gruzzoletto. Con un misto tra stupore e nostalgia, tra le mani stringo una vera lettera.

E, per di più, non è una lettera normale.

E’ indirizzata a me, il mittente sono io e la lettera è scritta da me.

Ok, so cosa state pensando, per scrivere un articolo inventerebbero qualsiasi cosa. Ma giuro che è la pura verità. Ed ora vi racconto la storia della mia lettera e del perché, ognuno di noi, un giorno dovrebbe “auto-dedicarsene” una.

 

Scrivere è una passione, direi una delle tante che coltivo, sicuramente la più longeva. Scrivo da sempre. Ho bisogno delle parole, mi aiutano ad esprimere i pensieri, quelli confusi ed agitati che affollano la mente.

Qualche anno fa mi sentivo persa, non mi aiutavano più nemmeno le parole e così ho cercato aiuto. E l’aiuto è arrivato parlando.

Ero in pausa dal lavoro, facevo l’animatrice per bambini, e una mamma mi racconta di un libro sulla coscienza del sé. Mi racconta di un periodo in cui si sentiva insoddisfatta, inquieta, un momento in cui nulla sembrava andare bene ed era triste, infelice e demotivata. E io penso:”Sta parlando di me, non della sua vita”. E mi racconta di un percorso che l’aveva aiutata a capire e risolvere molte questioni.

Con gli occhi lucidi la ringrazio e mi faccio dare il nome dell’associazione a cui si era rivolta. La mattina seguente prenoto un colloquio e, a dicembre dello stesso anno, parto per la mia settimana “Hoffman”.

Il percorso, che tratta l’amore negativo, comprende sessioni di visualizzazione, esercizi (anche un po’ strani a primo impatto) e tanta scrittura: un diario giornaliero e lettere a persone a cui non abbiamo mai osato dire alcune cose.

E, come conclusione, una lettera a noi stessi.

Finita la settimana, il percorso si conclude e consegno la lettera al mio tutor. Me ne dimentico, fino ad oggi, che sono passati quattordici mesi. Apro la lettera ricordando quella settimana, le emozioni provate e le cose che effettivamente sono cambiate da allora.

Nella lettera ritrovo una me stessa diversa, provata da un lungo periodo di confusione e incomprensioni, che si raccomanda di essere più indulgente, empatica, sorridente e meno orgogliosa. Di non dubitare mai di se stessa. Quando ho terminato di leggerla, la commozione di partenza era diventata lacrime e profonda felicità.

 

Dopo questa esperienza sento di consigliarvi tre  motivi per cui, almeno una volta nella vita, dovreste sedervi davanti ad un foglio e scrivere una lettera a voi stessi:

  1. Valutare i cambiamenti. Che siano positivi o meno, la lettera offre una visione temporale diversa di quello che è successo nella vita. Permette di gioire dei miglioramenti e fare i conti con i risvolti negativi.
  1. Auto-incoraggiamento. Spesso cerchiamo all’esterno un incoraggiamento, e non è sbagliato. Però, basare l’autostima sul giudizio ed il riconoscimento esterno, potrebbe portare estreme delusioni. Incoraggiare se stessi infonde molto più ottimismo, soprattutto per chi è estremamente critico verso se stesso.
  1. SORPRESA!!! Le giornate scorrono frenetiche tra lavoro, famiglia e impegni quotidiani. La lettera è invece una sorpresa, in genere positiva, in grado di emozionare. E le emozioni positive fanno sempre bene all’anima.

Perciò, se vi va, seguite questi passi:

  • Scrivete una lettera in cui vi dite cosa vorreste migliorare di voi e nella vostra vita, da lì ad un anno.
  • Siate concreti e sinceri. La lettera è un impegno verso voi stessi. Dovete poter raggiungere quegli obiettivi. Scrivere “andare sulla luna” (a meno che non siate già un astronauta) non è fattibile.
  • Imbustate la lettera, indirizzatela a voi stessi e consegnatela a qualcuno di cui vi fidate, e a cui chiederete di spedirla passato almeno un anno.
  • Aspettate e dimenticate.

Buona scrittura!

(Eleonora Giancane)