Cinque motivi per aprire un blog (o forse no!)

Stiamo lavorando in questo periodo al nuovo corso di Blogging. 

Moltissimi sono affascinati dall’idea di aprire un Blog, ma allo stesso tempo hanno delle comprensibili titubanze in merito.

Un successo di un Blog è determinato da vari fattori, alcuni prevedibili, altri no. E, prima di tutto, bisogna avere un obiettivo chiaro.

Con questo articolo elenco cinque cose che ho capito facendo blogging. E che, a seconda del punto di vista, ti faranno desistere o cominciare questa bella avventura!

 

Un blog è una roba seria

Scherzando, dico spesso che un Blog è quasi come un matrimonio. E’ un impegno – non dico per la vita – ma di sicuro a lungo termine. Certo, ci può stare che, a un certo punto, ti  scocci e vai via. Però, come un matrimonio, deve perlomeno partire con tutti i buoni propositi del caso, cercare di durare e renderti felice il più a lungo possibile. 😉

 

Un blog è ispirazione, passione e voglia di dire la tua

Il fine di un Blog è quello di raccontarti e offrire il tuo punto di vista. E’ qualcosa di più soggettivo e intimo di un account Social. E’ mettere a disposizione degli altri il tuo pensiero, la tua competenza e le tue esperienze. Non ci sono mai troppi blog perché non ci sono mai troppe storie, idee e punti di vista. 

Bloggare è qualcosa che ti offre davvero molte soddisfazioni, perché ti permette di creare un circolo di fiducia molto più ampio della cerchia di amici di Facebook.

E se pensi che sia già stato scritto tutto e il contrario di tutto, ti sbagli: finchè non hai il tuo Blog, manca la tua versione!

 

Un blog è un modo per rafforzare le relazioni e crearne di nuove

Quante volte consultiamo un Blog? Probabilmente, oltre la metà delle tue ricerche su Google conducono ad un Blog, anche se non ne sei sempre completamente consapevole. Quando digiti su un motore di ricerca “come fare a…”, è quasi sempre un blogger ad aver realizzato quella risposta proprio per chi, come te, ha bisogno di maggiori informazioni su quell’argomento.

Questo significa che, anche per una piccola impresa, può essere un mezzo per farsi conoscere, riscattare fiducia e far crescere la reputazione. 

Il successo di un Blog si misura anche in base a ciò che proponi e ai tuoi obiettivi. Può essere motivazione, intrattenimento, un modo per mettere in luce le tue competenze. A seconda del tuo obiettivo, puoi trovare soddisfazione in un pubblico più o meno grande, diventando un punto di riferimento per i tuoi lettori.

 

Un blog richiede aggiornamento costante

Un Blog ti permette di approfondire sempre nuovi aspetti dell’argomento di cui tratti, perché devi trovare sempre nuovi spunti per articoli, perché ti confronti con i tuoi lettori, perché vuoi sapere e condividere. E’ uno stimolo a fare e darsi da fare.

E perché quando ci prendi gusto vuoi farlo sempre di più!

 

Un blog è un investimento

Quando apri un Blog investi il tuo tempo, le tue competenze, le tue conoscenze e perché no, anche qualche soldino. E vorresti vedere un ritorno prima possibile.

Ma prova a vederlo anche da un’altra prospettiva: qualcosa che fai per te stesso. E’ mettere veramente alla prova la tua visione, la tua idea, la tua competenza. E poi, è condivisione e fonte di ispirazione per gli altri.

Come diceva Salinger, “un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. E’ una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. E’ storia. E’ poesia.

 

Sette libri (+ uno) da leggere nel 2018

Iniziamo l’anno con un po’ di leggerezza e di buoni propositi riguardo alle letture che possono accompagnarvi in questo 2018. L’anno scorso avevamo parlato dei libri da regalare e regalarsi, invece questa volta ti suggerisco alcuni titoli che ho trovato interessanti e che possono ispirarti durante i prossimi mesi.

Progetto di sangue di Graeme Macrae Burnet.  Ambientato in una minuscola comunità rurale scozzese nella metà del XIX secolo, il libro raccoglie le memorie di un giovane pastore in attesa di processo per triplice omicidio. La storia è davvero appassionante e coinvolgente, a partire dall’originalità del soggetto.

La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. Nel panorama letterario italiano, Carrisi è uno scrittore che riesce sempre a cogliere delle sfumature particolari nei suoi personaggi. Di questo libro avevo già parlato in occasione di un articolo sullo Stoytelling. La cosa più interessante del romanzo è il legame tra le indagini dell’Ispettore Vogel e i media che seguono la vicenda criminosa. Sicuramente qualcosa su cui riflettere anche nella realtà.

Diciannove minuti di Jodi Picoult. Ho conosciuto questo libro dopo aver visto un TED dedicato alla triste vicenda della Columbine, in cui la madre di uno dei ragazzi che avevano commesso la strage si interrogava pubblicamente sulle sue eventuali mancanze. Il libro racconta come il mondo può cambiare in diciannove minuti. Prende spunto da questa vicenda per raccontare un punto di vista diverso, e cioè il “dietro le quinte” di una famiglia toccata da una tragedia come questa.

Consigli a un giovane scrittore di Vincenzo Cerami. Mi sono trovata a consigliarlo più di una volta in questo ultimo periodo e ho pensato che andasse bene anche in questa lista. E’ un evergreen, che fa venire voglia di scrivere qualsiasi cosa: da una tesi di laurea al romanzo della vita, da un blog a una sceneggiatura.

Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo. Un libro che racconta cento storie di donne straordinarie che hanno sfidato delle regole per seguire la propria natura e i propri sogni. Dalle più famose come Frida Kahlo e Coco Chanel fino ad eroine meno note, ma altrettanto eccezionali. Un libro bello anche per la grafica, l’impaginazione e per la dedica iniziale.

Atlante dei luoghi insoliti e curiosi di Travis Elborough e Alan Horsfield. Un po’ di storie e posti strani sul mondo che abitiamo: città fantasma, architetture insolite o isole disabitate. Luoghi che non vedremo mai o per i quali programmeremo un viaggio, spinti dalla curiosità. Chissà! L’importante è sapere che esistono.

Norwegian Wood di Murakami. Considerato Il Giovane Holden in versione nipponica, il libro racconta la vita universitaria di Toru, tormentato tra solitudine, paura di crescere e tribolazioni d’amore. Uno sguardo sulla cultura giapponese e su quell’età in cui non si è più adolescenti, ma non si hanno ancora ali troppo forti per volare.

Mentre scrivo questo articolo, ho tra le mani L’enigma del lago rosso di Frank Westerman, un libro reportage su una strada vicenda avvenuta in Camerun una notte degli anni Ottanta, e alla quale ancora la scienza sembra non aver dato una vera risposta. Ben scritto, ben argomentato, appassionante. Non l’ho ancora finito, quindi non posso ancora consigliarvelo. Però, finora, vale davvero la pena!

Di bilanci di fine anno, cose da lasciare e cose da tenere

Siamo arrivati alla fine di questo 2017 e, come capita sempre in questo periodo, è tempo di bilanci. Anche per Il Social Blog.

E, tra mille peripezie e novità, il bilancio è positivo: è stato un anno davvero intenso.

In questo anno, il numero di corsi su Social Media e Comunicazione sono cresciuti di numero, varietà e competenze. Ci hanno anche fatto viaggiare, sia in macchina che in treno, e dato l’occasione di conoscere e confrontarci con tante persone, professionalità e personalità. Tutte belle storie da raccontare.

Stiamo anche progettando nuovi corsi e nuove occasioni di confronto. Tra tutti, un corso dedicato ai Blog che partirà presto: lo stiamo pensando come una sorta di salotto creativo sul mondo dei blog e della scrittura creativa. Presto vi daremo i dettagli.

In questo anno abbiamo collaborato con piccole imprese e grandi sogni da raccontareche costituiscono una preziosa rete. Quando si entra nella nostra, cerchiamo di annodare insieme i fili e lasciare che, quando possibile, nascano delle collaborazioni anche tra i vari progetti che raccontiamo. Insieme si cresce, e sappiamo che ognuno può avere qualcosa da offrire e da prendere.

Sicuramente la strada è ancora lunga, e sono tanti i tasselli che devono ancora andare a posto. E tante cose devono crescere e maturare. Siamo un po’ abituati alla velocità del web, che ci fa desiderare tutto e subito. Ma non si arriva ad un traguardo senza una strategia (e non è neanche detto che la prima sia quella giusta!). Per ogni obiettivo ci vuole tempo, lavoro e costanza. Però, quello che non ci manca è la fiducia nel nostro progetto e la voglia di darci da fare, con sempre maggiore passione ed impegno.

Allo stesso tempo, durante questo anno, il blog ha più che raddoppiato le visite e il numero di lettori. E questo è un motivo di vera soddisfazione: pubblichiamo un po’ meno, ma cerchiamo di dare di più, con spunti di riflessione, idee e strumenti.

Nel 2017, sul Social Blog sono stati pubblicati  48 articoli, e vi sono piaciuti di più questi:

I viaggi, oggi, iniziano su Instagram: sette profili per trovare ispirazioni

Sfatiamo un tabù: tre aspetti lavorativi che migliorano con la maternità

Comunicare un evento online e offline: 10 punti per definire una strategia

Cinque cose che devi sapere su Facebook

Storytelling: quando la storia la fa il cattivo

E adesso, è arrivato il momento di farci gli auguri di Natale e di buon Anno.  E vi auguriamo con tutto il cuore che siano sereni e speciali. Per tutti voi che ci date fiducia, ci leggete e ci seguite. E per i vostri progetti.

Cinque cose che devi sapere su Facebook

Ho sempre pensato di volerne parlare sul blog, ma allo stesso tempo qualcosa mi ha fermata. Lo spunto arriva dopo aver letto le parole di un ex vicepresidente di Facebook, che accusa l’azienda di aver creato un circuito di dipendenza sociale.

La risposta ufficiale di Facebook ammette il problema.

Fin da quando, per lavoro, ho iniziato a capire meglio i meccanismi di Facebook, ho cercato di trasmettere agli altri una consapevolezza maggiore dell’utilizzo che se ne fa. E l’ho fatto per un motivo molto chiaro: mi sono subito resa conto dell’ingenuità con cui si forniscono alla rete dati personali, informazioni e notizie che non diremmo neanche al nostro migliore amico. E delle reazioni emotive agli stati e ai commenti.

Con questo post voglio condividere ciò che ho capito in questi anni di interregno tra realtà e social media: che i social non sono da demonizzare, ma va modificato il nostro approccio verso di loro.

Ho cercato di riassumerlo in cinque punti, anche se ce ne sarebbero molti altri di aspetti da considerare.

 

Facebook non è gratis

In aula, mi ritrovo spesso a fare questa domanda “Come mai Facebook, WhatsApp, Messanger sono gratuiti?”. La maggior parte delle volte, mi guardano come se non si fossero mai posti una domanda del genere. Allora incalzo. E’ possibile che vi offrano un servizio senza chiedere nulla in cambio?”

La risposta è semplice: questi servizi non sono gratuiti.

La moneta che è sul piatto dello scambio sono i nostri dati personali, i gusti, gli hobby, il modo in cui trascorriamo il tempo libero, chi frequentiamo e chi conosciamo, i nostri figli, i nostri genitori, il lavoro, le opinioni politiche e religiose, gli ideali, le ansie, le paure. I nostri sogni. Tutto ciò che noi crediamo di condividere con i nostri amici, parenti, conoscenti. I dati che forniamo ai Social, inconsciamente o consciamente, attraverso le nostre interazioni.

In genere, a questo punto, qualcuno si indigna e dichiara che non ci sta. “E lasceresti Facebook, WhatsApp, Messanger in questo stesso momento?”

Vogliamo essere sempre più connessi, vogliamo il nostro “circolo di dopamina” quotidiano, vogliamo sapere cosa fanno i nostri contatti, ma non cacceremmo un euro, se fosse a pagamento.  Ma i dati personali, quelli sono gratis. E li forniamo, senza farci problemi su dove andranno e a cosa serviranno.

 

Facebook serve a mantenere vive le relazioni

I Social Media sono divertenti e utili. Se penso ai vantaggi di Facebook, mi viene subito in mente che non avrei mai interagito con alcune persone se non avessi avuto la possibilità di “conoscerle” attraverso i social. Stessa cosa con gli amici e i parenti lontani, che sono addirittura oltreoceano o in un altro emisfero. In fondo, era proprio questo lo scopo iniziale di Facebook!

Un altro dei vantaggi è sicuramente a livello commerciale: piccolissime imprese hanno la possibilità di farsi conoscere ed apprezzare, proprio grazie ai social che offrono loro uno spazio in cui esprimersi. Nel “vecchio sistema” della comunicazione non avrebbero avuto la forza economica per poter allargare il loro giro, schiacciate da aziende con maggiori capacità di investimento pubblicitario.

In più, i social sono rilassanti: puoi sognare ad occhi aperti guardando foto di viaggi e scoprire luoghi che non sapevi che esistessero. Puoi venire a conoscenza di raccolte di crowfunding,  esperienze, eventi, letture, film e serie da vedere. Insomma, incuriosirti e conoscere cose nuove!

 

Facebook non è il mezzo per farsi un’opinione 

Il sistema è fatto in modo che ogni utente viva all’interno di una “bolla”, che gli mostra solo quello a cui  è realmente interessato.

Un esempio pratico: sulla mia bacheca non troverete mai informazioni sul calcio, perché è uno sport che mi annoia da morire. Ora, è impossibile che nel mio migliaio di contatti nessuno parli mai di calcio. Però, Facebook  sa bene che, se un giorno io aprissi la bacheca e trovassi solo post di Champions League, chiuderei l’App e non sarei tentata di tornarci.

Ecco perché è importante non fermarsi ai Social Media, ma cercare di creare le proprie opinioni, i propri pensieri e capire il mondo attraverso tutte le forme di conoscenza che abbiamo. E sono tantissime. Se il mondo reale fosse quello che ho sulla bacheca, significherebbe che il calcio non esisterebbe.  Chiaro, no? 😉

 

Facebook non è una psicoterapia

Un like non è altro che un clic su un icona. Non diamogli più valore del necessario. Non stiamo cambiando il mondo e tantomeno diventando Chiara Ferragni, se riceviamo più like su un post.

E possiamo sopravvivere anche senza, lo si evince da migliaia di anni di evoluzione umana.

Quando riceviamo un complimento o un apprezzamento, nella vita come nei social, mettiamo in circolo la dopamina, un ormone che ha il compito di farci sentire popolari, apprezzati e contenti. Ma, per ricevere sempre più like, bisogna spingere sempre più in là l’asticella dei post.

Più ci esponiamo e più riceviamo like. Perché nessuno resiste ad una foto di un bambino, un’opinione convinta  o una confidenza ben assestata.

Allo stesso modo, il continuo confronto con gli altri può portare alla depressione. Ne abbiamo parlato qui.

Lo scopo dei social è conoscerci per suggerirci un nuovo modello di smartphone, una Yankee Candle o un’ispirazione per un viaggio. Ma non possono diventare più importanti di un catalogo degli acquisti. Noi, quando ricerchiamo like mettendoci sempre più a nudo, li consideriamo molto di più di questo. I social, lo dicevamo, non sono gratis. Ma la moneta sul piatto la mettiamo noi. Siamo noi a gestire il gioco e a stabilire la posta. Sempre.

 

Facebook non è obbligatorio

C’è bisogno di pubblicare sempre dei contenuti? Qui mi tiro dietro le ire dei miei colleghi, che invece consigliano un post al giorno come se fosse la mela del medico. Io penso che si possa anche evitare di pubblicare qualcosa, se non strettamente necessario. E quando è necessario?

  • Se non hai nulla da dire, non pubblicare. Non è che ogni giorno devi uscire con una perla di saggezza.
  • Se hai qualcosa da dire, domandati quanta competenza hai in materia. E’ un’opinione consapevole o un pensiero da bar? Il mondo può fare tranquillamente a meno della tua opinione?
  • Se hai qualcosa da dire e pensi che sia rilevante, domandati quali effetti possa avere sui tuoi contatti. Tutto ciò che è positivo, in termini di condivisione di esperienze o leggerezza, pubblicalo. Per il resto, desisti.

Questo perché, e ne abbiamo parlato qui, i social possono diventare un covo di ansie, paure, ostilità, rabbia. Uno sfogatoio. Che è un atteggiamento nocivo per tutti.

Possiamo vivere con o senza social. Sono uno strumento. Che, come tale, ha poco a che fare con la nostra autostima e con tutte le connessioni reali che gli diamo. Siamo noi a renderlo un demone o un passatempo. Però, se impariamo ad usarlo responsabilmente, possiamo trarne solo cose positive.

 

Sei idee regalo per le tue amiche Instagramers

Si avvicina il Natale e questo è l’articolo più divertente da scrivere. Lo ammetto, ho impiegato più tempo del solito a buttarlo giù. Perché tutte le volte che iniziavo la ricerca, poi finivo con i prodotti nel carrello!

Quest’anno la selezione dei regali di Natale consigliati dal Social Blog è dedicata ad Instagram. Perché è il Social Media che più mi sta coinvolgendo in questo periodo, con la sua atmosfera gentile. E perché è colorato, divertente, leggero. Proprio come i regali di Natale!

Andiamo quindi a vedere quali regali possono essere adatti ad una Instagram Addicted, con budget per tutte le tasche.

Fujifilm Instax Mini

Questa selezione di regali poteva iniziare solo così, con la macchina fotografica dedicata proprio ad Instagram. Dal design ai colori, fino al suo utilizzo, è la fotocamera perfetta per chi ama il Social delle immagini. Così non potrà più dire: ho mille fotografie, ma non ne ho stampata neanche una! 😉 Ce ne sono di tanti colori e per diversi budget (su Amazon partono dai 60 Euro), ma quella più carina è in versione vintage

instax regali natale ilsocialblog

 

Asciugasmalto Little Panda

In realtà, sul sito di Legami Milano c’è proprio l’imbarazzo della scelta: dalle matite riciclate ai taccuini, tutti gli oggetti hanno una forte personalità. Ma questo asciugasmalto è l’ideale per immortalare anche il backstage del più recente #nailart. E costa meno di 10 Euro!legami regali natale ilsocialblog

Light Box

Non c’è Instagramer senza una scatola luminosa, grazie alla quale lanciare messaggi motivazionali. Ed ecco quella di Maison Du Monde, divertentissima e con luce al led. Costa € 29,99.

Mug da viaggio in bambù

Bella per andare in giro o da tenere sulla scrivania, è Ecoffee Cup. Un tazza in bambù, eco-friendly, dal design divertente e colorato. Ci sono così tanti modelli che troverai sicuramente quella con lo stile e i colori più giusti. Costa circa 8 Dollari e si trova facilmente anche su e-shop italiani.

 

Christmas Tea Gift Box

Anche il momento del té diventa un’esperienza da condividere con i follower. Questa è una confezione regalo dedicata proprio al Natale, che racchiude tre delle 150 infusioni proposte da La Via del Té. Puoi trovarle in una delle storiche sale da té omonime a Firenze ed anche sul loro e-shop. Il costo della scatola rossa con le tre latte di miscele natalizie è € 33,90.

Clutch Puntosinergico

Colori vivaci e fantasie divertenti da sfoggiare tra #outfit e #fashion. Sono le borse e gli zaini di Puntosinergico. Dall’idea fino alla realizzazione, tutto è pensato e creato dalla mente e le mani di Manuela e Roberta. Del loro progetto ti parlerò di più in futuro. Per il momento, puoi già innamorarti di una delle loro creazioni. Di sicuro, non ce ne sarà una identica in giro, sui social o in strada. Il costo delle loro realizzazioni parte dai 40 Euro.

Storytelling: raccontarti attraverso i particolari

In queste ultime settimane abbiamo sempre parlato di Storytelling, e qui facciamo un riassunto dei suggerimenti utili per impostare la tua strategia.

1. Trovare la Storia

Trovare la storia da raccontare sembra sempre molto difficile. Ne abbiamo parlato in questo articolo. Eppure, ognuno di noi ha un bagaglio di esperienze, storie, eventi ed episodi che possono essere narrati ogni giorno attraverso i Social Media e il Blog. Hai mai pensato che il backstage del tuo lavoro possa essere una vera e propria fonte di idee per lo Storytelling? Quello che accade “dietro le quinte” ha un fascino particolare. Tutti sanno cosa va in scena, ma non conoscono le varie fasi che costituiscono la creazione di un servizio, di un evento o di un prodotto. Quindi, perché non raccontarli?

Per trovare una storia bisogna saper guardare dentro i particolari.

 

2. Creare la Storia

Raccontare una storia in grado di coinvolgere ed emozionare è una vera e propria arte. Ma, nel tuo piccolo, puoi “rubare” alcune strategie. E metterle in atto per creare una narrazione che concentri l’attenzione su di te e sui tuoi contenuti.

Lo sai qual è il fattore che crea la storia? Ne abbiamo parlato qui.

E’ il cattivo, ovvero l’elemento di disturbo. Una vera narrazione prevede che ci sia un momento in cui le carte in tavola vengono sparigliate da qualcuno o da qualcosa. Hai presente il matrimonio di Renzo e Lucia e l’arrivo di Don Rodrigo?

Senza andare a scomodare Manzoni, sicuramente, anche nella vita o nel lavoro ti sei trovato ad affrontare e superare un imprevisto.

 

3. Racconta la Storia

Quello che succede nella tua vita o nel tuo lavoro potrebbe sembrarti poco interessante. Il classico: ma cosa vuoi che importi agli altri? Eppure, quello che non racconti, rimane nel tuo privato. Se non lo racconti, non è successo. Ne avevamo parlato qui.

Non raccontare significa non mettere al corrente gli altri di un tuo successo, di un tuo momento di gioia o di particolare emozione. Eppure, queste cose a un amico non le diresti?

Per fare Storytelling bisogna essere pronti a mettersi in gioco e prendersi anche la responsabilità di comunicare cose che possono non essere interessanti per tutti. Ma certamente per qualcuno lo sono.

 

4. Raccontarti attraverso i particolari

Tra le figure retoriche presenti in letteratura, c’è la sineddoche: quando si utilizza una parola per indicare il tutto. Ad esempio, “vela per barca”

Quando, cioè, il racconto (prevalentemente per immagini) è come un puzzle, in cui sono i particolari sono i tasselli che compongono uno Storytelling più ampio. Ad esempio, l’immagine di una fioritura per raccontare la vita di un agriturismo.

 

5. Utilizza tutti i mezzi che hai a disposizione

Oggi abbiamo moltissimi mezzi a nostra disposizione per raccontare, e possiamo farlo in mille modi diversi. Anche attraverso una narrazione “a puntate”. E mischiando vari stili e mezzi. Con foto, video, disegni o scrivendo.  E perché no? Anche attraverso il racconto orale. Tra l’altro, si dice che i podcast saranno sempre più richiesti: perché non cominciare a provare?

 

Ti piacerebbe approfondire le tecniche di Storytelling? Tieni d’occhio i nostri corsi!

Storytelling: se non lo comunichi non è successo

Durante quest’anno ho avuto l’occasione di poter essere in classe con corsi e seminari in contesti del tutto nuovi. E’ stato un periodo di lavoro molto intenso ed appagante. E, se da un punto di vista ero contenta, dall’altro ero dubbiosa: cosa avrei dovuto fare sui social media? Parlarne o no? E parlarne in che modo?

Se non lo dici, gli altri non lo sanno

Nessuno di noi ha la sfera di cristallo per indovinare cosa fanno, o pensano, gli altri.

E se ti succede qualcosa (ma non la comunichi), per gli altri quella cosa non è successa. Perché non lo sanno.  

Naturalmente, c’è differenza tra parlare per pavoneggiarti o per condividere un’esperienza.

Se ti succede qualcosa di bello, che fai, non lo racconti ai tuoi amici? 

Quando pensi ai Social Media o al tuo Blog, al modo in cui li utilizzi, dovresti sempre pensare in un’ottica di “reale” e non di “virtuale“. Le relazioni umane funzionano, in linea di massima allo stesso modo, sia dentro che fuori dal web.

Il modo in cui racconti le cose può fare la differenza nella narrazione, e quindi distinguere un post promozionale da uno Storytelling. 

Quando scrivi un post, prova a porti davvero come se fosse una confidenza verso un caro amico. Mettendo a nudo l’entusiasmo, la gioia, la soddisfazione, le paure. Ciò che davvero provi o  ti passa per la testa in quel momento e rispetto a quel progetto.

E’ il modo in cui comunichi che può fare la differenza tra “guarda che figo che sono” e “desidero raccontarti questa cosa che mi ha reso felice”.

Perché comunicare ciò che ti succede? 

Nell’ottica di uno Storytelling personale 0 professionale, pubblicare un post in cui racconti gli obiettivi che raggiungi e le emozioni che provi, è un bel modo per creare una relazione con il tuo pubblico. E quindi, è un mezzo per cercare un contatto umano, fatto di condivisione e di confronto.

E’ utile per dire chi sei, cosa fai, cosa provi quando vivi delle esperienze nuove. E quanta strada c’è in ogni passo. Serve a raccontarti in una veste umana, anche in ambito professionale. 

Racconta, così come faresti con un amico, ciò che ti sta a cuore.

Se cerchi un’altra strategia di Storytelling, nello scorso articolo abbiamo parlato di come sviluppare una storia intorno a un imprevisto. E trovi tutto qui: è il cattivo che fa la storia.

Storytelling: quando la storia la fa il cattivo

Qualche settimana fa ho perso il mio quaderno delle idee. Dentro c’erano tutti i miei appunti per i prossimi post del blog. Per parecchi giorni sono rimasta bloccata in un limbo. Non riuscivo a scrivere nulla. Tutte le volte che ci provavo, mi sembrava che la nuova idea non reggesse il confronto con quella che avevo scritto sul quaderno.

E’ vero, a volte mi capita di saltare il piano editoriale, magari mi prende la frenesia di un argomento e voglio parlarne subito. Ma, chissà perché, il fatto di non poter consultare gli appunti mi rendeva insicura.

Una sera ero a letto. Stavo leggendo “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi. E’ apparsa questa frase “E’ il cattivo che fa la storia”. E lì, tra nuvole e lenzuola, ho preso di corsa lo smartphone e ho registrato degli appunti per una serie di articoli sullo Storytelling. E questa nuova idea mi ha reso molto felice perché, in un angolino della mente, ho sempre pensato di volerlo fare. Ma non ho mai affrontato l’argomento seriamente per la mole di informazioni: parlare di Storytelling è come aprire il Vaso di Pandora. Sai quando inizi, ma non sai quando (e dove) finisci!

Nello scorso articolo abbiamo iniziato a parlare di come trovare la storia: molto spesso non sappiamo neanche di averla. Eppure c’è sempre, pronta per essere raccontata.

“E’ il cattivo che fa la storia”

Una delle tecniche di Storytelling più utilizzate per trovare e  costruire una storia, sia in letteratura, che nel cinema e nella comunicazione,  è racchiusa proprio nell’affermazione: “E’ il cattivo che fa la storia”

Per cattivo, non dobbiamo necessariamente intendere il pazzo omicida che inizia a spargere sangue nel mite paesino del Maine.

Il cattivo può essere un nemico qualunque.

Anche un impedimento o un ostacolo nella realizzazione del  tuo programma.  Il cattivo può essere una notte di pioggia per un fotografo che insegue uno scatto della Via Lattea. La mancanza di ispirazione per un creativo. O il sabotatore interno, quel grillo parlante che ti frena tutte le volte che stai per compiere un grande salto.

Il cattivo è l’elemento di disturbo che, davanti a un progetto o ad un momento di particolare aspettativa, può creare stress o difficoltà. E che ti permette di mettere in campo delle strategie nuove per affrontarlo e superarlo. Che ti fa cercare e poi utilizzare la “spada laser”.

Come raccontare la tua storia

Senza il cattivo la storia non c’è: è una cronaca di avvenimenti. Perché lui è l’elemento che rompe l’equilibrio. Che crea un prima e un dopo. E diventa il fatto intorno a cui la storia si sviluppa per essere raccontata e condividisa.

In parole semplici: c’è stato  un momento della tua vita in cui un “cattivo” ti ha messo i bastoni tra le ruote davanti alla realizzazione di un obiettivo? Come  hai  superato l’ostacolo e raggiunto il tuo intento?

Bene, ecco la tua storia.

Piccola o grande che sia, può permettere al pubblico di partecipare alla costruzione della strategia che hai scelto per orientare la situazione negativa a tuo vantaggio. E che sui social e nei blog, diventa confronto di esperienze. E anche un aiuto per  risolvere più velocemente il problema, qualora capitasse anche a loro.

Insomma, il cattivo non è detto che sia così cattivo come sembra. E’ vero, quando arriva scombina i piani. Ma, a volte, riesce a smuovere la situazione in modo da aiutarti a tirare fuori il meglio di te. E a offrirti una storia da condividere con il tuo pubblico.

 

Se sei appassionato di Storytelling e vuoi saperne di più, leggi anche: Storytelling – Se non lo comunichi non è successo.

 

Storytelling: come trovare la storia da raccontare

Si parla tantissimo di Storytelling in comunicazione. Questa sembra proprio l’epoca del racconto: dietro le pubblicità, i social e anche i programmi TV ci sono delle storie. In realtà lo Storytelling è un richiamo ancestrale. Le persone amano le storie, da sempre. Tutto ciò che ci circonda può raccontare una storia: un quadro, un libro, una canzone, un film. L’arte stessa è racconto, narrazione. 

E oggi possiamo dire che la comunicazione digitale attraverso i blog e i Social Media è diventata essenzialmente questo: narrazione, attraverso varie forme di comunicazione – testi, foto, video, podcast – di ciò che succede intorno a noi.

 

Cosa puoi fare per iniziare a raccontare la tua storia?

Questo è il primo di una serie di articoli dedicati allo Storytelling.

Prima di iniziare a raccontare, però, bisogna trovare la storia. Perché quando ce l’hai, viene da sé il modo migliore di raccontarla, con un testo o un video. Ma anche con una foto. Diceva Isabella Allende che “una bella fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo”.

Molte persone dicono che non hanno storie da raccontare. Che vorrebbero farlo, ma non saprebbero cosa scrivere o comunicare. E invece, ognuno di noi ne ha sempre almeno una, e anche di più. Tutto ciò che vivi è una storia, una verità.

A volte non è neanche la particolarità dell’avventura a rendere avvincente la narrazione. Ma il fatto di aver prestato attenzione ad un’emozione, un’esperienza, una percezione, un piccolo cambiamento. E’ invitare gli altri a guardare con occhio attento qualcosa di ordinario. Per scoprirci dentro qualcosa di diverso. E identificarsi in un pensiero, un’azione o un modo di fare.

 

Prova ad ascoltare

Per affinare la ricerca di belle storie, prova ad ascoltare il programma radiofonico Pascal.

Pascal è una meravigliosa trasmissione di Radio 2 che va in onda la sera. E che è interamente basata sullo Storytelling: “Pascal vuole raccontare storie di vita e condividerle con gli ascoltatori.” 

Ogni giorno la redazione riceve delle storie realmente accadute, proposte dagli stessi protagonisti, che vengono poi scelte e raccontate in trasmissione. Perché “raccontare storie è il modo migliore di conoscere il mondo“.

E, ascoltando Pascal, capisci che storie da narrare sono nascoste in ogni piega della nostra vita: nel lavoro, a scuola, nell’ordinario o in un momento speciale. Basta saperle cercare. Ecco perché, prima di dare il via alle tecniche di narrazione, ti consiglio di ascoltare almeno una puntata di Pascal. A me è piaciuta questa che, per vari motivi, mi ha emozionato particolarmente. Ma se ti va di metterti a cercare, ce ne sono così tante che potresti passare giorni interi ad ascoltare.

Se pensi che della tua vita non ci sia nulla da raccontare, in realtà stai solo guardando il quadro da lontano. Prova ad avvicinarti e a scoprire da vicino ogni dettaglio.

Dottor Social: lavorare meglio con le community di Facebook

Quando vedete un medico chino sul suo smartphone, non pensate subito che stia facendo passare il tempo. Magari è in pausa ed è proprio su Facebook. Ma, invece di perdere tempo, è lì per studiare qualche caso clinico. O sta condividendo un’esperienza formativa con i suoi colleghi.

I medici stanno iniziando a capire il valore dei social come mezzo di comunicazione e diffusione di informazioniChi c’è affronta con animo le proprie crociate oppure chi tenta di sviluppare un approccio comunicativo moderato all’interno del triangolo medico-paziente-google. Ne avevamo già parlato qui

 

I gruppi Facebook sono un’esperienza di formazione

Nonostante tutto ciò che di bene e di male si dica sui social, in ambito sanitario hanno anche contribuito al miglioramento professionale. Come? Attraverso i gruppi Facebook. Sono tantissimi i gruppi chiusi dedicati alle diverse categorie professionali e specializzazioni. Ma è proprio all’interno dei gruppi professionali che i medici riescono a trovare un’esperienza di formazione e aggiornamento diretta, quotidiana e reale. 

Perché nei gruppi chiusi ci si sente liberi di confrontarsi e di instaurare un vero e proprio dialogo con i colleghi. Fatto di solidarietà, generosità e condivisione di competenze, e che diventa un vero e proprio allenamento della mente.  

Del valore umano e professionale dei gruppi Facebook dedicati al mondo sanitario ne avevo già parlato con alcuni medici in occasione di un seminario sulla reputazione digitale all’Ordine dei Medici di Latina. Poi, ho avuto modo di sbirciare in uno di questi gruppi per capire come si sviluppano le dinamiche che li animano. E lì, ogni giorno, quasi cinquemila medici provenienti da ogni posto d’Italia, si confrontano su casi clinici, esperienze e interessi comuni. Si sostengono e si assistono come un vero e proprio team. All’interno del gruppo ogni giorno vengono postati quesiti, domande, ricerche, post e commenti che riguardano principalmente le esperienze personali e quotidiane in corsia e in sala. Permettendo, così, un aggiornamento e una riflessione sulle esperienze e sulle competenze acquisite. All’interno delle community si lavora e si migliora insieme.

 

Fare squadra, anche a distanza

Ciò che si evince da questa esperienza è, prima di tutto, la capacità di condividere conoscenze ed esperienze con generosità. Dove la “vecchia scuola” e i più giovani possono confrontarsi liberamente, svicolati da legami gerarchici. E poi, il fatto che il gruppo sia utilizzato come una risorsa di training mentale continuo. I casi clinici che i medici vivono in corsia o in sala, a fine giornata vengono condivisi con i membri del gruppo perché ci si confronti, come un vero team.

E questo aiuta loro, ma aiuta anche tutti i pazienti.

Insomma, Facebook tra un po’ potrà anche pensare di istituire dei crediti formativi!